Arriva Condoleezza, e se ne lava subito le mani

Il Segretario di stato Condoleezza Rice è giunta ieri in Israele annunciando di non avere in tasca un piano per rilanciare il negoziato. Non sorprende, d’altronde gli Stati Uniti da oltre cinque anni non hanno una soluzione per il conflitto israelo-palestinese ma si limitano ad appoggiare quella unilaterale di Israele. «Non vengo con una proposta, non vengo con un piano», ha detto. «Non c’è bisogno di un piano made in Usa», ha aggiunto, «ci sono troppi attori importanti che sono implicati e per fare progressi ci vorranno tutte le parti…Ho letto molto sugli sforzi passati per tentare di far progredire la questione israelo-palestinese e se non si preparerà bene il terreno, ciò non potrà accadere». Condoleezza Rice ieri ha incontrato il ministro della difesa Amir Peretz e il ministro «per le questioni strategiche» e leader dell’estrema destra Avigdor Lieberman. Ha poi visto il ministro degli esteri Tzipi Livni. Oggi invece avrà colloqui a Ramallah con Abu Mazen e si recherà a Amman per alcune ore, prima di tornare a Gerusalemme dove domani si incontrerà con Olmert. Nei prossimi giorni andrà in Egitto, Arabia Saudita e Kuwait. Washington fa sapere di voler dare sostegno (non solo gli 86 milioni di dollari ai servizi di sicurezza di cui si è parlato nei giorni scorsi) ad Abu Mazen, ma è fin troppo chiaro, non muoverà un dito senza prima aver visto «azioni incisive» del presidente palestinese: annuncio definitivo delle elezioni anticipate nei Territori occupati e uso della forza contro Hamas al governo. Insomma, Abu Mazen dovrà dimostrarsi un «leader affidabile» per gli Stati Uniti e solo dopo otterrà (forse) l’aiuto che chiede per riportare Israele al tavolo delle trattative. In ogni caso l’Amministrazione Bush e, naturalmente, il governo Olmert, nel medio periodo non andranno oltre la concessione, entro 2-3 anni, di uno Stato palestinese con frontiere provvisorie marcate dal muro costruito da Israele in Cisgiordania. Sino ad oggi, almeno in pubblico, Abu Mazen ha escluso categoricamente questa ipotesi temendo che ciò che è transitorio oggi possa diventare definitivo domani. Hamas non è rimasto a guardare. Il premier Ismail Haniyeh, in un discorso teletrasmesso da Gaza, ha accusato Israele e Stati Uniti «di agire con l’intento di portare il popolo palestinese a una guerra civile» e ha lanciato un appello all’unità. «Gli Stati Uniti e Israele – ha aggiunto – stanno cercando di trasformare il conflitto israelo-palestinese in uno tra palestinesi e vogliono prevenire la costituzione di un’unità nazionale».
In casa palestinese la crisi rimane aperta. La prossima settimana Abu Mazen giungerà a Damasco per incontrarsi col capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Mashal, per cercare di trovare una intesa. L’incontro, dicono fonti palestinesi vicine alla presidenza, è considerato risolutivo: potrebbe concludersi con un accordo oppure accentuare la spaccatura tra le due parti. Nel caso di un accordo, verrebbe formato un governo di unità nazionale ampio con Haniyeh ancora primo ministro ma con i portafogli degli esteri, delle finanze e dell’informazione ad esponenti di Al Fatah.