Assemblea Nazionale: Introduzione di Giorgio Cremaschi

Ora anche la Conferenza episcopale benedice la concertazione tra i due schieramenti politici, tra sindacati e imprese, come via per migliorare i salari e contenere i prezzi. Eppure meglio di altri dovrebbero sapere che errare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. La catastrofe dei salari, il peggioramento generale delle condizioni di lavoro, la precarietà e l’insicurezza sociale, il precipitare dell’Italia nel 23esimo posto nell’Ocse (i cui paesi sono 30, per cui tra un po’ le nostre buste paga usciranno dalla serie A), la crisi di futuro dei giovani e di tutti coloro che sono sempre più esposti alle incertezze e alle angherie del mercato, avvengono non malgrado, ma anche a causa delle politiche di concertazione di questi anni.
Alla fine dei tanto vituperati anni Settanta, nei quali il salario era tutelato dalla scala mobile, dai contratti nazionali e dai contratti aziendali, il sistema industriale ed economico italiano era infinitamente più competitivo di oggi. Oggi dopo tanti anni nei quali i salari italiani sono discesi, tutti parlano della fragilità strategica del sistema italiano. Se fosse bastato il basso costo del lavoro oggi l’Italia attirerebbe investimenti da tutto il mondo, invece non è così e questo perché anni e anni di privatizzazioni e politiche economiche e liberiste, che si sono sommate alle antiche e persistenti inefficienze, ingiustizie, ruberie, hanno distrutto valore per tutto il paese. L’equilibrio economico è stato garantito proprio dai bassi salari e dall’alto tasso di sfruttamento del lavoro. Il sistema economico italiano si è abituato alla povertà dei lavoratori e ha scaricato su di essa tutte le proprie inefficienze e contraddizioni. Così i lavoratori sono andati indietro nella distribuzione del reddito mentre il paese declinava: il declino dell’Italia è prima di tutto dovuto al declino della condizione sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Ben dieci punti di reddito nazionale sono passati dai salari a tutti gli altri redditi, questo mentre aumentava il numero complessivo dei lavoratori dipendenti. Ma questa gigantesca redistribuzione della ricchezza non è andata né in investimenti, né in ricerca, né in innovazione. Dove sia andata si sa, ai profitti e alle rendite. Secondo Mediobanca le prime trenta imprese italiane hanno realizzato cinquanta miliardi di profitti, in gran parte investiti in finanza. I salari sono sprofondati e la crescita tanto propagandata non c’è stata.

Per questo il primo punto della nostra piattaforma è: basta con quella moderazione salariale che da più di vent’anni caratterizza tutte le politiche, tutte le svolte e controsvolte, tutti i gruppi dirigenti, del sindacato italiano. Quando diciamo basta con la moderazione salariale diciamo, contemporaneamente, no allo scambio salario-produttività, flessibilità, merito eccetera. Cioè no all’idea che per migliorare i salari i lavoratori debbano ancora peggiorare la loro condizione, fare più sacrifici, lavorare di più. Insomma: stare peggio per stare meglio, tornare al cottimo. Chi, nel sindacato, lamenta la caduta dei salari e però propone di ridurre il peso del contratto nazionale, di legare il salario all’andamento delle aziende o alla produttività del lavoro, chi pensa, assieme al ministro del Tesoro e a tanti altri, a destra e a sinistra, che con la “devolution” della contrattazione avremmo più salari, non solo ripropone diabolicamente l’errore strategico che ha portato alla distruzione della scala mobile e, da allora alla caduta del potere d’acquisto delle retribuzioni, ma soprattutto ripropone ancora una volta la politica dei due tempi. Questa politica è stata alla base delle scelte e anche della caduta del governo Prodi. Essa è stata come sempre giustificata dalla necessità di risanare ed essere competitivi ed è stata spesso accompagnata con la teoria e la pratica, da parte sindacale e non solo, del meno peggio: risaniamo prima e accontentiamoci, altrimenti chissà cosa succede. Ci si è accontentati ed il peggio sta arrivando: una crisi economica mondiale che per alcuni economisti somiglierà a quella del 29 che vedrà l’Italia tra i paesi più esposti e deboli, questo in presenza di salari da fame.
I profitti crescono, i conti dello stato si risanano e quelli delle famiglie vanno in default, questa è la sostanza dei processi economici di questi anni.

