Articolo 18, la partita è ancora aperta

C’è un singolare non detto nel dibattito sviluppatosi intorno al referendum sull’art. 18 da quando, giovedì scorso, la Consulta lo ha giudicato «ammissibile». Tutti (soprattutto i contrari) discutono sull’«opportunità» di riaprire il discorso sulle garanzie in caso di licenziamento senza «giusta causa» in un momento in cui il governo parrebbe avere accantonato la partita. O sull’adeguatezza dello strumento referendario. O sulle conseguenze che il referendum avrà sui rapporti tra le forze di opposizione. Pochi sembrano invece interessati alla questione fondamentale, benché questa sia stata al centro del grande risveglio della Cgil la scorsa primavera e della straordinaria manifestazione del 14 settembre in difesa della democrazia e dei diritti.
Che cosa ha indotto Rifondazione, i Verdi, parte della sinistra dei Ds, la Fiom e il sindacalismo di base a lanciare la campagna per i referendum sociali, a cominciare da quello per l’estensione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori alle imprese con meno di sedici dipendenti (che – ricordo – sono il 91,49 per cento delle imprese italiane, per un totale di oltre tre milioni 137mila occupati)? Un’idea semplice e difficilmente confutabile. Un diritto non può – pena la negazione di se stesso – esistere solo per alcuni e non per altri. Una norma che tutela un bene fondamentale come la sicurezza del rapporto di lavoro non può valere per una parte soltanto del lavoro dipendente e lasciarne un’altra – niente affatto trascurabile – sostanzialmente priva di protezioni. Ma precisamente questa è la situazione nella quale ci troviamo oggi, una situazione in palese conflitto con quella sensibilità democratica e con quella consapevolezza del ruolo essenziale dei diritti che hanno ispirato, fin nei suoi esordi, il movimento dei «girotondi» sino a farne uno dei protagonisti della nuova resistenza democratica del paese.
Sembrano convenirne anche alcuni tra i più fieri oppositori del referendum. Lo stesso Cofferati sostiene la necessità di «lavorare per dare garanzie alle persone che non le hanno» e, proprio a proposito dell’art. 18, afferma che il tema dei diritti è fondamentale e che la loro estensione costituisce una questione di grande importanza. Dunque il disaccordo non verte sul merito della battaglia. Su che cosa ci si divide allora? Non è facile dirlo. Si riconosce, in linea di principio, che tutti i lavoratori hanno il diritto di non essere cacciati arbitrariamente dal lavoro. Ma poi si soggiunge – da parte dei critici del referendum – che questo diritto non può essere tutelato per tutti nello stesso modo. Come osservava Cesare Salvi sull’Unità del 18 gennaio, questa alquanto misteriosa proposizione sembra tanto più discutibile alla luce del fatto che in molte aziende lavorano fianco a fianco, svolgendo identiche mansioni, dipendenti della grande e della piccola impresa. Con l’unica differenza che per una parte di essi c’è l’art. 18, per altri no.
Leggendo alcuni interventi degli avversari del referendum, si ha la netta impressione che a ispirarli sia un convincimento che ha già causato incalcolabili danni alla sinistra politica e sindacale di questo paese, l’idea che spetti alla sinistra farsi carico delle compatibilità del sistema produttivo, al punto di assumere gli interessi dell’impresa come un vincolo indiscutibile, come l’unica «variabile indipendente» e determinante. Per questo – sposando la prospettiva confindustriale – la critica del referendum si trasforma spesso nella polemica contro le troppe «rigidità» che l’estensione dell’art. 18 introdurrebbe, giungendo persino ad agitare l’indecente argomento di un’ulteriore espansione del sommerso (quasi che i diritti fossero merce di scambio, e come se una realtà che incide su oltre un quarto del pil fosse seriamente riconducibile alla loro salvaguardia). Sarebbe piuttosto il caso di riflettere sui guasti che il proliferare della piccola impresa iperflessibile arreca all’economia italiana, per il fatto di esaltare la propensione dei nostri imprenditori a trarre profitto dall’intensificazione dello sfruttamento del lavoro (innovazione di processo) e dall’abbassamento del salario, più che dalla competizione su ricerca e innovazione.
Concludo queste brevi note con un ultimo argomento, più strettamente politico. Ci si sente dire che, per quante ragioni possano militare a favore dell’estensione dell’art. 18, il referendum ha tuttavia il torto di dividere la sinistra in una fase in cui di tutto c’è bisogno meno che di ulteriori contrapposizioni e in un momento in cui il governo aveva rinunciato all’offensiva contro il lavoro. Anche in questo caso, però, il giudizio è enunciato – come si conviene ai dogmi – senza attardarsi a dimostrarne la fondatezza. Si potrebbe osservare che, sino a prova contraria, vi è semmai motivo di pensare che estendere una garanzia come quella in discussione significa produrre ragioni di ampliamento della base sociale alla quale la sinistra deve rivolgere le proprie attenzioni. Lo straordinario successo del 23 marzo e del 16 aprile è lì a testimoniarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma non si tratta solo di ragionamenti astratti. Proprio ieri il Cnel ha diffuso i dati di un’indagine in base alla quale risulta che il lavoro occupa il primo posto nelle preoccupazioni degli italiani, e che la stragrande maggioranza è assolutamente contraria alla «flessibilità in uscita», cioè a quella libertà di licenziare che i nostri imprenditori continuano a considerare un primario fattore di competitività.
Quanto alla presunta volontà del governo di cancellare dall’agenda l’attacco contro il lavoro (si rimprovera ai promotori del referendum di avere «svegliato il cane che dorme»), basterà rammentare che la legge delega sul lavoro contiene anche altri attacchi pesantissimi alla condizione lavorativa e rileggere quanto Berlusconi ha dichiarato in occasione di una recente conferenza-stampa. «Ho in mente di utilizzare il tempo della legislatura per far capire a chi ha creduto alla campagna della Cgil e degli altri sindacati che l’articolo 18 penalizza soprattutto, anzi soltanto i lavoratori». Anche a voler essere più ostinati dei muli, è difficile non capire che la partita è tutt’altro che accantonata e illudersi sulla possibilità di indurre questo parlamento a votare una legge che possa scongiurare il referendum introducendo una disciplina estensiva dell’art. 18. Certo che dell’unità delle sinistre il paese ha bisogno. Sarebbe scellerato negarlo. Ma come non vedere che proprio a questo fine la battaglia per far vincere questo referendum è un’occasione preziosa, forse irripetibile?

Responsabile Giustizia Prc