Articolo 11, il Prc ripresenta la legge di Emergency per metterlo in pratica

Applicare l’articolo 11, tradurre in legge il principio del ripudio della guerra sancito dalla Costituzione e dallo statuto delle Nazioni Unite. E’ l’ultimo, probabilmente, atto parlamentare di Gigi Malabarba. Sua la firma, congiunta a quella di Giovanni Russo Spena che gli è succeduto alla guida dei senatori del Prc, su una proposta di legge che ricalca il testo per una legge di iniziativa popolare che Emergency era riuscita a portare, nella passata legislatura, di fronte alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio, ma che lì s’era arenata. Russo Spena e Malabarba lo sottoporranno a tutti i parlamentari dell’Unione perché «Rifondazione crede fermamente nella battaglia per l’attuazione della Carta fondamentale del ’48. E ritiene la proposta scaturita dall’organizzazione fondata da Gino Strada, efficace per evitare interpretazioni che ne modificano lo spirito originario», spiega l’ex operaio Fiat, e quasi ex senatore (proprio ieri sono state respinte per la seconda volta le sue dimissioni annunciate già in campagna elettorale per lasciare il posto ad Haidi Giuliani).
Nel caso dell’articolo 11 (vale la pena di trascriverlo integralmente: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo) il rischio è che senza norme chiare si possa continuare, da parte dei governi, a stravolgerlo per dare l’avallo alle cosiddette guerre umanitarie. «Speriamo che quel ripudio diventi patrimonio delle leggi della repubblica», conclude Malabarba, senatore del gruppo dei cosiddetti “dissenzienti” (contrari al rifinanziamento della missione afgana) che torna a firmare un atto politico importante con il suo attuale capogruppo nonostante l’aspra polemica che ha segnato la discussione del ddl sulle missioni. «L’articolo 11 – spiega proprio Russo Spena a Liberazione – fissa un principio che non può essere contraddetto da atti del governo. Applicarlo, per noi, significa attuare politiche quotidiane di pace secondo ipotesi normative che trattino di spese militari, regole d’ingaggio, traffici d’armi, basi militari. Un primo passo, all’indomani della vittoria del No al referendum che metteva in gioco la stessa Carta del ’48, per applicarla fino in fondo».

I cinque articoli della proposta di legge prevedono che la realizzazione di un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni non può essere perseguita facendo ricorso allo strumento della guerra. Dunque, finché le il consiglio di sicurezza non si doterà, come vuole lo statuto Onu, di contingenti forniti dagli stati membri per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e di un comitato di stato maggiore che lo coadiuvi nelle questioni militari, l’Italia potrà fornire soltanto formazioni non armate o caschi blu con il consenso delle parti interessate. Inammissibile ogni altro tipo di intervento armato e anche la fabbricazione e l’immagazzinamento, lo sviluppo e il transito di armi batteriologiche, chimiche, nucleari e tossiche nonché la loro fornitura ai Paesi esteri. Divieto che si estende alle mine anti-uomo, alle bombe a grappolo (cluster bombs), ai proiettili e alle munizioni all’uranio impoverito e a ogni altro sistema d’arma il cui uso sia vietato dalle Convenzioni internazionali.