Ashura, la «festa» più sanguinosa

La giornata dell’Ashura, la rievocazione del martirio dell’Imam Hussein, la principale ricorrenza religiosa sciita nel decimo giorno del mese di Muharrem, è stata segnata non solo dal sangue dei flagellanti e dei fedeli che si feriscono nelle processioni rituali per mostrare tutto il loro dolore e rimorso per aver abbandonato nelle mani dei califfi di Damasco i fondatori della loro fede, ma soprattutto da quello delle vittime di un’altra giornata di attentati, rappresaglie, attacchi alle forze di sicurezza e alle truppe americane che ha registrato l’uccisione di almeno cento iracheni e tre soldati americani.
In occasione della festa dell’Ashura, della identità sciita, l’intero paese è stato percorso ieri da almeno due milioni di fedeli, le donne con la tradizionale Abaya, il mantello nero lungo dalla testa ai piedi che lascia scoperto il volto, gli uomini con delle casacche nere, che si percuotevano con dei mazzi di catene o si ferivano il capo con dei lunghi coltelli. O semplicemente, i più, che si battevano il petto in segno di dolore rivivendo il martirio di Hussein che nel 680 si lanciò con i suoi 72 compagni contro le soverchianti forze del califfo Omayade Yazid nella verde piana di Kerbala trovandovi il martirio. Suo padre Ali (cugino e genero di Maometto considerato dagli sciiti come il legittimo successore del profeta) era stato già ucciso alcuni anni prima, nel 661 a Kufa, da un sicario ed era stato sepolto nella vicina Najaf. Qui in questa città di roccia circondata dal deserto, accanto alla grande moschea dalla cupola d’oro con il mausoleo di Ali, sorge il più grande cimitero del mondo dove ogni sciita desidera essere sepolto.
Le eccezionali misure di sicurezza, ma anche gli appelli delle principali autorità religiose sunnite, hanno fatto sì che la giornata di ieri a Najaf e Kerbala trascorresse, dopo i 400 morti di domenica, senza particolari incidenti. Gli attentati più gravi hanno invece avuto luogo nella provincia di Diyala, dove anche grazie ai massacri delle forze governative sciite filo-iraniane – che gli Usa dopo aver incoraggiato stanno ora cercando di limitare – si sono radicati diversi gruppi armati vicini ad al Qaida. Il bilancio più pesante degli attacchi contro i pellegrini è quello a Dur Mandali, a nord di Baghdad, vicino a Balad Ruz, verso il confine con l’Iran, dove un kamikaze ha provocato almeno 23 morti. Tredici pellegrini sciiti provenienti dal Kurdistan sono rimasti uccisi da un’altra esplosione a Khanaqin, sempre a nord-est di Baghdad mentre tre sono state le vittime di una sparatoria contro un autobus di pellegrini e sud di Baghdad. L’intera zona attorno alla capitale è ormai divenuta off limits per gli sciiti mentre a loro volta, in città, le milizie sciite governative stanno cercando, con il terrore degli squadroni della morte e con il sostegno delle truppe Usa, di assumerne il controllo costringendo i sunniti a trasferirsi altrove e ad emigrare. A tale proposito ieri una pioggia di colpi di mortaio è caduta sul quartiere sunnita di Adhamia da settimane sotto il fuoco, facendo almeno una ventina di vittime, mentre le forze di sicurezza arrestavano nella zona una ventina di giovani trovati poi uccisi con un colpo alla nuca in una discarica di Sadr City. Colpita dai mortai anche la moschea sunnita di Um al Qura sede del Consiglio degli Ulema, e il quartiere, anch’esso sunnita, di Adil. Si ignora il numero delle vittime degli attacchi di ieri sui quartieri sunniti – dovrebbero essere almeno 50 – anche perché questi ultimi non possono portare i loro feriti in gran parte degli ospedali controllati dalle milizie sciite di Moqtada al Sadr e neppure, per la stessa ragione, possono andare a riconoscere i loro cari uccisi all’obitorio. La triste incombenza del recupero dei cadaveri è così spesso affidata a vicini di casa o a membri della stessa tribu di religione sciita.
A complicare ancor più qualsiasi interpretazione della situazione irachena è poi venuta domenica la battaglia tra le forze Usa e un migliaio di membri dell’«Esercito del Paradiso», un movimento millenarista sciita con un seguito anche tra i sunniti, che ha avuto luogo domenica a pochi chilometri da Najaf. Obiettivo della setta sarebbe stato quello di uccidere l’intera leadership religiosa sciita di Najaf, primo passo verso il ritorno del Mahdi il dodicesimo Imam,«scomparso» nel nono secolo che riapparendo aprirà un’era di pace e di giustizia. La battaglia sarebbe stata durissima ma, nonostante i bombardamenti americani, grazie ai grandi palmeti e ad una forte tempesta di sabbia almeno 500 dei 1500 membri della setta sarebbero riusciti a fuggire. Se ciò fosse vero potremmo sentir presto parlare di loro.
Il loro leader, un quarantenne originario di Hilla, Thiya Abdul Zahra Kathum al-Qarawi, sarebbe stato ucciso nei combattimenti. Nessuno sembra averlo mai conosciuto anche se alcuni giorni fa la setta aveva distribuito a Najaf e Kerbala un opuscolo, con una sua foto, nel quale il presunto rappresentante del Mahdi aveva minacciato di morte i «predicatori di incredulità e oscurantismo», di Najaf a cominciare dall’ayatollah al Sistani e i suoi protettori americani e iraniani.