A tutto questo si risponde, incredibilmente anche da parte sindacale, che prima dovrà crescere la torta globale dell’economia e poi il lavoro potrà avere una fetta più grande. Questa visione tradisce la rinuncia assoluta alla redistribuzione della ricchezza. Al lavoro si assegna sempre la stessa percentuale, sempre lo stesso pezzetto della torta, sempre le stesse briciole. Chi propone la via del salario-produttività per aumentare i salari ha accettato, in realtà, la catastrofe attuale e si prepara solo ad amministrarla per una minoranza di lavoratori. Questa posizione è oggi il nostro primo e principale avversario nel sindacato e nella politica. Noi siamo per l’aumento delle retribuzioni per tutte e tutti. Noi non pensiamo che i salari sono bassi perché la ricchezza non cresce, ma crediamo invece, alla luce dei fatti, che la ricchezza complessiva non cresce perché è mal distribuita e perché i salari sono troppo bassi. Noi siamo per il trasferimento di una quota dei profitti e delle rendite ai salari e pensiamo che questo può produrre un diverso modello economico e sociale di sviluppo del paese, più giusto e più avanzato.
Noi diciamo no alla monetizzazione della salute e della vita delle persone per avere qualche euro in più. Per questo riteniamo che la linea del sindacato sulle flessibilità debba essere ribaltata rispetto alle pratiche fin qui seguite. Siamo contrari alla politica dello scambio tra condizioni di lavoro e salario ed è per questa ragione che abbiamo detto di no anche all’accordo dei metalmeccanici, che pure è diverso da quelli di altre categorie. Si deve partire dalla condizione di lavoro, dal suo miglioramento, per adattare ad essa le esigenze di flessibilità delle imprese. Possiamo aumentare i turni, ma ci vogliono forti riduzioni di orario di lavoro e maggiori libertà per i lavoratori. Si possono avere più qualità ed efficienza, ma ma allora non ci deve essere la precarietà e l’organizzazione del lavoro deve fondarsi sulla libertà, la dignità, la salute e la professionalità, della lavoratrice e del lavoratore. E su alti salari. Le lavoratrici e i lavoratori devono riconquistare potere e prestigio sociale, questa è la condizione per far uscire l’Italia dalla crisi in cui sta sprofondando.
Invece un nuovo brutale autoritarismo, nel nome del merito e dell’efficienza, sta aggredendo diritti e libertà fondamentali. In tutti i posti di lavoro crescono prepotenza e sopraffazione, assieme al paternalismo e all’aziendalismo più becero. Il posto di lavoro fisso non viene affatto abbandonato dalle imprese, ma diventa il premio finale che viene concesso a chi si dimostra fedele e ubbidiente. Così la precarietà svela la sua reale funzione. Essa non è uno strumento di flessibilità, come dicono le aziende, ma uno strumento di dominio sulla personalità e sulle libertà di chi lavora. E’ uno strumento per imporre a chi lavora di accettare condizioni, di subire sopraffazioni, che se fosse più garantito, non accetterebbe. Nello stesso tempo, come mostra con chiarezza l’inchiesta condotta dalla Fiom, l’aggressione della precarietà e della globalizzazione, si riversa anche su chi lavora tutelato dal sindacato e dallo Statuto. In Germania hanno contato il numero delle delocalizzazioni effettivamente realizzate rispetto a quelle minacciate. Sono una minima parte, meno di una su cento. Ma sono bastate in molti casi come elemento di ricatto e pressione per tutti. Se non accetti di peggiorare le tue condizioni di lavoro chiudo, e questo basta.
Anche là dove non c’è il rischio delocalizzazione, nel commercio e nei servizi, il ricatto della flessibilità, sotto altre forme, distrugge i diritti. Per questo in ogni luogo di lavoro bisogna trovare la via per lottare contro la flessibilità, contro il disegno delle imprese di ottenere la piena disponibilità, a buon mercato, della forza lavoro. Non c’è una flessibilità buona, neppure quando si usano parole inglesi per nascondere la realtà, ultima la flexsecurity, c’è la crisi e le aziende ci provano di nuovo con il via libera ai licenziamenti. Per questo dicamo un NO con tutte le nostre forze. La precarietà e la flessibilità del lavoro sono la maledizione che distrugge la libertà e la dignità di chi lavora. Come tutte le disgrazie, non toccano tutti allo stesso modo. Le donne vengono colpite di più sia per il doppio carico di lavoro che ancora hanno, sia perché tutto il sistema economico e produttivo impone ad esse ritmi e condizioni non sostenibili.
I migranti subiscono il doppio sfruttamento della precarietà, della persecuzione sul permesso di soggiorno, delle discriminazioni. Nulla è davvero cambiato per essi in questi anni eppure sono una parte determinante della classe operaia. Se non vivessero in una condizione di apartheid di fatto, oggi i migranti sarebbero alla testa di molte lotte per i diritti sociali e del lavoro, avrebbero cambiato intere zone industriali, come fecero i migranti del Mezzogiorno in Fiat. La repressione verso i migranti è quindi una forma precisa di oppressione verso il lavoro. Organizzare i migranti contro questa oppressione è oggi compito fondamentale di qualsiasi disegno solidale e di classe.
Tutto il sistema di lavoro dei servizi e delle strutture pubbliche viene a sua volta sottoposto alla pressione dei costi e dei conti. Questo si accompagna all’autoriciclaggio sfacciato di una burocrazia borbonica, che si ammanta di super efficienza manageriale e che si attribuisce emolumenti da multinazionale. Il commissario al governo del Comune di Roma ha mandato una circolare in cui chiede ai top manager comunali di accontentarsi della massima retribuzione prevista dallo stato, e cioè 274 mila euro annui, per ragioni di austerità. Intanto appalti, subappalti, cooperative di comodo, privatizzazioni dei servizi, non solo distruggono l’essenza stessa del servizio pubblico, ma introducono nuove e brutali forme di sfruttamento e di precariato.
Questo intreccio tra autoritarismo, nuovi e vecchi privilegi, distruzione dei servizi e dell’efficienza sociale del pubblico, oggi si ammanta dell’ideologia del merito e della lotta contro i fannulloni. Non difendiamo certo i venti addetti stampa del presidente della Regione Sicilia o il gruppo di impiegati mai visti nell’ufficio di Bolzano, ma sappiamo che la campagna contro i fannulloni non c’entra nulla con questi abusi. Essa è contro il lavoro pubblico che manda avanti lo stato e i servizi e, soprattutto, contro quello privato che è sempre più sfruttato. Essa usa a pretesto il caso limite, per colpire nel mucchio, per ridurre i diritti, se non fosse così la Confindustria non se ne sarebbe appropriata.

