Assalto al muro di Melilla. Morti altri sei migranti

Volevano scavalcare la barriera della enclave spagnola
Scontri e spari con i poliziotti marocchini

Sono morti nella notte. Mentre cercavano di superare lo sbarramento di polizia. Sono morti cercando di forzare le protezioni intorno al posto di frontiera. Sono morti, calpestati o colpiti dal fuoco dei mitra, sognando quell’Europa che li ha respinti. Non
dà segni di diminuire la costante pressione dei clandestini subsahariani intorno a Ceuta e Melilla, le due «enclave» spagnole in territorio marocchino: un nuovo assalto alla seconda è stato fermato l’altra notte dalle polizie delle due parti della frontiera, ma con un bilancio di 6 migranti morti, che si aggiungono alle cinque vittime dello scorso 29 settembre, due delle quali raggiunte da colpi d’arma da fuoco. Per la prima volta le autorità marocchine hanno ieri ammesso la responsabilità delle loro forze di sicurezza: il governatore della provincia di Nador, Abdellah Bendhiba, ha dichiarato in un comunicato che i sei clandestini, di origine subsahariana, sono periti durante un assalto «di rara violenza» contro postazioni di sorveglianza della polizia marocchina nelle foreste di Gourougou, che ha «obbligato i servizi di sicurezza a rispondere, nel quadro della legittima difesa». Le sei vittime facevano parte di un gruppo di 500 clandestini che – come avviene ormai con regolarità dal mese di settembre – si preparavano a forzare la barriera di contenimento che circonda Melilla: secondo il governatore di Nador, 290 dei loro compagni sono stati arrestati. Il nuovo tentativo di assalto al muro di Melilla è arrivato poche ore dopo che la vicepremier spagnola, Maria Teresa Fernandez de la Vega, aveva visitato al città, per poi proseguire verso Ceuta, al fine di rendersi conto della realtà locale e mandare un messaggio di solidarietà alla popolazione, che non ha apprezzato affatto il tono usato dal primo ministro Josè Luis Rodriguez Zapatero nel suo recente incontro con il collega marocchino, Driss Jettou, a Siviglia. Lo stesso Zapatero, infatti, si è affrettato ieri a chiarire che l’appartenenza di Ceuta e Melilla alla Spagna «non è né sarà messa in discussione», ma ha espresso la sua solidarietà verso il Marocco, che ha definito «anch’esso vittima della pressione migratoria». «Ogni giorno si esige dal Marocco che cooperi al massimo, ma la risposta non è facile, perché non stiamo affrontando un problema di ordine pubblico in senso stretto», rimarca il premier spagnolo. La vera novità in risposta alla persistente crisi dell’immigrazione clandestina a Ceuta e Melilla, però, è arrivata ieri dal ministro degli Interni spagnolo, Josè Antonnio Alonso, il quale in Parlamento ha annunciato che il governo si appresta ad espellere via mare e verso il Marocco un primo gruppo di circa 70 clandestini, in applicazione di un accordo bilaterale del 1992.
Alonso ha anche annunciato l’invio di rinforzi militari verso le due città, nonché il rafforzamento degli ostacoli posti intorno a quelle che ha definito «le frontiere meglio protette dell’Europa», ma è stata la notizia delle prossime espulsioni (probabilmente da Algeciras a Tetuan) a scatenare polemiche, giacché alcune associazioni per i diritti umani ed Ong attive nel campo dell’immigrazione le hanno definite illegali. E mentre Alonso ha ribadito che la Guardia Civil spagnola non ha alcuna responsabilità nella morte dei due clandestini trovati uccisi con colpi di arma da fuoco il 29 settembre, Zapatero ha ribadito la sua intenzione di richiedere l’assistenza dell’Unione Europea per la lotta all’immigrazione illegale nel prossimo vertice di Surrey (Gran Bretagna). Intanto, migliaia di disperati continuano a premere ai «cancelli» di Melilla. «Cancelli» blindati per l’«esercito» dei senza speranza.