Armamenti new generation

Sarà un caso, ma la fine della «guerra fredda», lungi dall’aprire una fase di pace duratura, ha moltiplicato frequenza e dimensioni delle «guerre calde». Con due trasformazioni decisive nella concezione e conduzione della cosiddetta «arte della guerra».
In primo luogo, è finita l’epoca plurimillenaria delle «guerre simmetriche», in cui i due nemici – due stati – si affrontano disponendo grosso modo dello stesso tipo di armamenti (aerei, carri armati, missili, fanteria, navi, ecc). L’assoluta preponderanza degli Stati uniti in fatto di tecnologia militare rispetto a qualsiasi altro stato ha posto le basi per lo studio e la «pratica» della «guerra asimmetrica». Ossia quella in cui uno solo dei belligeranti dispone di tutte le tecnologie decisive, e l’altro – chiunque esso sia – è costretto a praticare forme di guerra «non ortodossa», dizione che comprende tutte le forme di guerriglia e di resistenza popolare, come anche il «terrorismo» (da segnalare che l’Onu non è riuscito fin qui a dare una definizione condivisa di questo termine). L’asimmetria concettuale investe non solo le forme della guerra, ma anche la figura del «nemico» e le ragioni stesse – quelle ufficiali e «pubbliche» – per cui si combatte. Fino a travolgere i «limiti» che erano stati fissati come insuperabili all’indomani della seconda guerra mondiale.
In secondo luogo, è stata sviluppata una generazione di armamenti che segna una discontinuità drastica con quelle costruite finora. Dalla preistoria a oggi, infatti, l’umanità ha fabbricato armi «cinetiche», ossia congegni che uccidono colpendo il nemico con un «proiettile» cui viene applicata una qualche forma di energia cinetica – dal bastone alla bomba atomica. Ora sono già attive, e aumentano le prove che siano già state usate in Iraq o che lo siano in questo momento in Libano, armi a energia diretta. Queste armi non sparano proiettili, ma fasci di energia di vario tipo. Possono essere «letali» o «non letali», ma la differenza è solo una questione di «grado» nella taratura della potenza di «fuoco».
L’inchiesta di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta per Rainews ha fatto vedere con chiarezza come questi sistemi d’arma siano già attivi sul terreno in forma «sperimentale». Così come il protagonismo esclusivo di Stati uniti e Israele in questo campo. Anche se Cina e Russia si sforzano di tenere il passo, con la seconda che avrebbe raggiunto un discreto arsenale di e-bombs, testate montate su missili convenzionali e capaci di produrre onde elettromagnetiche con frequenza tra i 4 e i 20 ghz; quanto basta per «accecare» tutti i più importanti sistemi informatici, elettrici, telefonici, ecc, di una città.
Una nuova specie di armi che, come quelle «classiche», può essere però declinata sia a seconda del tipo di energia usato, sia rispetto agli scopi. L’unica «buona notizia», su questo fronte, è che fra le armi a energia diretta – quanto a potenza distruttiva – ancora non si intravede l’arma «fine di mondo», qualcosa di paragonabile agli ordigni nucleari. Non per questo si tratta di armi «più buone». Anzi.
Le prime classificazioni della nuova specie distinguono le armi laser (montate su dispositivi mobili terrestri o aerei) in funzione di contraerea e di difesa antimissilistica (un frammento del fallimentare progetto «guerre stellari»). «Promettenti» come congegni anticarro e antibunker vengono considerate le armi al plasma e ad impulsi, in cui viene sparato un «proiettile» di «materia elettricamente carica, composto di elettroni, protoni e neutroni». Seguono infine le armi a microonde, diffusamente illustrate nei loro effetti sia dal generale Termentini che dal nostro Dinucci in questa stessa pagina.
Ma per quale quale tipo di «nemico» sono state pensate la maggior parte di queste armi? Sia quelle al plasma che quelle a microonde – stando alle presentazioni delle aziende produttrici – hanno per scopo il «disciplinamento delle folle» (beninteso: anche noi). Le microonde emesse dall’Active Denial System, per esempio, penetrando nella pelle fino a raggiungere i terminali nervosi, provocano un dolore insopportabile, tale da costringere alla fuga chiunque. Mentre alcune di quelle al plasma si sono dimostrate in grado di stordire uomini e animali, fino alla paralisi. Stesso effetto dovrebbe avere, nei progetti della Hsv di San Diego, un laser a raggi ultravioletti in corso di sperimentazione.
L’importanza di questo tipo di armi è direttamente connesso al carattere asimmetrico della guerra contemporanea. I «combattenti nemici» non possono più essere soldati in divisa né essere arroccati in postazioni fisse (troppo facilmente individuabili dai numerosi sistemi di puntamento montati su mezzi aerei o satellitari); ma «devono» mimetizzarsi in mezzo al loro popolo, concentrandosi nelle città anziché disperdersi nel territorio. La guerra asimmetrica si svolge allora soprattutto in ambienti urbani, dove «neutralizzare» il combattente nemico significa neutralizzare quel popolo.
L’impossibilità pratica – peraltro non programmabile neppure in questa nuova generazione di armi – di distinguere il civile dal «combattente» porta con sè anche lo spostamento dei «limiti» di quel che si può fare in guerra. Dopo Coventry, Dresda, Hiroshima si era arrivati a convenire che il bombardamento – con qualsiasi congegno – delle città fosse da considerare un crimine di guerra e un atto contro l’umanità. Baghdad, Gaza e Beirut ci spiegano che quel limite non esiste più. E che «le folle» possono essere trattate come da carne da arrostire. Come nelle «guerre coloniali» del primo Ottocento. Che novità, il post-moderno…