Per queste ragioni vogliamo qui sintetizzare la nostra posizione sulla contrattazione dichiarando che l’aumento dei salari reali, il miglioramento delle condizioni di lavoro, la lotta alla precarietà e alla flessibilità, la riconquista di un sistema di servizi pubblici e di garanzie sociali adeguati, vengono prima di tutto, sono le nostre compatibilità e sono in totale conflitto con le scelte attuali delle imprese e con la politica economica dominante. Sappiamo che c’è un sistema che si è abituato a scaricare tutto sul lavoro. In Europa la Banca Europea strangola i debitori e aumenta i tassi di interesse, proclama la sua ossessione per l’aumento dei salari e mostra come suo unico interesse quello per la distruzione del sistema sociale europeo. La Banca Europea lavora per distruggere l’Europa sociale dei diritti nel proposito di far somigliare sempre di più l’Europa agli Stati Uniti. In questo mostrano tutta la loro miopia, visto che il sistema americano è oggi profondamente in crisi e alla vigilia di una recessione. Dobbiamo essere consapevoli che l’Unione Europea costruita attorno allo strapotere della Banca Europea è avversaria dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale in tutto il continente.

Vogliamo ancora ribadire, contro le sbornie liberiste e mercatiste, la centralità del pubblico, delle politiche economiche indirizzate dai governi, dei servizi pubblici e dello stato sociale. Anni e anni di privatizzazione hanno distrutto ricchezza del paese senza produrre alcunché. Beni strategici come le autostrade o i telefoni sono finiti ai privati che non hanno in alcun modo migliorato la competitività dei servizi, intascando però laute rendite. Anche la storia della ThyssenKrupp viene da li. Domani si annuncia lo stesso per le Ferrovie, con i treni di lusso in mano al presidente della Confindustria e quelli pendolari fermi nei binari morti. La sanità viene progressivamente smantellata dal doppio regime privato-pubblico, per cui per cui ciò che resta del pubblico lo pagano con le loro tasse lavoratori e pensionati che, però devono pagare la visita se c’è davvero bisogno, se vuoi superare tempi di attesa biblici. La scuola è stata umiliata da una finta efficienza e dalla ridicola e costosa competizione innestata con le scuole private. Ovunque il servizio pubblico è peggiorato ed è costato di più, non per colpa dei lavoratori, ma per far spazio alle privatizzazioni che non hanno risolto nulla. Ci chiediamo se serie aziende pubbliche e non uno scandaloso sistema di appalti sul quale sta indagando la magistratura, avrebbero davvero lasciato Napoli e la Campania in balia dei rifiuti. Facendo di tutta l’erba un fascio e sostenendo che il pubblico è sempre inefficiente si è distrutto il servizio pubblico e si è sostituito ad esso il monopolio e la speculazione privata. Sì, per noi un punto centrale è tornare a un pubblico efficiente, e anche qui c’è il conflitto che possono innestare quei milioni di lavoratori e lavoratrici dei servizi pubblici che vorrebbero contemporaneamente migliorare la loro condizione e far funzionare il sistema e che subiscono invece le pressioni di una burocrazia che oscilla tra la dipendenza dai partiti e quella dalle imprese e dal mercato. Confermiamo l’impegno nostro a costruire una piattaforma complessiva sul terreno dello stato sociale, dei diritti di cittadinanza, delle garanzie di reddito e di lavoro,sulle pensioni, la sanità , la scuola. Su questo la Rete costruirà un’apposita iniziativa, riprendendo il confronto avviato con gli economisti antiliberisti.
Sappiamo perfettamente che ripartire dalla condizione di lavoro dei salari significa anche proporre un’altra politica economica in Italia e in Europa, significa misurarsi con il modello economico liberista che, per quanto in evidente affanno, resta egemonico nella politica e nella cultura. Partire dalle condizioni reali del lavoro significa costruire un altro punto di vista rispetto a quello dell’impresa e del mercato, significa respingere la priorità data alla competitività rispetto a una crescita giusta, significa non accettare gli equilibri sociali esistenti che sono la causa dell’erosione continua dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Dopo più di vent’anni di accettazione subalterna delle compatibilità, il bilancio sociale dei lavoratori è totalmente in rosso. Questo significa per noi che anche il bilancio sindacale è negativo e occorre cambiare radicalmente linea.

