Argentina, tra debito e saccheggio, un’economia in ginocchio

Il 17 giugno, due argentini sono stati uccisi nella provincia di Salta, presso la frontiera boliviana, nel corso di scontri con la gendarmeria che cercava di riaprire la principale via di comunicazione bloccata dai manifestanti. Questi ultimi protestavano contro la difficile situazione sociale di questa zona diseredata del paese. Secondo il quotidiano La Nación, il 56% della popolazione della regione vive in condizioni di indigenza e il 17% degli abitanti ha difficoltà anche a mangiare una sola volta al giorno (1).
Le proteste popolari si sviluppano sempre più numerose, in seguito al disastro economico e all’impoverimento di ampi strati della popolazione.
Aumenta così l’isolamento di un governo prematuramente logorato.
Arrivato al potere il 10 dicembre 1999, meno di due anni fa, promettendo la fine della corruzione e la ripresa dell’economia, il presidente Fernando de La Rua ha suscitato profonde delusioni. Non solo la situazione non è migliorata, ma in molti settori è addirittura peggiorata. Fin dai primi mesi della sua presenza a capo dello stato, il presidente si è fatto difensore del modello istituito dal suo predecessore peronista ultraliberale Carlos Menem e ha firmato un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi).
In materia di lotta alla corruzione, le promesse di de La Rua hanno avuto solo un effetto superficiale, limitato ad alcuni funzionari vicini a Menem. La corruzione istituzionale infatti non può essere compresa se non si tiene conto della sua base, cioè dell’egemonia di gruppi economici molto concentrati (per lo più stranieri). I loro «superprofitti» si basano su un saccheggio permanente, reso possibile grazie alla complicità dello stato. Articolazione di clan disonesti (politici, imprenditoriali, giudiziari, polizieschi, ecc.) e di un’oligarchia al governo «cleptocrate», il «menemismo» non è stato né così eccezionale né così anormale come è stato detto: si è trattato solo dell’adattamento peronista al modello economico vigente.
Oggi l’Argentina deve affrontare l’incontro esplosivo tra la crisi mondiale (aggravata dal rallentamento e dalla possibile recessione dell’economia americana) e il naufragio generalizzato delle proprie regole economiche, delle identità politiche e culturali, delle istituzioni.
Il tutto in un contesto latino-americano a sua volta degradato – frutto dell’unione tra capitalismo sottosviluppato (intervento statale ridotto al minimo, smantellamento della legislazione sul lavoro e della protezione sociale) e «democrazia» parlamentare di tipo occidentale.
Dopo aver assunto un carattere «elitistico», le società hanno dimenticato strada facendo le masse crescenti di emarginati e di poveri. La disarticolazione dei tessuti produttivi cominciata negli anni ’80 (o in alcuni casi anche prima) si è andata aggravando. Collegata con gli interessi finanziari e mafiosi globali, la borghesia locale si è diretta verso attività parassitarie illegali o semilegali, dal narcotraffico al saccheggio dello stato.
Una lunga serie di fallimenti Dal 1985 alla crisi finanziaria messicana della fine del 1994, una forte recessione ha colpito gran parte della regione (2) e la crescita si è mantenuta a fatica grazie all’aumento del debito estero e del deficit fiscale. È così che il debito estero regionale è passato da 450 miliardi di dollari nel 1991 a 750 nel 1999, anno nel quale la variazione del prodotto interno lordo regionale per abitante è negativa (-1,6%) con contrazioni superiori al 6% in Ecuador e in Venezuela e di oltre il 3% in Argentina e in Colombia. La situazione è peggiorata nel 2000 e tutto lascia prevedere che si aggraverà ancora nel 2001.
La crisi argentina è il risultato di una lunga serie di fallimenti accumulati per oltre un secolo: fallimento del modello agro-esportatore negli anni ’30; dell’industrializzazione sottosviluppata e della sua espressione politica popolare, il peronismo (tra il 1945 e il 1955); di tutti i tentativi conservatori più o meno autoritari e sanguinosi o «democratici» che, dal colpo di stato militare del 1955 non hanno saputo stabilizzare la società; dell’incontro nel corso degli anni ’90 di un capitalismo nazionale parassitario e in declino con il capitalismo globale sottomesso alla speculazione finanziaria.
L’aumento del debito estero, pubblico e privato, è una delle cause principali del deterioramento della situazione. Il debito pubblico si era mantenuto stabile alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, grazie all’afflusso di ingenti capitali frutto delle privatizzazioni di imprese pubbliche che davano l’illusione di una stabilizzazione dell’economia. Ma una volta esauriti i fondi delle privatizzazioni, il debito pubblico ha ripreso a galoppare. Alla fine del 1998 raggiungeva i 110 miliardi di dollari. Inoltre accanto a un disavanzo che tra il 1992 e il 1998 è raddoppiato, il debito privato si è decuplicato passando da 3,5 a 35 miliardi di dollari (secondo le stime ufficiali).
Alla fine del 2000 l’indebitamento totale del paese (stato, province e settore privato) superava i 200 miliardi di dollari (3). Il pagamento degli interessi ha provocato un indebitamento ancora maggiore, poiché l’Argentina è ormai costretta a chiedere in prestito capitali per pagare gli interessi del proprio debito; e il paese è trascinato verso la crisi finanziaria.
Si potrebbe replicare che è l’assenza locale di capitali e l’abbondanza di fondi globali destinati ai mercati emergenti che hanno spinto i governanti e gli imprenditori argentini a chiedere dei prestiti.
Ma in questo modo si dimenticherebbe che il ministero dell’Economia stima sui 120 miliardi di dollari i fondi degli argentini depositati in conti bancari all’estero e nei vari paradisi fiscali. In passato si affermava che i vincoli dirigistici dello stato avevano fatto fuggire questi capitali, impedendo loro di essere impiegati liberamente.
Ma se è difficile immaginare un’economia più liberale di quella attuale, la fuga di capitali non ha smesso di crescere! Dall’inizio degli anni ’90 la politica di apertura alle importazioni e la sopravvalutazione della moneta locale (il cambio tra peso argentino e dollaro è alla pari) hanno fatto esplodere il deficit della bilancia commerciale. Nell’aprile 1991 infatti, sotto il primo mandato del presidente Menem, il «superministro» dell’economia Domingo Cavallo aveva istituito il sistema della convertibilità del peso in dollaro (un peso per un dollaro) e lo ha inserito nella Costituzione. Questa parità fissa ha automaticamente aumentato il valore dei prodotti argentini e ha avuto conseguenze negative per molte industrie locali che ormai hanno difficoltà a esportare. Allo stesso tempo, ciò ha favorito l’acquisto di prodotti esteri che hanno invaso il mercato interno e hanno fatto concorrenza a interi settori dell’economia argentina. Tutto ciò ha aumentato la disoccupazione, ma ha anche provocato un’offerta locale di beni che ha frenato l’inflazione.
