Appunti per un governo che sceglie la pace

Non violenza e potere Privilegiare la democrazia partecipativa, le relazioni orizzontali e l’autogestione, socializzare il potere. Un nuovo modello politico, ispirato ad Aldo Capitini

La guerra è tornata ad essere in questi anni il paradigma della politica contemporanea, fondata sulla militarizzazione delle relazioni internazionali, e l’altra faccia di un dominio economico neoliberista imperniato sulla forza e la violenza. Di questo parla la vicenda irachena del 2003 come la guerra in Kosovo nel 1999. Di questo parla il prossimo rischio di guerra in Iran. Ovvero, come usare la guerra – presentandola quale difesa dei diritti umani e della democrazia – come regolazione delle forme di dominio (politico) e modo di affermazione di concreti interessi (economici). Il pacifismo cerca di far saltare questo paradigma. A partire dalla contestazione delle scelte (di politica estera) di guerra e di violenza, ma anche ponendo la necessità di un profondo cambiamento dei valori, delle forme e dell’identità della politica – quella dei partiti e del sistema politico, in generale – di fronte alla globalizzazione e alle trasformazioni economiche, sociali e culturali in corso. La questione non va però vista solo come necessaria interruzione del corto circuito guerra-politica, ma anche in positivo, ricostruendo le ragioni di una politica che deve ritrovare le sue ragioni nella costruzione di valori e pratiche nuove – dalla non violenza alla democrazia dal basso, dalla socializzazione del potere alla pratica delle relazioni – che appartengono non solo al pacifismo ma anche ad altre esperienze: quella del femminismo, del migliore ambientalismo, dei movimenti antiautoritari. Il pacifismo avanza – come anche molte forze che partecipano alla manifestazione del 18 marzo ricordano – scelte diverse a favore dell’Onu, di una economia disarmata e civile, di una democrazia internazionale e cosmopolita, di un disarmo sostanziale e progressivo, di una solidarietà internazionale fondata su un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello attuale e fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. Come tutto ciò possa diventare le coordinate di un programma politico e di governo (speriamo quello dell’Unione) è tutto da vedere e non sono da escludere seri conflitti. Servirebbero segnali coraggiosi per politiche di pace: decidere di ridurre del 20% la spesa militare, abolire subito «le scuole di guerra» (ancora chiamate così), fare una scelta di campo (non solo a parole) per le Nazioni Unite, istituire un «ministero della cooperazione e della solidarietà internazionale» coerente con politiche economiche e commerciali alternative al neoliberismo. E altro ancora.

Sulle forme della politica sono almeno due i nodi che richiamano la necessità di un’azione – di fondo e a lungo termine – sulla politica come forma della partecipazione, della rappresentanza, della decisione pubblica. Questi sono la non violenza e il potere. La prima richiama la politica ad un salto di paradigma, innanzitutto con la rottura del connubio tutto novecentesco «politica-violenza». Il principio della non violenza richiama però non solo l’ovvia astensione dal ricorso alla violenza, quanto anche la trasformazione della «forma politica democratica» sulla base di pratiche innovative orizzontali (di relazione) e su un modello inclusivo di una democrazia partecipata decidente. L’«aggiunta» della non violenza presuppone secondo Aldo Capitini una visione radicalmente diversa della politica, privilegiando la confederalità (com’era anche agli albori del movimento operaio) al centralismo democratico, il potere diffuso (di tutti) al potere oligarchico, l’autogestione alla esclusività della rappresentanza, il volontariato politico e i movimenti alle burocrazie incrostate.

Vi è poi la questione del potere: per i pacifisti, da Capitini in poi, la questione non è se prendere o non prendere il potere – secondo categorie vecchie, vecchissime – quanto la sua diffusione e socializzazione attraverso un principio «omnicratico»: il potere di tutti contro il potere di pochi, la democrazia partecipata contro la democrazia elitaria, la pratica orizzontale delle relazioni contro l’imposizione verticale delle gerarchie. La tradizione della politica novecentesca (anche quella di sinistra) è imperniata sulle antinomie amico-nemico, fini-mezzi, su una concezione militare e bellica, sul suo essere il risultato di un «rapporto (cioè scontro) di forze». Il principio capitiniano dell’omnicrazia è invece molto vicino a quello di una politica mite e di una democrazia partecipata e alle nuove forme della politica diffusa che oggi vengono rivendicate di fronte alla deriva del sistema politico e istituzionale. Nonostante il forte dispiegamento del pacifismo di questi anni, il suo impatto sul merito delle scelte è limitato, mentre è quasi nullo sulle forme della politica, ancora legate ad una visione in realtà più che novecentesca, sempre di più ottocentesca (quella dei comitati elettorali e dei gruppi di interesse o di affinità) e tra l’altro piuttosto impermeabile all’esterno.

Il pacifismo prospetta una radicale discontinuità nel «fare politica» anche nei partiti: nelle forme della democrazia interna e degli assetti organizzativi, nell’uso dei soldi pubblici e delle prerogative assegnate dal sistema pubblico di sostegno, nell’apertura al rapporto – non solo sui temi, ma sulla strutturazione e le forme delle relazioni – con i movimenti. Ma soprattutto afferma con forza – come anche altri movimenti della società civile – il tema della «pari dignità» delle diverse forme della politica: partiti, associazioni, movimenti, ecc. insieme nella costruzione di politiche e decisioni di interesse generale cui ciascuno può concorrere con le proprie specificità. I valori del pacifismo, e soprattutto quelli della non violenza, possono dunque cambiare radicalmente la politica verso un orizzonte e un paradigma nuovo, che dà vita ad una «politica plurale». Questa solo amplia lo spazio pubblico della democrazia, della partecipazione, dell’autogoverno nella prospettiva della liberazione dall’oppressione e dall’ingiustizia, che della guerra e del dominio violento sono la più coerente espressione.