La Confindustria, con la sua normale aggressività, ha posto un preciso ultimatum. O si accetta la sua ricetta autoritaria e paternalista, fatta sostanzialmente propria dai due principali partiti che si contendono le elezioni, o la si contrasta apertamente. In mezzo non c’è più niente. O si diventa fino in fondo un sindacato di mercato, aziendalista e burocratico, che accetta tutto il quadro di compatibilità delle imprese e dei conti pubblici e che ritaglia un po’ di assistenza e un po’ di guadagno per chi è più fortunato o sta nelle aziende migliori. O si ricostruisce una logica e una pratica di solidarietà di classe, che non può che portare a una nuova stagione di conflitti sociali.
Qui c’è subito lo scandalo: il conflitto, la lotta, l’antagonismo tra le classi, sono residui del passato. Il candidato leader del Partito Democratico condanna la lotta di classe, naturalmente quella dei lavoratori perché quella dei padroni è evidentemente ammessa. Il moderno è la collaborazione tra imprese e lavoro, è la favola di Menenio Agrippa, vecchia di tremila anni, ma improvvisamente ridiventata moderna. Purtroppo anche il sindacato, anche la Cgil in questi anni ha subito l’ideologia per cui il conflitto sociale è solo un fatto negativo destinato a essere sconfitto. E’ deprimente che nella Cgil di Di Vittorio, quella che ha educato il bracciante a non togliersi il cappello quando passa il padrone, quella che ha fatto crescere il paese attraverso una gigantesca mobilitazione sociale, sia diventata ideologia corrente l’idea che la lotta non paga. In particolare le giovani generazioni che entrano precarie nel mondo del lavoro rischiano di subire tutti i danni, anche culturali, dell’ideologia della pacificazione sociale. Qui si ci sarebbe bisogno di un’autentica formazione sulla capacità e sull’intelligenza del conflitto. Quando la situazione è bloccata, solo la lotta costruisce. Solo la lotta permette di misurare davvero ciò che è compatibile e ciò che non lo è, ciò che è irraggiungibile e ciò che invece non viene raggiunto semplicemente perché non ci si prova neppure. Bisogna provarci a ricostruire un potere dei lavoratori e un livello di salari decenti. Senza lotta questo non è possibile, perché chi ha incamerato il 10% di reddito nazionale dalle nostre tasche non vi rinuncerà tanto facilmente. Ma proprio per questo le lavoratrici e i lavoratori hanno bisogno, oggi più che mai, di lotta di classe.

Da quanto sinora detto si deduce facilmente che respingiamo tutto l’impianto del documento, ancora provvisorio, di Cgil, Cisl, Uil sulla contrattazione. Esso prosegue sulla via indicata dal protocollo sul welfare: la scandalosa riduzione dei costi dello straordinario e il privilegio fiscale per il salario variabile, ai danni della grande maggioranza delle lavoratrici e di lavoratori. Esso porta al progressivo smantellamento del contratto nazionale e non rilancia affatto la contrattazione in azienda, ma propone solo più spazi all’unilateralità del padrone, alla concorrenza tra lavoratore e lavoratore, azienda per azienda, territorio per territorio. Noi abbiamo una proposta alternativa: una stagione di piattaforme per i rinnovi dei contratti nazionali con richieste salariali largamente sopra l’inflazione presunta, programmata, realistica, comunque la si voglia chiamare. Ed e’ una necessità, che una parte del salario goda di una garanzia di tutela automatica contro l’inflazione. E che si arrivi un salario minimo per precari e disoccupati, ad un reddito sociale garantito.
Proponiamo una generalizzazione di vertenze aziendali sul salario e sulle condizioni di lavoro che liberino i lavoratori dai più pesanti ricatti sulla produttività e sulla flessibilità. Una stagione di vertenze che si ponga l’obiettivo di recuperare in cinque o sei anni la quarta settimana, almeno per cominciare a risalire dalla frana del potere d’acquisto. Per questo noi non accetteremo più piattaforme contrattuali che non propongano aumenti reali e proporremo nelle consultazioni che per tutta questa fase di recupero salariale si chiedano aumenti uguali per tutti. Dobbiamo praticare una assoluta intransigenza sulla condizione del lavoro, sulla salute e sulla sicurezza. Ora che la Confindustria ha mostrato tutta l’ipocrisia della sua posizione, contrastando il Testo Unico sulla sicurezza, possiamo dire con più forza che è l’attuale organizzazione del lavoro che uccide alla ThyssenKrupp, a Molfetta, in tutta Italia.

