Arabi di Israele fantasmi politici

Continua l’agonia di Ariel Sharon mentre la campagna per le elezioni israeliane sta entrando nel vivo. A un mese e mezzo dal voto a dominare la scena sono i sondaggi che assegnano un largo vantaggio a Kadima, il partito di Sharon, e ridimensionano le ambizioni dei laburisti di Amir Peretz e i sogni di rivincita del Likud di Benyamin Netanyahu. Le possibilità dei tre partiti maggiori e la popolarità in calo del premier ad interim Ehud Olmert, occupano sempre più spazio sui media. Poco si parla invece della crisi dei partiti minori con pochi seggi nella Knesset uscente. Soprattutto non si discute sugli effetti che l’innalzamento al 2% della soglia di sbarramento elettorale potrebbe avere sulla esistenza dei partiti arabi che rappresentano la minoranza palestinese in Israele (circa 20% della popolazione e 13% degli aventi diritto al voto). Il rischio che queste forze politiche spariscano è elevato e il danno che ne deriverebbe per la rappresentanza di 1.300.000 cittadini sarebbe grave. I sondaggi per ora assegnano ai tre partiti arabi – Fronte per la pace e l’uguaglianza (Jaba, dominato dai comunisti), Tajammo (Balad, dell’intellettuale cristiano Azmi Bishara) e Movimento islamico del sud – 8-9 seggi. Ma questo risultato è legato al superamento della soglia di sbarramento e Jaba e Tajammo rischiano seriamente di non farcela. In pericolo è anche la lista islamica ma le sue possibilità di prendere più del 2% dei voti sono migliori rispetto agli altri due partiti.

«La presenza di deputati arabi alla Knesset è stata per decenni un importante fattore di stimolo e di dibattito politico. Soprattutto ha consentito di salvaguardare almeno in parte i diritti di una minoranza che denuncia discriminazioni e abusi da parte della maggioranza (ebraica). La scomparsa o il forte ridimensionamento di questa presenza perciò sarebbe un danno grave», ha scritto Yoav Stern qualche giorno fa su Haaretz.

Tra gli esponenti palestinesi in Israele è forte il sospetto che dietro il desiderio di ridurre il numero del partiti con la soglia di sbarramento, qualcuno abbia anche pensato di liberarsi della scomoda presenza alla Knesset di deputati come Azmi Bishara e il comunista Mohammed Barakeh, considerati da molti «non fedeli allo Stato di Israele». Eppure i partiti arabi, appena qualche anno fa, sono stati essenziali per la tenuta, con il loro appoggio dall’esterno, delle coalizioni guidate dai laburisti Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Ehud Barak, sulla carta più «pacifiste» rispetto a quelle della destra. Ciò nonostante non hanno mai partecipato a pieno titolo ad un governo, anche di centro-sinistra, poiché la loro presenza era «sconveniente» per qualsiasi premier (Rabin incluso).

Per garantirsi la salvezza i partiti arabi avrebbero dovuto creare un fronte comune, ma non sono riusciti a trovare una intesa. «Il mancato accordo elettorale non è stato il risultato di rivalità personali, come si è detto, ma di significative di differenze ideologiche. Tra i comunisti e Tajammo da un lato e il movimento islamico dall’altro il divario è enorme, non c’erano possibilità di formulare un programma comune», ha spiegato al manifesto la giornalista Nahed Dirbas. L’errore più grave lo hanno commesso i comunisti che ad una alleanza con Azmi Bishara hanno preferito quella con la lista di Ahmed Tibi (un uomo politico spregiudicato) che all’ultimo momento si è tirato indietro e ha scelto il movimento islamico. A questo punto molto dipenderà dalla affluenza alle urne degli arabi. Se non supererà il 62% delle passate elezioni, allora per Tajammo e comunisti ci saranno poche speranze. Tutti pendono dalle labbra dello sceicco Raed Salah, leader del movimento islamico del nord che non parteciperà al voto ma non ha chiesto ai suoi sostenitori di boicottare le urne.

In assenza di una rappresentanza araba significativa alla Knesset sono destinate a passare inosservate vicende come quella del progetto del Centro Simon Wiesenthal per la costruzione di un «Museo della Tolleranza» su uno storico cimitero musulmano, il «Maman Allah» (oggi «Mamilla») situato nella zona ebraica (ovest) di Gerusalemme, risalente secondo le autorità islamiche al periodo del secondo califfo Omar Ibn Khattab (VII secolo). I palestinesi hanno presentato ricorso alla Corte Suprema israeliana per fermare i lavori mentre il portavoce del Centro Wiesenthal sostiene che l’area messa a disposizione dal comune dove dovrebbe sorgere il museo non è un cimitero musulmano. L’israeliano Meron Benvenisti, che in qualità di ex vice sindaco di Gerusalemme ne conosce ogni centimetro, ha scritto giovedì scorso su Haaretz che la costruzione del museo comporterà la distruzione di un cimitero che lo storico arabo Mujir Al-Din nel 1495 definì «il paradiso in terra». Più di tutto Benvenisti sottolinea il doppio standard delle autorità israeliane attente a non violare i siti archeologici e religiosi ebraici e «distratte» quando si tratta di siti islamici.