Sommandosi alla concentrazione finanziaria, commerciale e industriale, la nuova parità ha favorito un modello economico basato soprattutto sulle importazioni, dominato da un gruppo ristretto di imprese transnazionali.
Con il risultato di provocare, anche in questo caso, un aumento del debito estero e aggiustamenti economici sempre più dolorosi, volti a ridurre il deficit commerciale e a rallentare l’indebitamento.
Secondo gli economisti neoliberali, responsabile del deficit fiscale sarebbe la cattiva gestione delle imprese pubbliche. Peccato però che la privatizzazione dei gioielli di stato non abbia impedito al deficit di aumentare! Anzi, è stato necessario chiedere altri prestiti.
L’evasione fiscale delle imprese straniere è una delle prime cause del disavanzo, alla quale bisogna aggiungere la ridotta pressione fiscale sugli alti redditi e gli enormi trasferimenti di risorse pubbliche verso i grandi gruppi economici, soprattutto nei settori finanziari.
La privatizzazione della previdenza sociale e la riduzione dei contributi versati dal mondo imprenditoriale rappresentano un buon esempio di questa politica. Questi provvedimenti infatti hanno ridotto le entrate dello stato di otto miliardi di dollari all’anno, una cifra vicina al disavanzo pubblico (4).
Lo stato, che la teoria neoliberale promette di risanare liberandolo dalle tare burocratiche, ha ridotto le sue dimensioni e il suo peso economico, ma è rimasto sottomesso alle manovre dei grandi gruppi finanziari. Di fatto, le privatizzazioni hanno prodotto una nuova realtà economica che potrebbe essere definita «coloniale» (5).
In pochi anni il duplice saccheggio, esterno (il pagamento del debito) e interno (gli immensi profitti dei grandi gruppi economici), ha completamente distrutto un’economia già in gravi difficoltà. Tra il 1997 e il luglio 2000 il tasso di disoccupazione è passato dal 13,8 al 15,4% (6). Nel 2000, il numero di poveri a Buenos Aires e nelle periferie superava i tre milioni e mezzo di persone, e per sopravvivere molti porteños – abitanti della capitale – sono costretti a fare due o tre lavori. Aggiungendo le province, soprattutto le più isolate (Corrientes, Chaco, ecc.) dove si concentra la maggiore povertà, il paese contava alla fine degli anni ’90 14 milioni di poveri, più di 3 milioni di indigenti e oltre 2 milioni di disoccupati (7).
Prodotto di un capitalismo convertito in sistema di saccheggio, la recessione non ha nulla di congiunturale o che possa essere attribuito a cause passeggere. Le illusioni trionfalistiche manifestate dai neoliberali nei lontani anni ’90 non hanno resistito alla prova dei fatti. I ministri economici navigano ormai in acque agitate, cercando solo di sopravvivere, ogni volta per periodi più brevi, mentre si estende la protesta popolare che minaccia di trasformarsi in rivolta generalizzata.
Nel dicembre 2000 il governo, vicino alla bancarotta, è stato salvato solo grazie a un prestito di 39,7 miliardi di dollari (44,34 miliardi di euro) pilotato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). La propaganda ufficiale ha cercato di presentare questa boccata di ossigeno come una «garanzia» che avrebbe permesso all’Argentina di riavviare la crescita. L’illusione però è durata solo qualche mese. Dimissionario il 2 marzo 2001, il ministro dell’Economia José Luis Machinea è stato sostituito da un’équipe ultraliberale che ha tentato di risanare l’economia attraverso tagli brutali delle spese pubbliche (in particolare nel settore dell’istruzione). Queste manovre però non hanno fatto altro che scatenare un’imponente protesta popolare (scioperi, blocchi stradali, occupazioni di università).
Politicamente isolato e al punto più basso della sua popolarità, il presidente de La Rua ha chiamato al ministero dell’Economia Domingo Cavallo, responsabile della politica economica durante gran parte del regime Menem, trasformandolo nel suo virtuale primo ministro.
Dopo aver aumentato la pressione fiscale (accentuando di fatto la recessione), il neoministro ha cercato di rifinanziare una parte importante del debito estero. Il 4 giugno è finalmente riuscito nel suo intento, trasformando 29,477 miliardi di dollari (circa 34 miliardi di euro) di debiti a breve e medio termine in debiti a lungo termine.
Ma la giustizia indaga sull’operazione, caratterizzata da evidenti casi di corruzione nel pagamento di «commissioni» troppo alte ai gruppi finanziari coinvolti in questo «megascambio».
Risentendo della situazione preoccupante del Brasile (suo principale partner commerciale, alle prese con una grave crisi energetica) e della minaccia di un raffreddamento dell’attività commerciale, Buenos Aires ha dovuto piegarsi il 15 giugno a una «svalutazione virtuale» della sua moneta. Dopo un decennio di parità fissa con il dollaro e una sopravvalutazione del peso che aveva bloccato le esportazioni, il nuovo «peso commerciale» è stato svalutato dell’8% rispetto al «peso normale», che si continua a cambiare al tasso fisso di uno per un dollaro (8).
Ciò introduce un fattore supplementare di instabilità in una situazione già preoccupante. Inoltre uno dei miti del neoliberalismo argentino degli anni ’90 è definitivamente crollato: la stabilità del cambio, orgoglio dell’ex presidente Menem e che de La Rua aveva promesso di mantenere, dichiarando come il suo predecessore che avrebbe preferito dollarizzare del tutto l’economia anziché svalutare il peso.
Questa illusione monetaria ha fatto credere a molti argentini che il loro denaro si fosse miracolosamente trasformato in dollari. In compenso nessuno li ha avvertiti che l’eccessiva valutazione del peso permetteva alle imprese straniere di prosciugare le risorse economiche del paese, che a sua volta si indebitava ogni giorno di più (9). E non si è certo preoccupato di farlo l’Fmi, che ha sempre citato l’Argentina come un modello di ortodossia economica e che, il 22 giugno scorso, attraverso il direttore delle relazioni esterne Thomas Dawson, ha nuovamente manifestato il suo sostegno al piano di Cavallo.