Non è accettabile che Cgil, Cisl e Uil trattino su un documento che non solo finora non viene sottoposto alla consultazione, ma che non ha alternative. Noi chiediamo ai gruppi dirigenti del sindacato di organizzare una consultazione finalmente trasparente e democratica, condotta esclusivamente tra i lavoratori visto che si tratta di contrattazione, con la possibilità che essi scelgano tra due ipotesi. Da un lato la “devolution” contrattuale, dall’altro la nostra proposta, che punta al rafforzamento del contratto nazionale come via per migliorare anche la contrattazione e il potere nei luoghi di lavoro. Siamo convinti che una consultazione paritaria tra le due ipotesi porterebbe a dei pronunciamenti non previsti dal gruppo dirigente. In ogni caso la chiediamo nella Cgil.

La necessità di una consultazione sul sistema contrattuale che non riproduca le distorsioni e gli autoritarismi di quella sull’accordo del 23 luglio del 2007, ripropone la questione centrale della democrazia sindacale. Essa va affrontata almeno sotto tre aspetti:

? diritto delle lavoratrici e dei lavoratori interessati a votare sulle piattaforme e sugli accordi con referendum, organizzati in maniera che sia garantita la trasparenza delle procedure di voto, la partecipazione e il controllo di entrambe le posizioni. Basta con le consultazioni dove i gruppi dirigenti ai vari livelli sono gli unici ad aver diritto di parola, di controllo, di organizzazione del voto.

? Diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad eleggere rappresentanze in tutti i luoghi di lavoro senza privilegi per nessuno. Abolizione della quota di 1/3 e diritto per tutte le organizzazioni e le associazioni di lavoratori di presentarsi alle elezioni con pari dignità. Nuove forme di organizzazione dei lavoratori nei reparti, nel territorio, nelle filiere della produzione dell’ appalto.

? Diritto alla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori nelle scelte del sindacato, attraverso forme di consultazione, di inchiesta, di elaborazione di piattaforme e rivendicazioni. Basta con le piattaforme e gli accordi catapultati sulla testa delle persone.

In questi anni l’attività sindacale, compresa quella nella Cgil, ha subito una profonda burocratizzazione: è stato il modo di sopravvivere all’attacco della globalizzazione, ma il prezzo pagato è un sindacato che sempre più spesso ha una vita interna fondata sul comando e che sta progressivamente rinunciando a promuovere la rappresentanza e partecipazione democratica. La lotta antiburocratica è centrale per noi, perché oggi il sindacato di mercato e aziendalista può mantenere una funzione politica forte proprio attraverso l’estensione di funzioni burocratiche e di servizio, dagli enti bilaterali, ai fondi pensione, ai fondi sanitari. E’ una sorta di funzione sussidiaria del sindacato rispetto allo stato sociale, nella quale la riduzione dei diritti dei lavoratori viene compensata da una crescita delle funzioni della burocrazia sindacale. E’ questo fenomeno che spiega il paradosso italiano per cui al peggiore andamento dei salari e dei diritti del mondo occidentale corrisponde un’apparente crescita della forza organizzata del sindacato. In altri paesi i lavoratori sono andati indietro e il sindacato con essi, in Italia i lavoratori sono andati indietro e il sindacato ha aumentato visibilità e iscritti. Questo è lo scambio vero della concertazione. Quello tra arretramento dei diritti e burocratizzazione delle funzioni sindacali. Non sappiamo se questo scambio potrà continuare a durare o se, a un certo punto, il sistema economico e le imprese non lo riterranno più conveniente. Ma in ogni caso questo scambio per noi non è più accettabile. Per questo la lotta sulle condizioni di lavoro è anche lotta per cambiare il sindacato, per ricostruire la catena della partecipazione, per affermare un altro punto di vista rispetto a quello del mercato, dell’impresa, delle compatibilità economiche.

