Arcobaleno sotto choc dopo il crollo di Madrid

A Walter Veltroni, che, giubilando per le vittorie socialiste in Spagna e Francia, ha attribuito con una punta di sadismo il «peggioramento» delle sinistre radicali in Europa al loro ruolo di «testimonianza» piuttosto che di «innovazione», Fausto Bertinotti ha ribattuto ieri con comprensibile stizza che «in Spagna c’è Zapatero, mentre in Italia formazioni socialiste non ce ne sono». Ma poi anche il candidato leader dell’Arcobaleno non ha avuto esitazioni ad ammettere che il voto ispano-francese ha fatto risuonare alto «un allarme» per la sinistra radicale italiana. Del resto, come non potrebbe, visto l’ormai completo annientamento dell’Izquierda Unida in Spagna e la sopravvivenza residuale e minacciata in Francia di sigle un tempo temibili? E, quando dice, riferendosi con acidità alla non appartenenza del Pd all’Internazionale socialista, che «in Italia non ci sono formazioni socialiste», Bertinotti ammette che neppure l’Arcobaleno è Zapatero, cioè il vincitore. Dunque, non gli resta che consolarsi con la Germania, «dove la sinistra si costituisce su nuove basi, su basi unite». Ma non si può negare che, in Germania, come fa notare Antonio Polito, tornato alla direzione del «Riformista», «il compito della sinistra radicale è agevolato dalla presenza di un governo di Grosse Koalition».
Poi c’è un altro grave problema: il preoccupante affiorare in Europa di una tendenza alla bipolarizzazione, al concentrarsi, cioè, dei voti, attorno a due forze principali, quello che Marco Rizzo, dei Comunisti italiani, chiama «il processo di americanizzazione della politica», «cioè una falsa competizione tra due frazioni della borghesia». Dunque, quanto è forte l’allarme?
Sì, l’allarme «c’è senz’altro» per Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, ed «è sacrosanto» per Piero Sansonetti, direttore dei «Liberazione». Che significa, in concreto? I sondaggi continuano ad attribuire all’Arcobaleno un 7% circa, che non è considerato una vittoria dagli interessati, ma non è certo la scomparsa. Potrebbe però essere quel «tetto» di cui parla Polito, dal quale «le sinistre radicali nel mondo occidentale sembrano destinate a scendere velocemente». Dunque, il rischio, non sarebbe la scomparsa immediata, ma la marginalità e poi la progressiva irrilevanza. Quello che è successo all’IU in Spagna, quindi. Ma Rizzo obietta convinto: «Quella è stata un’esperienza terribile perché ha fagocitato i comunisti spagnoli. Il punto è: non c’è sinistra senza i comunisti». Ma non potrebbe accadere lo stesso anche con l’Arcobaleno? «Certo, IU era partita nello stesso modo».
Ma l’Arcobaleno cos’è? «E’ un primo tentativo di risposta, ma adesso deve diventare una soggettività plurale», secondo Russo Spena. Esiste, cioè, quello che Sansonetti chiama «il problema di una sua forma politica, anche se non di un partito». Insomma, per dirla con Valentino Parlato, fondatore del «Manifesto», la sinistra radicale «dovrebbe cogliere l’occasione per sviluppare una riflessione e capire che deve diventare una cosa». Infatti, come si fa a manifestare «una progettualità più forte» (Russo Spena), dare corpo a un profondo «bisogno di riforma» (Sansonetti), dimostrare di essere «radicalmente alternativi» (Rizzo) senza essere neppure capaci di dare vita a un soggetto politico unitario? E, mentre critica le confuse identità di altri, l’Arcobaleno non può definirsi né verde né socialista e neppure comunista. Dunque, come dice Sansonetti, «l’Arcobaleno corre rischi enormi».
E mentre tutti gli uomini dell’Arcobaleno sostengono che il modo migliore di reagire è «demarcare meglio la posizione rispetto a quella del Pd», anche su quanto «demarcarsi» non sembra esserci accordo. Secondo Rizzo, per esempio, può costare molto caro «l’errore di Bertinotti di competere con Veltroni sul suo terreno piuttosto che contrapporvisi». La «cosa» sembra lontana.