note:

* Professore universitario, Buenos Aires.

(1) La Nación, Buenos Aires, 27 giugno 2001.

(2) In questo periodo il prodotto interno lordo latino-americano si è ridotto mediamente dell’1,5% – con casi particolarmente gravi come quello dell’Argentina (-6,2%) o del Messico (-8,2%). Cfr. «Estudio Economico de América latina y el Caribe 1995-1996», Commissione economica per l’America latina e i Caraibi, Santiago, Cile, 1997.

(3) Stato: 133 miliardi di dollari; province: 21 miliardi di dollari; settore privato: 47 miliardi di dollari.

(4) Jorge Beinstein, «Neoliberalismo y saqueo. Hacia la liquidación del sistema de seguridad social», Ciudadanos, n° 2, Buenos Aires, estate 2001.

(5) Mentre nel 1994 il 14% dei depositi bancari era in mano a imprese a capitale straniero, nel 2000 la percentuale arrivava al 51%. I gruppi stranieri hanno anche aumentato il loro controllo in altri settori: nel 1998 tra le prime cento imprese del paese 67 erano di origine straniera, rispetto alle 36 del 1989, anno dell’arrivo al potere di Carlos Menem (Les Echos, Parigi, 2 ottobre 2000).
(6) Les Echos, Parigi, 14 agosto 2000.

(7) El País, Madrid, 24 novembre 2000.

(8) Questo provvedimento fa parte della legge di «biconvertibilità II», che prevede il doppio ancoraggio del peso al dollaro e all’euro.

(9) Le somme destinate al rimborso del debito sono aumentate vertiginosamente, arrivando al 23% del bilancio statale nel 2001 rispetto al 10% del 1997. Cfr. Libération 22 giugno 2001.