Arbil, l’ordine da Bush

L’idea di estendere l’escalation di George Bush fino all’Iran sarà pure una «leggenda metropolitana», come dice il suo portavoce Tony Snow, ma certo gli indizi che indicano quell’intenzione si accumulano. L’ultimo e il più serio lo ha fornito Condoleezza Rice in un’ intervista al New York Times pubblicata ieri, proprio nel momento in cui il segretario di stato partiva per l’ennesimo viaggio in Medio Oriente. La cosa più rilevante emersa dalle parole della Rice è che il gruppetto di iraniani «arrestati» nella città irachena di Arbil (praticamente mentre Bush pronunciava il suo discorso in cui fra l’altro accusava apertamente l’Iran e la Siria di «interferire» nelle vicende irachene fornendo aiuti agli «insurgent») non è stato un caso isolato ma il frutto di un’azione intrapresa da tempo per la quale esiste una precisa autorizzazione da parte del presidente.
Così dicendo la Rice ha in pratica svelato un segreto perché nessuno finora aveva sentito parlare di questa storia, ma è stata bene attenta a non spingersi troppo oltre. L’unica cosa che ha detto è che la faccenda è nata «in autunno», e semmai c’è da chiedersi perché la Casa bianca abbia deciso di farla conoscere adesso e per di più attraverso un giornale «nemico» come il Times. E su questo ovviamente le teorie si sprecano. C’è quella secondo cui la Casa bianca sta cominciando a «montare» il problema Iran come a suo tempo montò il problema Iraq in vista di un’azione militare; quella opposta, secondo cui l’amministrazione Bush sta mandando «messaggi» all’Iran perché si dia una regolata e non «costringa» gli Usa a passare all’azione; quella di insinuare il concetto che se le cose in Iraq vanno come vanno non è per l’insipienza e la faciloneria (oltre che l’illegittimità) con cui si è agito, bensì – appunto – per colpa dell’Iran; e perfino quella secondo cui i problemi edipici di George Bush e quelli politici di Dick Cheney si sono ancora una volta combinati, nel senso che siccome James Baker – che è l’alter ego di Bush padre e anche l’esponente di quel poco che c’è di «moderato» nel partito repubblicano – ha indicato nel dialogo con l’Iran una delle cose da fare, loro hanno voluto rispondere facendo l’esatto contrario. L’ultima delle teorie,quella più banale, è che più si parla di Iran meno si parla di Iraq.
In ogni caso Joseph Biden, che con il passaggio della maggioranza ai democratici è diventato il presidente della commissione Esteri del Senato, durante le audizioni con cui sono stati «torchiati» a dovere sia la Rice che il nuovo segretario della Difesa Robert Gates, ha sentito il bisogno di puntualizzare che l’autorizzazione ad andare in Iraq ottenuta a suo tempo da Bush non è un via libera per andare anche in Iran, «neanche per inseguire chi presti assistenza agli insurgent». Ha poi chiesto una «risposta legale» da parte del dipartimento di Stato su questo aspetto e ha avvertito che qualunque sconfinamento americano in Iran ordinato dalla Casa bianca darebbe vita a «un serio conflitto costituzionale con il Senato». L’occasione per l’uscita di Biden era la vicenda di Arbil (già conclusa col rilascio degli «arrestati» dopo che l’Iran aveva dichiarato che godevano di immunità diplomatica), ma sono settimane, si dice, che varie «fonti» sguinzagliate dalla Casa bianca forniscono «dritte riservate» ai giornalisti compiacenti tendenti a sostenere che il caos iracheno è «creato» da Tehran. E c’è chi ricorda la sibillina osservazione nel discorso di Bush sulla «nuova strategia», in cui si dice che i problemi sono due: che i militari Usa sono pochi (di qui l’invio ulteriore) e che nello svolgimento della loro azione i medesimi militari «sono stati soggetti a troppe restrizioni».
A dare un’occhiata a Baghdad è andata ieri Hillary Clinton, con un altro senatore democratico e un deputato repubblicano. Era previsto che incontrassero il premier ministro iracheno Nuri al-Maliki e vari alti ufficiali americani. Ciò che Hillary pensa della «nuova strategia» di Bush lo ha già detto, «si tratta di un’escalation», per cui questo suo viaggio di un solo giorno sembra funzionale più alle sue ambizioni presidenziali che a una maggiore comprensione di ciò che accade laggiù.