Arcobaleno, spunta la strategia anti Pd

ROMA — Il primo a non sfoggiare nessun ottimismo di facciata è Bertinotti. I sondaggi rivelano che la «Sinistra Arcobaleno» potrebbe non raggiungere nemmeno quota otto per cento: un risultato che sancirebbe la morte prematura della Cosa Rossa.
Già si dà per scontato che, quale che sia il risultato, Diliberto dirà addio al soggetto unitario. E fin qui poco male, anzi, forse, è meglio che il Pdci si distacchi, pensano dalle parti di Rifondazione, dove uno strappo con la falce e martello viene ben visto. Il guaio è che c’è il rischio che vada tutto a carte e quarantotto, Diliberto o non Diliberto. Bertinotti ne è consapevole: la situazione non è per niente facile, rischiamo di andare male, ripete ad alleati e collaboratori.
Non c’è piazza dove al dirigente di turno della Sinistra gli elettori non spieghino perché alla fine voteranno il Pd: «per battere Berlusconi». La teoria secondo la quale il Partito Democratico, al Senato, dovrebbe aiutare la Cosa Rossa nelle regioni in cui questa formazione è poco al di sotto del quorum, in modo da togliere qualche senatore a Berlusconi, non ha mai convinto Veltroni. Piace ai dalemiani, da Bersani in giù, che sperano in un pareggio a palazzo Madama e in un’intesa di qualche tipo con il centrodestra. Non piace, però, al leader che non vuole «pasticci o inciuci», e che, soprattutto, punta a un Pd con una robusta percentuale. Di più: Veltroni mira a ottenere al Senato un risultato che oscilla tra il 36 e il 37 per cento, più che alla Camera: spera che per la teoria del voto utile gli elettori, a palazzo Madama, optino tutti sul Pd pensando che in quel ramo del parlamento la partita sia tutta da giocare.
Dunque, i leader della Sinistra che aspettavano un dopo Pasqua in cui i sondaggi avrebbero regalato qualche punto in più perché nel frattempo la teoria del voto utile si sarebbe rivelata una falsità, si devono ricredere. Che cosa fare, allora? Nella Cosa Rossa inizia a farsi largo una tentazione: «quella di dire la verità», spiega un dirigente della Sinistra. Ovvero sia di dire pubblicamente ciò che nei palazzi della politica si dà già per scontato: che Berlusconi vincerà e che «quindi non è vero che chi vota Pd contribuisce alla sua sconfitta».
E’ solo una tentazione finora, anche perché Bertinotti vorrebbe mantenere la campagna elettorale su toni diversi privilegiando i contenuti rispetto alla propaganda. Ma non è detto che nell’ultimo scorcio di campagna elettorale il presidente della Camera non si debba ricredere. Anche perché è a rischio la «sua creatura», quella che ha fortemente voluto, spezzando le resistenze interne di pezzi importanti del Prc, a cominciare dalla componente che fa capo al ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero. Anzi, a voler essere precisi, è più che a rischio, dal momento che la Sinistra, dopo le elezioni, sarà anche orba di un leader. Non è per farsi pregare né per finta ritrosia che Bertinotti non vuole capeggiare il nuovo soggetto unitario. E per il suo pupillo Nichi Vendola i tempi non sembrano essere maturi: difficile assumere la guida della Cosa rossa, tanto più se il risultato elettorale sarà deludente.
Sognava un’Epinay socialista, Bertinotti, intravedeva un futuro per una sinistra non più antagonista ma nemmeno di governo. Era convinto che dall’opposizione un simile soggetto si sarebbe potuto costruire più facilmente. Ma, come maligna qualche dirigente del Pdci, invece di fare una nostrana Epinay la Cosa rossa rischia di finire alla stregua del Pcf di Marchais. Una mano a Bertinotti può darla solo Veltroni: il leader del Pd vuole inaugurare una politica «legge e ordine» molto dura che difficilmente piacerà alla sinistra libertaria, ai giovani dei movimenti (e anche ai radicali).