Ascoltare Adorno. Leggere Mahler

Nessuno che abbia ascoltato, fosse pure una sola distratta volta, squarci o brandelli della musica di Mahler, può aver cancellato l’impressione che quei suoni gli hanno inferto, come un colpo d’amore nelle viscere: scoppi bercianti di legni e di ottoni che mentre sembrano appagare l’orecchio avido di conclusioni, si frantumano in taglienti ghiacci preistorici; stasi immense come bonacce su cui si leva un violino da musicante, l’arabesco straziante di un solitario nel mezzo del deserto; vortici di danza dove il terrore sonoro si mescola alla fanfara vittoriosa, a insensati e misteriosi segnali del sottosuolo: e una sensazione inestricabile di piacere erotico e di inquietudine segreta, di rodimento maniacale e di illuminazione decisiva, di ripugnante sentimentalismo e di feroce far piazza pulita di ogni servitù. Di fronte al troppo che lo investe, la reazione fisiologica dell’ascoltatore di Mahler è quella di scegliere solo un pezzetto o di sottrarsi, ed è invece condannato a perdersi dentro l’intero corpaccione lussurioso e sgangherato di Mahler: la spettrale e furiosa luce primaverile della Prima sinfonia e la disperata malinconia dei Kindertotenlieder, la violenza terribile della Sesta e la fiaba paradisiaca della Quarta, l’enigmatica bellezza nel dolore del Lied von der Erde e la bellezza senza più aggettivi della Nona. Ora per quell’ascoltatore sempre insoddisfatto e sempre felice, ritorna dopo venticinque anni di latitanza il Mahler di Adorno, e a chi non lo avesse letto resta solo da interrompere la lettura di questo pezzo, entrare in una libreria, comprare Mahler e aprirlo: questo lettore, se sarà abbastanza paziente e attento, farà un incontro memorabile. Nel Mahler di Adorno ci sono chiavi che danno accesso ai sotterranei della modernità non solo in musica, un accesso che è una sferzata a cercare più a fondo e più acutamente in ciò che in apparenza si sottrae all’arte: il brutto, l’inerte, l’ovvio. Il Mahler non è libro che si riassume, al più se ne può dare qualche scheggia, così: «Lo spirito che nelle musica d’arte celebra se stesso tanto più sovranamente quanto più questa è sublime, spregia il lavoro inferiore. La musica di Mahler non vorrebbe stare a queste regole, e attira disperatamente a sé ciò che la cultura respinge, accogliendolo così, misero, ferito, mutilato… La musica inferiore irrompe in quella superiore con violenza giacobina, e la tronfia politezza dell’idea musicale media è demolita dalla sonorità smodata che sembra sprigionarsi dai padiglioni delle bande militari o dalle orchestre dei giardini pubblici… La sua musica non è grande nonostante il kitsch verso cui inclina, ma poiché la sua struttura scioglie la lingua a questo kitsch… In questo gesto prende forma l’enigma di un’arte che, quanto meglio l’ascoltatore la intende, tanto più ostinatamente lo tormenta col problema di ciò che essa è: le fratture dell’individuo sono la scrittura della verità…» Da Baudelaire fino a oggi e a dopodomani, il punto cruciale è questo: che diritto hanno poesia e bellezza a sopravvivere in un mondo retto dall’ingiustizia dei pochi e cullato dalla smorfia scimmiesca degli esteti illusi di imitare il Bello e camerieri del suo Facsimile? Come Baudelaire, il Mahler di Adorno sa che per guadagnarsi il diritto alla poesia bisogna addentrarsi nella prosa, nel luogo comune, nell’usurato. Il gesto della contemporaneità sveglia è ancora quello: strappare alla faccia ottusa del brutto quel lembo che si capovolge in bellezza, scendere dentro il mondo perché solo nel suo obeso e osceno corpo c’è la salvezza probabile, torcere il collo all’Arte con la stessa intenzione con cui Mahler chiedeva ai flauti di raschiare come contrabbassi e ai contrabbassi di essere celesti come flauti. La realtà riprodotta come appare è muta, e l’arte le chiede invece di parlare: per dire cosa? Come è accennato nel Mahler, essa deve dire ciò che manca eppure è indispensabile, dire nel rovescio che trionfa il diritto che apparirà: senza sperare in un tempo che non sia l’ora presente, senza aspettare la libertà per essere liberi, senza rinnegare il mondo bello e terribile che solo esiste, perché come canta una voce in Mahler, ed è appena un sussurro: «presto sarà notte».
Mahler
Theodor W. Adorno
trad. Giacomo Manzoni
pp. 194, euro 16,50 Einaudi

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