I due anni di governo di centrosinistra sono stati profondamente negativi per il sindacato e per i lavoratori. Non solo perché i risultati non sono venuti e si è aggravata la crisi dei salari e delle pensioni. Non solo perché la legislatura si chiude e tutte le leggi della destra sul mercato del lavoro e sui diritti, dalla Legge 30 alla Bossi-Fini, sono ancora lì. Non solo perché non c’è stata alcuna redistribuzione della ricchezza, nessun ricco ha pianto. Ma anche perché questi anni hanno distrutto speranza e fiducia. È cosi che si è creata la possibilità di un ritorno al governo della destra peggiore d’Europa. La sindrome del governo amico ha fatto più danni che una sconfitta sindacale sul campo. Essa ha inquinato profondamente il rapporto tra sindacato e lavoratori. Ha reso sospette le mobilitazioni avvenute contro la politica del governo berlusconi, ha creato un senso di inaffidabilità e sfiducia nell’organizzazione sindacale. E, alla fine, ha fatto danni allo stesso governo di centrosinistra, che se avesse avuto di fronte un sindacato capace di scioperare su leggi finanziarie ingiuste, forse avrebbe trovato la via per non crollare ingloriosamente. La Cgil in particolare è oggi vittima di questa sindrome. Cisl e Uil avevano firmato il Patto per l’Italia e possono quindi sostenere che sono amici verso qualsiasi governo che non sia esplicitamente antisindacale. La Cgil no: al congresso si è affidata al centrosinistra proponendo il patto di legislatura. Poi ha vissuto alla giornata, arrivando a motivare il sì all’accordo del 23 luglio 2007 con il no alla crisi al governo, teorizzando che le richieste sindacali dovevano necessariamente tenere conto non solo delle compatibilità economiche, ma anche di quelle politiche. Di fronte ai fenomeni di casta della politica oramai insopportabili e intollerabili per la grande maggioranza dei lavoratori, il sindacato confederale avrebbe potuto rappresentare un argine positivo verso la sfiducia e la rassegnazione, purché si fosse profondamente distinto e allontanato dai meccanismi del sistema politico. Invece non è stato così. C’era bisogno d’indipendenza e invece si è ridotta l’autonomia. Oggi la caduta di autonomia si traduce nel collateralismo che c’è di fatto tra la parte preponderante del gruppo dirigente dentro la Cgil e il Partito Democratico. Un collateralismo fondato non solo sul sostegno alle candidature dei dirigenti sindacali, ma soprattutto sull’egemonia culturale che il riformismo del Partito Democratico esercita sul gruppo dirigente della confederazione. Già si parla della necessità di riprodurre a livello sindacale il processo che ha portato alla fusione tra Ds e Margherita, cioè si propone, senza dirlo, di costruire la confederazione sindacale affine al Partito Democratico, che naturalmente affermerà con sdegno la propria autonomia, salvo poi essere collaterale e coincidente praticamente con tutte le scelte fondamentali di quel partito. Vogliamo dirlo anche qui senza equivoci: siamo nati come Rete per l’indipendenza sindacale, che vuol dire indipendenza dai padroni, dai governi e anche dai partiti politici. In concreto questo oggi vuol dire lotta per l’indipendenza della Cgil dal Partito Democratico. Siamo contrari ad un processo costituente che porti a un sindacato unico, egemonizzato dalla cultura del Partito Democratico, qualcuno ha chiamato questo processo la costruzione della “grande Cisl”. Noi contrasteremo a fondo questo processo nel nome dell’interesse dei lavoratori, che hanno bisogno di un sindacato che pratichi il conflitto sociale e la solidarietà di classe. Lo faremo anche a nome della storia della Cgil, della quale ci sentiamo fino in fondo parte, della quale rivendichiamo identità e cultura. Lottiamo per l’indipendenza della Cgil a livello nazionale e a livello locale. Anche perché spesso nelle regioni e nelle province ci sono cadute di autonomia gravi. Basti pensare al vuoto assoluto della Cgil Campania di fronte alla catastrofe dei rifiuti e alla totale identificazione del suo gruppo dirigente con le giunte di centrosinistra.

