Assolti i tre del caso Forleo

Portati nella stanza del pm Stefano Dambruoso. Minacciati e interrogati da strani agenti che parlavano inglese (ma uno di loro si sarebbe qualificato come «agente della Cia»). Il tutto senza avvocati e senza verbale, ma con un avvertimento: «Se non collabori ti spediamo a Guantanamo per vent’anni». Ali Ben Toumi Sassi per raccontare tutto ha aspettato fino alla sentenza che ieri ha confermato l’assoluzione dalle accuse di terrorismo per lui, Mohammed Daki e Abdelazid Bouyahia, i tre imputati prosciolti in primo grado a gennaio dalla giudice Clementina Forleo con una decisione che alimentò settimane di polemiche. Daki sostiene di averne già parlato «ma senza ricevere ascolto». La decisione della corte di assise d’appello di ieri ha confermato e migliorato la sentenza della Forleo, assolvendo da ogni accusa Mohammed Daki e condannando gli altri due per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per chi era accusato di aver creato una cellula di appoggio ad al Qaeda equivale ad una assoluzione. Tutti e tre gli incontri con gli agenti americani sono avvenuti nell’autunno del 2003 nella stanza del magistrato che all’epoca dei fatti era il responsabile dell’inchiesta (dal 2004 Dambruoso è consulente dell’Onu a Vienna). I primi «il 6 e il 7 ottobre» contro Mohammed Daki e l’altro, contro Toumi, pochi giorni dopo l’arresto, avvenuto il 25 novembre di quello stesso anno. Daki aveva già raccontato più volte di questi strani interrogatori avvenuti nella stanza del magistrato che indagava sul suo conto. Otto agenti la prima volta e solo due la seconda lo hanno tenuto sotto osservazione a lungo chiedendogli dei suoi rapporti con Mohammed Atta, l’attentatore dell’11 settembre, e con Mohamed Haydar Zammar, accusato di essere uno dei vertici di al Qaeda in occidente, ancora oggi detenuto in Siria e protagonista di uno dei primi «rapimenti» organizzati dalla Cia all’indomani dell’attentato alle torri gemelle. L’alternativa è stata subito esplicita, spiega Daki: «Mi hanno detto che se avessi collaborato con loro sarei uscito in un paio di giorni, ma se non l’avessi fatto mi aspettavano vent’anni di carcere a Guantanamo». Daki spiega anche di aver poi saputo, forse dai giornali, che uno dei partecipanti all’interrogatorio era Robert Seldon Lady, il capocentro della Cia protagonista del sequestro dell’imam Abu Omar. Ma nessuno dei partecipanti all’interrogatorio gli disse come si chiamava: «Le facce me le ricordo bene. Se li vedessi sarei in grado di riconoscerli».

Toumi, tunisino e coetaneo di Daki, dice invece di ricordare che uno dei due uomini che lo interrogarono alcuni giorni dopo il suo arresto «disse di essere un agente della Cia». Fino a ieri pomeriggio non aveva raccontato nulla di quell’episodio neppure al suo avvocato. Lo ha fatto ieri, dice il legale, Gabriele Leccisi, «raccomandandomi di dirlo ai giornali solo se il processo si fosse concluso bene». Toumi dice anche di non ricordare nulla delle domande se non che fossero «su cose di cui non sapevo nulla». Anche per lui le modalità sono state le stesse: trasferimento nell’ufficio del pm, niente avvocato e niente verbali.

«Sono stati interrogatori contro ogni regola del diritto – spiega Vainer Burani, l’avvocato di Mohammed Daki – e delle convenzioni internazionali. I poliziotti italiani in alcuni casi raccolgono informazioni senza i magistrati, ma per altri reati (prima del pacchetto Pisanu ndr) e comunque all’interno del carcere. E’ assurdo pensare che una polizia straniera si prenda il diritto di fare questo tipo di interrogatori, senza la mia presenza e senza verbali». Quello degli americani non è l’unico interrogatorio fatto da stranieri cui ha partecipato Daki. Il 13 ottobre lo ascoltarono anche i magistrati tedeschi, «ma con una rogatoria e con la presenza dell’avvocato», conclude Burani.

Chiamato in causa, Stefano Dambruoso ha detto solo che la «verità processuale nulla aggiunge a quella storica, portata davanti ai giudici. A dir poco evasiva la risposta sugli interrogatori: «Chiunque è libero di dire ciò che vuole pur rispettando i limiti e senza, quindi, far scattare gli estremi del reato di calunnia».

La sentenza di ieri, le cui motivazioni arriveranno entro novanta giorni, proietta un ombra pesante anche sull’altro processo legato a questa indagine. Quello con rito ordinario che sta svolgendo davanti alla corte di assise di Milano. Il fulcro dell’inchiesta, infatti, era il passaggio attraverso l’abitazione di Daki di un somalo (Maxamed Cabdullah Ciise) considerato un «terrorista» diretto in Iraq. Di certo, la sentenza di ieri ha stabilito che aver ospitato quell’uomo è tutt’altra cosa dall’organizzare cellule di appoggio. «E’ stato un processo politico – conclude l’avvocato Leccisi – soprattutto per le pressioni arrivate da alte figure istituzionali. I magistrati non si sono fatti influenzare».