Artisti dai campi e dalle officine

Non c’è dubbio che questa mostra Tempo Moderno, che intende raccontare le vicende della modernità attraverso il tema del lavoro, sia decisamente attuale, vista la situazione economica e sociale in cui ci troviamo, non solo in Italia. Che anche nel campo dell’arte ci sia un ritorno di interesse per problematiche che possiamo definire impegnate è un segno dell’inquietudine dei tempi, ma anche un segnale positivo che indica la volontà di ritornare a confrontarsi direttamente con le tensioni e le contraddizioni della realtà la cui dinamica complessità ha assunto ormai connotazioni globali. Non è un caso che oggi molti artisti, tra quelli che meglio contribuiscono a livello internazionale al rinnovamento delle ricerche plastiche e visive, affrontino con grande determinazione argomenti che riguardano non solo le grandi questioni politiche, ideologiche e strategiche, ma anche, in particolare, quelle relative alle ingiustizie sociali, all’emarginazione e al razzismo e, alle drammatiche condizioni di precarietà e di sfruttamento nel campo del lavoro.
L’esposizione che si inaugura oggi al Palazzo Ducale di Genova, curata da Germano Celant con la collaborazione di Anna Costantini e Peppino Ortoleva, ha un taglio prevalentemente storico (essendo organizzata per celebrare il centenario della fondazione della Cgil), ma è anche strettamente connessa all’attualità. Infatti, il percorso espositivo che presenta circa duecentoquaranta opere (tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, video e film) è stato costruito attraverso una sequenza di sezioni a tema in cui sono stati intenzionalmente messi a confronto lavori di autori internazionali del passato e contemporanei. Ogni rischio di retorica ideologica è stato evitato insieme a quello di noiose sequenze cronologiche.
La compresenza ben studiata in tutte le sale di quadri figurativi, opere delle avanguardie storiche, serie di foto, video e installazioni di artisti determina una lettura stimolante sia degli aspetti di contenuto sia di quelli più specificamente estetici. E questa impostazione è ben chiara fin dall’entrata. Qui troviamo ad accoglierci un potente operaio di una fonderia, a torso nudo con un maglio in mano, eroica icona proletaria dipinta nel 1918 da Dean Cornwell, e accanto un’ironico automa fatto di televisori assemblati di Naum June Paik. Sui muri, da un lato c’è un gruppo di bellissime foto di Lewis Hine che documentano la tragica condizione del lavoro femminile e infantile nell’America della depressione; e dall’altro delle foto che mostrano il lavoro alienante degli operai nelle fabbriche della Cina d’oggi. Dopo questo inizio provocatoriamente emblematico, c’è una sala dedicata soprattutto al lavoro agricolo dove si può vedere un piccolo dipinto di Van Gogh del 1885, molto influenzato da Millet, che rappresenta due contadini in un campo; e un quadro di Pellizza da Volpedo con gruppo di spaccapietre che costruiscono un ponte in campagna. Di quest’ultimo sarebbe stato bello vedere almeno gli studi del Quarto Stato. Molto interessanti sono le foto di Tournon del 1911 con le mondine al lavoro, uno dei soggetti classici dei pittori veristi e neorealisti italiani. Nelle due sale successive sono in scena immagini di fabbriche: una fonderia fumosa del verista Delahaye (1884), delle cupe e drammatiche visioni di Sironi e degli espressionisti Werekin e Felixmueller, e delle composizioni di artisti sovietici, messe insieme a delle fredde e monumentali immagini di interni industriali attuali di Andrea Gursky e di Lewis Baltz. La condizione dei lavoratori nel mondo è esemplificata da tre serie di foto: la prima propone alcuni degli straordinari ritratti sociali di August Sander, la seconda di Tina Modotti ci porta tra le operaie e contadine in Messico, e la terza di Salgado denuncia la situazione infernale di minatori nel terzo mondo. Come omaggio alla città di Genova, non poteva mancare una sezione dedicata ai porti e ai «camalli», con dipinti di Nomellini (non però il suo più noto Piazza Caricamento), Sironi, Derain e con notevoli foto del porto di Savona scattate da Federico Patellani. Ma il quadro forse più bello, nella sua geometrica cromaticità primaria, è il Lavoro al porto (1916) di Bart Van der Leck, artista che ha influenzato lo stesso Mondrian.
La sala dedicata al lavoro negli uffici, con foto e un quadro di Soyer, è dominata decisamente dall’effetto spiazzante e ironico di Insider Track di Momoyo Torimitsu, un impiegato-manichino che striscia sul pavimento. Grande spazio, giustamente, è stato dato al tema delle lotte politiche di sinistra. Si va dal grande dipinto realista di Jules Adler del 1893, che illustra le storiche lotte a Le Creusot, alle immagini del reportage di Uliano Lucas sulle manifestazioni operaie nell’Italia degli anni’60; dagli operai postcubisti di Pignon al famoso Comizio (1950) di Giulio Turcato, una composizione quasi astratta di bandiere rosse sventolanti; da Compagni compagni (1968) di Schifano all’enorme e ironica tela con falce e martello di Warhol del 1976. E c’è anche un lavoro poverista di Mario Merz, Che fare? (1968), con l’interrogativo di Lenin scritto col neon immerso in una pentola piena di cera.
Si passa poi alla sezione incentrata sull’estetica della macchina e delle forme meccaniche. Da un lato, con interpretazioni in chiave positiva e anche entusiasta, ci sono i lavori di Kupcka, dei futuristi come Depero, dei costruttivisti come Puni e Rodchenko (con foto notevoli), e di Léger. Dall’altro lato, la dimensione del macchinismo e del funzionalismo produttivistico è oggetto di operazioni corrosive e di critica ironica da parte dei dadaisti come Ernst (mancano qui stranamente Duchamp e Picabia) e dei neodadaisti come Arman e Tinguely. Quest’ultimo è presente con molte delle sue macchine semoventi costruite con rottami metallici. Tre di queste sono nella bellissima sala affrescata che chiude la mostra, insieme a una gelida e paradossale installazione di Damien Hirst, un ufficio trasparente fatto di lastre di vetro e putrelle con all’interno un tavolo e una sedia attaccate rovesciate al soffitto. Un ufficio vuoto e inutile insieme a delle macchine altrettanto inutili che girano a vuoto. Il messaggio, se c’è, ha qualcosa di allarmante.