A questo punto sorge la domanda. Quest’impegno per cambiare la piattaforma sindacale per la democrazia e l’indipendenza, per fermare la deriva moderata e concertativa verso il sindacato unico di mercato che possibilità reali ha di ottenere dei risultati? Non intendiamo rispondere a questa domanda con affermazioni di principio o di tipo sentimentale. Sappiamo perfettamente che la Cgil, così com’è oggi, non è in grado di procedere ad alcuna vera autoriforma. Per questo noi proponiamo un percorso che organizzi il contrasto e l’opposizione alla deriva in atto. Questo è l’obiettivo concreto della Rete: promuovere e partecipare alla costruzione dentro la Cgil di una forza di massa, che unisca oggi tutte e tutti coloro che in questi anni si sono opposti alla concertazione e al moderatismo sindacale. Sappiamo che nel mondo del lavoro questi anni di arretramento hanno prodotto in tante realtà un adattamento, un arrangiarsi, sentimenti di rassegnazione, che per ora non portano alla lotta. Ma sappiamo anche che quando una parte consistente di lavoratori si mette in moto, anche se non è maggioritaria essa è in grado di spostare coscienze ed equilibri e di modificare i rapporti di forza. Questa forza può incidere profondamente nella vita della Cgil e fermare il processo di unificazione delle pratiche, delle culture, delle rivendicazioni con Cisl e Uil. Non siamo antiunitari, l’unità sindacale degli anni Settanta, fondata sui Consigli di fabbrica, la partecipazione e la democrazia, è un modello per noi. L’unificazione ideologica degli apparati sotto la cultura del Partito Democratico, invece, no. Per questo lavoriamo perché nella Cgil ci sia una forza organizzata tale da poter imporre un’altra agenda nelle scelte dell’organizzazione. Per questo non si può più parlare semplicemente di dissensi, ma bisogna organizzare l’opposizione, un’opposizione che arrivi nei luoghi di lavoro, che sia in grado ovunque di essere visibile e riconoscibile come strumento per cambiare le cose.
Questo percorso di organizzazione dell’opposizione in Cgil per noi si dovrà perfezionare con la presentazione al prossimo congresso, che sarebbe saggio fare presto visto tutto quello di cui si discute, di una mozione globalmente alternativa alle posizioni dell’attuale maggioranza confederale. Non intendiamo riproporre lo schema degli emendamenti prima di tutto perché le differenze sono oggi troppo ampie dentro la Cgil per essere ridotte a questo o a quell’emendamento, e, in secondo luogo, perché vogliamo organizzare una forza partecipata e di massa, come può avvenire solo attraverso la mozione alternativa.
Questa è una decisione che assumiamo già sin d’ora e sulla quale iniziamo un percorso di organizzazione, provincia per provincia, categoria per categoria, costituendo a questo scopo ovunque l’Area programmatica Rete28Aprile. Questo lo faremo ovunque perché è indispensabile per organizzarci, ma ovviamente, nel realizzarla, terremo conto delle differenze politiche e delle scelte dei gruppi dirigenti, in primo luogo della differenza che c’è tra la maggioranza della Fiom e quella che dirige gran parte dell’organizzazione.
Proponiamo la mozione alternativa a tutte e tutti coloro che non si rassegnano al declino della Cgil. Ci rivolgiamo a coloro che si richiamano alla storia della sinistra sindacale. Alle esperienze territoriali, che di fronte alla centralizzazione della gestione sindacale, rischiano di essere travolte, come è avvenuto nella Camera del lavoro di Brescia. Proponiamo questa scelta a Lavoro Società, che secondo noi ha esaurito la sua funzione di corrente critica della maggioranza e, come dimostra tutto il clima interno all’organizzazione, dovrà scegliere: o di là o di qua. Proponiamo questa scelta all’attuale maggioranza politica che governa la Fiom, che è anch’essa di fronte a un bivio. O rendere sempre più ininfluenti i propri dissensi, oppure accettare la responsabilità di rappresentare una parte di mondo del lavoro che non si rassegna. Se la Fiom scegliesse, scontando anche una forte dialettica interna, di schierarsi all’opposizione rispetto alla linea di concertazione della Cgil, questo produrrebbe un fatto senza precedenti nella vita del nostro sindacato e probabilmente permetterebbe risultati impensati sul piano degli equilibri e dell’azione concreta. Oggi il dissenso non basta più, c’è una parte non piccola dell’organizzazione che oramai dà per scontato che ci sono un po’ di rompiscatole a cui non va bene niente. Quello che oggi serve è organizzare il dissenso in maniera che incida nella vita concreta dell’organizzazione, non solo nei direttivi e nelle strutture, ma nei territori e nei luoghi di lavoro. Lì un dissenso organizzato, capace di arrivare alle tante lavoratrici e lavoratori che non ne possono più, può fare la differenza.
Questo è l’obiettivo concreto della Rete: a tutte le altre forze della sinistra sindacale diciamo con chiarezza che siamo disposti a mediare su molte questioni, ma non sulla presentazione di un documento alternativo al prossimo congresso, di cui è necessario iniziare la preparazione già in questa fase. Anche perché pensiamo che un documento alternativo oggi debba essere frutto di una consultazione e di un’inchiesta tra le iscritte e gli iscritti, per elaborare proposte, piattaforme, procedure e modalità di lavoro.

Vogliamo dire ai sindacati di base, con i quali partecipiamo al movimento e al patto contro la guerra e a diverse iniziative, in particolare contro la precarietà e per la democrazia sindacale, che è giusto riconoscere reciprocamente e con maturità la differenza dei percorsi. Noi riteniamo che sia interesse dei lavoratori, oggi, che dentro il sindacato confederale, dentro la Cgil, ci sia un’opposizione di massa in grado di produrre risultati politici e contrattuali. Siamo convinti che in questo modo organizziamo forze che altrimenti si disperderebbero. Nello stesso tempo rispettiamo le scelte del sindacato di base, che ovviamente si fondano su un giudizio diverso dal nostro sulle sedi della battaglia politica. Noi non proponiamo un’adesione acritica e sentimentale alla battaglia interna alla Cgil. Noi ci proponiamo di organizzare una forza di massa in grado di pesare. Abbiamo molti terreni di iniziativa comune che proponiamo di sviluppare. La lotta per la democrazia sindacale e contro le leggi sulla precarietà del lavoro, sostenendo la legge sulla rappresentanza e l’abrogazione della legge 30, del pacchetto treu, della Bossi-Fini. Dobbiamo tutti investire sul protagonismo dei delegati e delle Rsu, come è avvenuto in alcune vertenze. E poi c’è tutto il campo dei movimenti per i diritti e contro il liberismo, noi non rinunciamo all’idea i arrivare ad un forum sociale italiano,completamente indipendente da partiti e governi.

