«Assediano i campi per negare i nostri diritti»

I rifugiati palestinesi denunciano i piani di Usa e Francia per costringerli all’emigrazione

INVIATO A BEIRUT
«I rifugiati palestinesi in Libano sono stretti tra la paura del futuro, ed in particolare dei piani Usa per cancellare il nostro diritto al ritorno e l’esistenza stessa dei campi e della resistenza e una realtà quotidiana di miseria e di discriminazioni – con il divieto a possedere persino la loro casa – a cui si accompagna un peggioramento costante dei servizi forniti dall’Unrwa (l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi n.d.r.). Parallelamente questa tragica situazione, che rischia di diventare nei prossimi mesi ancora più tragica in seguito alla campagna di Usa e Francia per destabilizzare Libano e Siria, è momentaneamente alleviata dall’abolizione del divieto a fare una cinquantina di lavori e da una maggiore richiesta di manodopera palestinese dopo la partenza degli operai siriani». Qassem Aina coordinatore delle Ong palestinesi in Libano, ci confessa così, nonostante il suo inossidabile ottimismo, le sue preoccupazioni per le sempre più forti pressioni sui rifugiati palestinesi affinché rinuncino ai loro diritti e alle loro armi di difesa e quindi a quella extraterritorialità – di cui i campi profughi hanno goduto dal 1969 – che ha permesso loro di sopravvivere sino ad oggi. I campi sono del resto sempre circondati dall’esercito libanese che con le sue garritte a strisce bianche e rosse controlla che non vengano costruite abitazioni al di fuori del perimetro originario del 1948 e quindi, rigidamente, regola l’entrata e l’uscita dei profughi. Un controllo che prima della «rivoluzione» del 1969 riguardava anche l’interno dei campi con arresti, perquisizioni, coprifuoco etc. Ed è quella realtà di oppressione che Usa, Francia e Kofi Annan sembra vogliano far tornare dal momento che miseria, abbandono, discriminazioni – oltre ai bombardamenti israeliani, ai massacri e alla pulizia etnica dei falangisti filo-israeliani e a due invasioni con decine di migliaia di morti – non hanno ancora convinto la gran parte dei profughi palestinesi ad andarsene dal Libano, il più lontano possibile dalla Palestina. Finché esisteranno quei campi profughi sarà infatti difficile far dimenticare al mondo l’esistenza dei rifugiati palestinesi cacciati dalla loro case in quella che non era affatto «una terra senza popolo per un popolo senza terra». «La risoluzione 1559 non dovrebbe riguardare la resistenza libanese e quella palestinese in quanto esse sono organizzazioni per la liberazione nazionale e non milizie che agiscono all’interno del Libano – ci dice Ali Barakeh esponente di Hamas – e intende creare una divisione e uno scontro tra palestinesi e libanesi e tra gli stessi libanesi. In questa situazione sarebbe molto importante serrare i ranghi palestinesi e arrivare ad un rilancio unitario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina basata su principi democratici. I colloqui in questo senso con una delegazione di Fatah guidata da Abbas Zaki sono stati positivi ma nell’Anp, grazie alle pressioni Usa, vi sono forti resistenze in questo senso». «Non vogliono il rilancio dell’Olp – continua l’esponente di Hamas – perché l’Olp rappresenta non solo gli abitanti dei Territori occupati ma tutti i palestinesi, anche i profughi che nei piani Usa devono rimanere fuori da ogni presunta soluzione del conflitto». «Ora dopo il ritiro da Gaza, grazie alla resistenza, Sharon tenta – continua Ali Barakeh – di annettersi gran parte della West Bank con il muro dell’apartheid e sarà lì che prima o poi inizierà una terza Intifada per la liberazione nazionale». Sulla necessità di rivitalizzare l’Olp concordano ormai tutte le organizzazioni palestinesi in Libano e tra di loro si respira un’aria assai più distesa che in passato. Prova ne sia la manifestazione unitaria, la prima da molti anni, per ricordare il massacro del 1982 nei campi di Sabra e Chatila svoltasi lo scorso 16 settembre. Le forze politiche del resto sono spinte in questo senso anche dagli abitanti stessi dei campi. Di qui il grande sviluppo delle Ong e nuovi tentativi di «democrazia diretta» come il nuovo «comitato popolare» eletto nel maggio scorso dalla popolazione di Chatila con candidati «esterni» ai partiti tradizionali.

Il nuovo comitato, di undici persone, si riunisce nel vecchio «Centro giovanile» ex sede del Fronte Popolare, e si è subito messo la lavoro per cercare di affrontare i drammatici problemi del campo, con il lancio di un’auto raccolta volontaria delle immondizie. «Non abbiamo nulla contro le organizzazioni politiche – ci dice uno dei membri del comitato popolare Mohammed Kalam in un buon spagnolo eredità dei suoi lunghi viaggi in Spagna e nell’isola di Cuba – e siamo pronti a lavorare con loro ma l’ultima parola deve spettare alla gente che vuole concretezza e unità e non parole. Il cielo sta per cadere di nuovo su di noi e abbiamo bisogno del contributo e della partecipazione di tutti».