“Ascoltare il disagio degli operai”

—«Non vogliamo far cadere il governo», ma Prodi «stavolta» deve esercitare il suo ruolo «in autonomia» garantendo la «collegialità». Il segretario del Prc, Franco Giordano, non usa toni ultimativi nei confronti di Palazzo Chigi e nello stesso tempo difende le scelte della Fiom. È sicuro che si possano apportare delle modifiche alla riforma delle pensioni, da approvare comunque entro la fine dell’anno, e al protocollo sul welfare che dovrebbe prendere le forme di un disegno di legge da esaminare con molta calma. Magari l’anno prossimo. Però, il “no” dei metalmeccanici non può essere derubricato a fatto secondario.

«Provo un senso di inquietudine. La risposta data da una parte della politica al più grande sindacato di categoria è il segno di un’incapacità a comprendere la società italiana. Si sono tutti dimenticati dei fischi a Mirafiori?».

Ce l’ha con i suoi alleati? Con il partito democratico?
«Guardi, non so quali ambienti frequentino quelli che animano il dibattito nel Pd. Però c’è uno studio di Mediobanca – ripeto, di Mediobanca – che fotografa il nostro Paese: 38 tra le più grandi imprese italiane hanno aumentato i loro profitti del 50 per cento negli ultimi cinque anni. Nelle stesse aziende i lavoratori dipendenti hanno perso illoro potere d’acquisito del 10 per cento. Larga parte delle famiglie italianesono indebitate per più della metà del loro reddito e questo per una mera questione di sussistenza».

Che c’entra con il no della Fiom?
«C’entra e come. La politica deve avere l’umiltà di ascoltare queste sofferenze. Il governo non può volgere lo sguardo dall’altra parte. Non si può dire “era scontato “. Tra i rimpasti per trovare il posto a qualcuno, le alleanze di nuovo conio e la sofferenza sociale, io so da che parte stare».

La Fiom non è tutto il sindacato. Ci sarà una consultazione dei lavoratori. E la Cgil rischia di spaccarsi come non mai.
«Il referendum sarà una grande prova democratica. Che, però, va interpretata. Non oscura il malessere operaio o dei giovani precari. Quanto alla Cgil, ricordo che la storia del sindacato è una grande storia di autonomia. Oggi, invece, c’è una tendenza autoritaria a schiacciare tutte le autonomie».

Insomma la Fiom è l’altra faccia della medaglia scagliata nei giorni scorsi da Beppe Grillo?
«Grillo occupa un vuoto. Se la politica non dà risposte, tutto si risolve nel vaffa-day. Noi vogliamo dare delle risposte. In caso contrario rischiamo lo tsunami della politica».

Cosa chiede allora al governo e alla maggioranza?
«Su alcuni temi raccolga le indicazioni della Fiom. Lo faccia tutta l’Unione. Sarebbe quindi utile tirare fuori le pensioni dal percorso della finanziaria e tenere conto della specificità operaia. E sul mercato del lavoro affidarsi ad un disegno di legge per ridiscutere con calma la questione dei contratti a termine e la legge Biagi. Proprio come è scritto nel programma di governo».

Ci sarà la crisi di govemo se Prodi non accetterà i suoi consigli?
«Prodi parla di “collegialità”. Questa presuppone che tutti, e non solo una parte, partecipino alle scelte. Se critichiamo, non possiamo essere automaticamente accusati di volere la crisi. Non la auspichiamo e non la vogliamo. Romano svolga in autonomia il suo ruolo».

Nel campo riformista temono che lei sia “schiacciato” dalla Fiom. E che la manifestazione del 20 ottobre sia una bomba ad orologeria.
«Io ascolto una difficoltà. Ma si esca da questo terreno mimetico per cui si confonde una cosa con un’altra. La manifestazione di ottobre vuole rispondere a un malessere. La polemica su chi deve o non deve sfilare sono davvero il segno di un degrado culturale cui non voglio partecipare».

Dall’altro ieri, però, la “cosa rossa” sembra compromessa e c’è chi parla di scissione nel suo partito.
«Non vedo questi rischi. Sia per quanto riguarda il dialogo con Verdi, Pdci e Sd, sia al nostro interno».