Dobbiamo sentirci davvero parte della mobilitazione in atto per la difesa dei diritti e della libertà delle donne, contro l’intollerabile attacco conservatore e clericale. Consideriamo un arretramento la scelta della Cgil di celebrare l’8 marzo insieme a Cisl e Uil, sottraendosi così a una mobilitazione che deve avere il senso di una risposta più diretta al durissimo attacco, anche da parte clericale, alle conquiste e ai diritti delle donne. Che non colpisce solo loro ma la libertà di tutti. La vergogna della battuta di Berlusconi sulla lavoratrice precaria. Il familismo, anche quello sociale che viene riproposto nella campagna elettorale dal 90% dello schieramento politico, è sempre stato e sempre sarà un modo per santificare (scusate la battuta) il ruolo subalterno della donna e della donna che lavora.
Vogliamo partecipare al movimento contro la guerra, contro l’aumento delle spese militari, contro gli impegni militari internazionali dei governi italiani. La scandalosa vicenda del Kosovo, l’intervento in Afghanistan, la missione in Libano che oramai avviene in un contesto di totale subalternità del nostro paese alle scelte del cosiddetto mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, sono il segno che bisogna ricostruire la mobilitazione per la pace e contro la guerra. Dobbiamo ricominciare a mobilitarci per il diritto del popolo Palestinese ad avere uno stato e contro la vergogna del muro che chiude i territori palestinesi e contro l’assedio a Gaza.
Siamo al fianco dei movimenti popolari, dai No Tav ai No a Dal Molin, che nei prossimi mesi saranno sottoposti a pensanti pressioni, chiunque sia al governo.
L’indipendenza dei movimenti dalla politica è stato la nostra prima scelta, le vicende di questi anni dimostrano quanto essa sia indispensabile. Con il governo di centro sinistra si è acuita una crisi dei movimenti che già c’era, ma che sicuramente poteva essere affrontata in modi diversi e più positivi se non ci fosse la sindrome del governo amico. Ora si tratta di ripartire, con tutte le difficoltà del caso e mettendo in premessa che ogni collateralismo deve essere cancellato. Quello con il Partito Democratico ma anche quello con la Sinistra Arcobaleno e con qualsiasi forza politica organizzata. L’indipendenza deve diventare un valore costituente di tutti i movimenti e di tutte le organizzazioni sociali e civili che oggi vogliono in Italia contrastare il liberismo, il mercato, la guerra e la sopraffazione dei diritti. Anche per questo noi, che lottiamo e lotteremo in totale contrapposizione alla destra di Berlusconi abbiamo scelto in queste elezioni di non fare nessuna dichiarazione di schieramento o di appartenenza. Le singole compagne e compagni che appartengono alla Rete faranno le loro scelte come cittadini, ma la Rete non fa alcuna scelta di voto.

Care compagne cari compagni, con questa assemblea la Rete dà l’avvio al proprio percorso. Chiediamo a tutte e tutti coloro che vogliono provarci, un impegno preciso in un certo senso a progetto….due anni di costruzione collettiva fino al congresso e alla verifica democratica che tutti assieme faremo. Per questo chiediamo la rigorosa applicazione dello statuto che garantisce la libertà di dissenso e di organizzazione dell’opposizione nella Cgil. Ci proponiamo quindi:

1. Dopo le elezioni, entro la fine del mese di maggio, una conferenza della Rete nel Mezzogiorno, a Napoli.

2. Un percorso di organizzazione della Rete in tutte le province e in tutte le categorie, con la costituzione di coordinamenti che definiscano portavoce sulla base del principio della verifica democratica delle decisioni nelle assemblee e con i delegati.

3. La realizzazione a luglio della festa nazionale della Rete, in continuità con l’esperienza positiva di Parma. Questo anche perché non possiamo assolutamente rinunciare, per operare, a forme concrete di autofinanziamento.

4. Un programma di formazione che approfondisca i temi della nostra piattaforma, sia sul versante dell’economia, sia su quello dei diritti e della contrattazione, sia su quello dello stato sociale.

5. Il potenziamento del sito come strumento non solo di comunicazione ma anche di partecipazione, estendendone la funzione di blog aperto.

6. La costruzione di un sistema di fogli di informazione da diffondere nei luoghi di lavoro, come strumento di partecipazione, di informazione, organizzazione e lotta.

Le proposte dettagliate di organizzazione della Rete sulla base dei principi qui definiti, saranno gestite dal Gruppo nazionale di Continuità.

Se riusciremmo a realizzare almeno una parte degli obiettivi che qui ci prefiggiamo cambierà la vita della Cgil e anche le prospettive per tante lavoratrici e lavoratori. Le riunioni hanno dimostrato che la fase della depressione di quest’ultimo anno si è conclusa e che quelli che sono con noi lo sono prima di tutto perché hanno voglia di reagire e di darsi da fare. Oggi è in corso un tentativo finale di cancellare anche il ricordo di quello che fu il Sessantotto. E’ una campagna reazionaria che ha anche obiettivi concreti, lo Statuto dei lavoratori, i diritti e le libertà che furono il risultato di quella stagione di contestazioni. C’è però qualcosa di più profondo, c’è la voglia di mettere in riga, di ricostruire l’obbedienza, di cancellare il diritto a dire no, a pensare con la propria testa. C’è un’educazione alla rassegnazione e all’accettazione dello stato delle cose esistenti. E’ questo il messaggio che si vuol mandare alle nuove generazioni. C’è solo da ubbidire e da arrangiarsi. Chi ancora usufruisce dei diritti conquistati negli anni Settanta ha il dovere di non tenerseli per sé ma di tramandarli a chi viene dopo. Questo è l’impegno politico e morale che ci muove, e che ci fa andare controcorrente con determinazione e anche con la giusta indignazione. Per questo: al lavoro e alla lotta.

Giorgio Cremaschi