Armeni, per la Turchia la parola genocidio è ancora tabù. Ma qualcuno comincia a pronunciarla

Un’università laica e antinazionalista di Istanbul ha deciso di ospitare la conferenza sui massacri del 1915-16, più volte sospesa

Nonostante i tentativi di negarlo, ignorarlo o comunque scrollarselo di dosso, il genocidio degli armeni agli inizi del XX secolo continua a pesare come un macigno sulla storia e sulla coscienza della Turchia, ma anche, anzi forse soprattutto, sulla sua aspirazione ad entrare rapidamente a vele spiegate in seno all’Unione europea.
Su quelle vele soffia in verità un vento di tempesta, alimentato da ricorrenti polemiche, dalle prese di posizione del Parlamento di Strasburgo e di diversi Stati europei, dalle condizioni poste da Bruxelles per l’inizio – fra pochi giorni – del negoziato di adesione alla Ue e, nelle ultime ore, dalle roventi polemiche a proposito di una conferenza sul massacro degli armeni indetta da due università di Istanbul e ostacolata prima dallo stesso governo e poi dai circoli e organizzazioni nazionalisti turchi. Quello che è stato definito “il primo genocidio del XX secolo” non è insomma soltanto oggetto di dispute fra storici, ma investe ancora una volta i temi e i problemi della attualità politica.

La Conferenza sul massacro degli armeni nel 1915-16 (poi in realtà completato nel 1918-20) è stata indetta dalla Università del Bosforo, particolarmente laica e antinazionalista, e dalla Università Bilgi di Istanbul, ma era stata cancellata nel maggio scorso dopo che il portavoce del governo e ministro della giustizia Cemil Cicek aveva definito «traditori» sia gli organizzatori che gli storici turchi che avevano dato la loro adesione. La dura reazione dell’Unione europea, che aveva parlato di violazioni dei principi di libertà di pensiero e di espressione, aveva indotto il primo ministro Erdogan a prendere le distanze dal suo stesso portavoce, definendone «personale» la presa di posizione e dandosi da fare perché la conferenza potesse tenersi il 23 settembre.

Ma questa volta era stato un tribunale amministrativo di Istanbul a “sospendere” l’iniziativa, mentre l’altroieri i nazionalisti organizzavano una minacciosa manifestazione nelle vie della città. Ieri tuttavia – di fronte a una nuova ferma condanna della commissione europea che ha parlato di «ennesima provocazione» da parte di Ankara – la riunione si è potuta aprire nei locali della Università Bilgi, ma ridotta da tre a una sola giornata, con un numero minore di partecipanti e in un clima di perdurante tensione e provocazione. Ciò ha indotto la portavoce del commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn, ad annunciare che la vicenda sarà menzionata nel rapporto della Commissione sui progressi della Turchia sulla vita dell’Ue previsto per il 9 novembre prossimo; la stessa Rehn aveva nei giorni scorsi già denunciato come “una provocazione” il processo allo scrittore Orhan Pamuk, imputato soltanto per aver detto in una intervista di ritenere probabile che negli ultimi anni dell’impero Ottomano «furono uccisi un milione di armeni». In sostegno della conferenza e a favore di Pamuk hanno manifestato ieri mattina gli studenti dell’Università del Bosforo (dove in origine doveva tenersi l’incontro) presentandosi con la bocca chiusa da due strisce incrociate di nastro adesivo nero per denunciare «le violazioni in Turchia della libertà di pensiero e di espressione».

Il genocidio degli armeni provocò dal 1915 al 1920 un numero di vittime oscillante, secondo le diverse fonti, fra le 700mila e il milione e mezzo, nonché la deportazione e la conseguente diaspora dei sopravvissuti. E non fu una colpa imputabile solo all’Impero Ottomano come tale perché vi ebbero parte programmatica e diretta i Giovani Turchi, sotto la guida, nel caso specifico, di Enver Pascià. Nel suo libro “Turchia vecchia e nuova” Luca Pietromarchi, per molti anni ambasciatore ad Ankara, parla addirittura – riferendosi al periodo fra gli ultimi anni dell’Impero e la rivoluzione kemalista – di «esplosione del furore turco contro le minoranze» (soprattutto cristiane, cioè armena e greca, mentre l’ora dei curdi verrà molto più tardi), minoranze che erano viste come «dei corpi estranei alla compagine dello Stato, specialmente quando questo, per le riforme di Ataturk, si ricostruì su una base rigidamente nazionale».

Gli armeni peraltro vivevano in quei territori almeno dal 2000 a. C. quando erano conosciuti con il nome di urriti; di origini etniche oscure, parlano una lingua indo-europea dotata di un proprio alfabeto e professano la religione cristiana con una Chiesa autocefala. La prima ondata di massacri avvenne nel 1915-16, quando gli armeni furono considerati “traditori” in combutta con la Russia allora in guerra contro la Turchia; le stragi furono poi riprese nel 1918 dopo la proclamazione di una Armenia indipendente sia nei territori dell’attuale repubblica ex-sovietica che in quelli dell’Anatolia orientale, riconquistati dall’esercito di Kemal Pascià con conseguente massacro della popolazione civile. Ankara ammette che ci furono violenze e «conflitti» ma respinge il termine di genocidio, definito invece «appropriato» da un professore turco nella conferenza di ieri, e sostiene che i morti furono «solo» 300mila. Il genocidio armeno fu riconosciuto nel 1985 dalla sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, nel 1987 dal Parlamento europeo e dal 2001 in poi dalla Francia, dalla Svizzera, dal Belgio, dalla Grecia e dalla Duma russa. Oggi nel mondo vivono intorno ai quattro milioni e mezzo di armeni.