Appello dell’Arci: «Quando se non ora?»

L’indulto è un rimedio minimo che allevierebbe una condizione ormai insostenibile. A situazioni straordinarie bisogna rispondere con misure altrettanto straordinarie
Nelle carceri è emergenza, è questo il momento di approvare l’indulto. Lo afferma l’Arci. «E’ necessario – sostengono il presidente Paolo Beni e il responsabile rete carcere, e Franco Uda – che il provvedimento di indulto in discussione in queste ore al Parlamento venga approvato al più presto, è un rimedio minimo che allevierebbe una condizione ormai da diversi insostenibile. Sappiamo bene che un atto di clemenza non risolve la terribile situazione carceraria, diciamo da tempo che il mondo della giustizia ha bisogno di riforme di sistema che agiscano in profondità. Tuttavia pensiamo che a situazioni straordinarie, per la loro enormità e gravità, bisogna rispondere con misure altrettanto straordinarie».
L’Arci con i suoi operatori e volontari fa la sua parte tra i circa 8.500 operatori non istituzionali che quotidianamente assicurano una presenza attiva nelle carceri promuovendo iniziative culturali, di difesa dei diritti, per la promozione dell’emancipazione dei detenuti. «Conosciamo bene – affermano in una dichiarazione congiunta – i luoghi di reclusione, diventati ormai delle vere e proprie discariche sociali. I dati sulla popolazione carceraria ci dicono che negli istituti di pena sono presenti circa 62.000 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 42.000 e sono i più poveri e i più deboli a pagare, spesso in maniera sproporzionata e ingiusta: per questo da tempo chiediamo l’abolizione della Bossi-Fini, della Fini-Giovanardi e della Cirielli, leggi inique e sbagliate che sostituiscono con la repressione l’assenza di politiche per l’inclusione sociale, l’accoglienza, la prevenzione».

A loro avviso, «un nuovo welfare dovrà necessariamente tenere conto sia dei luoghi di reclusione, se l’universalismo dei diritti non è una semplice enunciazione di principio, sia del pieno reinserimento sociale degli ex-detenuti, con coerenti politiche abitative e del lavoro. Una riforma penale dovrà essere incentrata sulla depenalizzazione di molti reati, ormai non più considerabili come socialmente pericolosi, e sull’incremento delle pratiche dell’esecuzione penale esterna, con il fondamentale apporto di tutto il mondo del terzo settore. Non possiamo ancora una volta – concludono Beni e Uda – deludere le legittime aspettative di quanti implorano un atto di clemenza che fu chiesto con forza anche da Giovanni Paolo II. Quando se non ora?».