ARGENTINA: FUORI DAL LIBERISMO, A DESTRA

Per l’Argentina rientrare in un sistema monetario capitalista di produzione sarà molto difficile visto che ne è stata espulsa dalle forze, nazionali ed internazionali, ipercapitalistiche.
La vicenda ha costituito una dimostrazione, purtroppo in negativo, del fatto che la “globalizzazione” – tanto per usare questo termine francamente idiota ma di cui si è ubriacata anche la cosiddetta sinistra – non assorbe, non omogeinizza, non trasforma il mondo in un’entità anazionale. Mai come oggi è assolutamente importante che il paese si dia un orientamento di politica economico-sociale avente un carattere prettamente nazionale. Mutatis mutandis – ma non tanto – il discorso vale anche per il resto dell’America latina.
Se altri paesi del continente latinamericano arrivassero a tale consapevolezza sarebbe un bel passo in avanti verso un coordinamento sud-sud del mondo, ma ciò dipende dalla natura degli schieramenti sociali che dicono basta all’impoverimento ed al degrado dell’esistenza che la crisi riduce ai minimi termini materiali.

La pauperizzazione allargata
In Argentina la pauperizzazione ha toccato strati vastissimi della popolazione e ciò ha formato il muro contro cui si sono infrante tutte le velleità di perseverare nelle politiche dell’iperdeflazione fanaticamente perorate, con l’appoggio del Tesoro di Washington e dal Fondo Monetario Internazionale, dall’ex super ministro dell’economia Domingo Cavallo che, tra l’altro, oltre ad essere stato nel 1981 sottosegretario agli Interni durante la dittatura dei militari assassini è anche un pluridecorato di lauree honoris causa conferite da università italiane (in scienze politiche a Bologna nel 2000, in economia a Torino nel 1995, in legge a Genova nel 1994, vedi il curriculum vitae sul sito del Ministero dell’economia argentino).
Le condizioni internazionali per un sostegno al paese non ci sono per cui l’Argentina dovrà aprirsi il cammino da sola. Un perequisito essenziale ma non sufficiente è che il paese riappropri di strumenti volti a porre l’investimento al centro di politioche di sviluppo nazionale.
Dato il livello di disarticolazione in cui sono state fatte piombare l’economia e la società le nazionalizzaioni diventano a loro volta una condizione minima benché non sufficiente. In questo caso però si può star certi che il paese si attirerà ii fulmini del mondo del nord e forse soprattutto della Spagna e quindi dell’Unione Europea.

Durante Pinochet
Eppure nel non lontanissimo passato, quando era già iniziata l’era della privatizzazione globale, un paese eretto a modello del neoliberismo ha fatto proprio questo; ha rinazionalizzato. Si tratta dell’ hermano – fratello – paese del Cile e per giunta durante Pinochet. Come ha lucidamente dimostrato Gregory Palast sull’Observer di alcuni anni fa, dopo il colpo di stato Pinochet privatizzò 212 imprese e 66 banche in un paese di circa 10 milioni di abitanti.
Le banche pubbliche furono vendute ai privati con uno sconto del 40% sul valore nominale, la repressione fiscale si aggiunse a quella sociale e politica portando le finanze pubbliche in attivo. Il grosso cadde nelle mani di due conglomerati controllati da Javier Vial e Manuel Cruzsat i quali fecero la solita oprazione speculativa di leveraging comprando aziende a prezzi stracciati con soldi presi a prestito dall’estero.

Il castello di carta
Nel 1982, siamo già nell’era “liberatoria” del Mercato, il castello di carta crollò tirandosi dietro la produzione nazionale che calò del 19%. Anche in quelle circostanze, malgrado la feroce – provata – reputazione del regime, vi furono manifestazioni e proteste che, nei fatti, obbligarono l’odierno imputato di crimini contro l’umanità ad abbandonare i Chicago boys, a rintrodurre il salario minimo ed ad avviare un programma di mezzo milione di assunzioni nel settore del pubblico impiego.
Inoltre banche ed industrie vennero nazionalizzate “su scala inimmaginabile durante Allende”. Palast nel suo importante studio ha ragione di sottolineare che l’uscita dalla crisi del 1982-83 fu resa possibile da una medicina che con il monetarismo ed il libero mercato privatizzato hanno poco a che vedere. Tuttavia, egli sottolinea che nei confronti del Cile “il mito del miracolo del libero mercato persiste perchè possiede una funzione quasi religiosa. Nell’ambito della fede di reaganauti (sic) e dei thatcheristi il Cile fornisce la necessaria favola della Genesi, di un Eden surrogato da dove sbocciò con successo e splendore il dogma del laissez faire” (Miracle cure, but the medicine was bright red, Observer, London Sunday, November 22, 1998).
Il Cile di Pinochet era troppo importante nello schema di repressione e tortura delle forze politiche e religiose attivamente imposto dagli Usa in America latina ed. In quegli anni, specialmente nel Salvador, in Guatemala e nelle azioni contro il Nicaragua.

La sfida argentina
Oggi una politica incentrata sulle priorità sociali nazionali da parte di Buenos Aires suonerebbe per tutto il continente sudamericano come una sfida all’essenza della globalizzazione; la privatizzazione ed il subordinamento delle condizioni di vita della popolazione alle esigenze delle rendita finanziaria e di monopolio.
Il cammino che intraprenderà l’Argentina dipende principalmente da come si evolverà l’articolazione sociale interna. Nel caso la dinamica interna sfociasse in una politica fondata sul ruolo programmatico dello Stato e delle sue industrie e banche, altrimenti tutto si impantanerebbe in manovre effimere ora che, nei fatti, è implosa anche la moneta, l’appoggio all’Argentina dovrà manifestarsi specialmente a livello di opinione pubblica mondiale.
In questo contesto è piuttosto deludente che sull’Argentina e sulla sua crisi-voragine così significativa, sia sui siti statunitensi critici del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, sia sullo stesso sito del Social Forum di Porto Alegre e dei movimenti ad esso collegati, vi sia molto poco per non dire nulla.