Anp, Hamas punta sulla Francia

«Non siamo soli, la Francia ha contatti con noi». Così il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha descritto ieri la presunta «rottura», riferita dalla radio israeliana, dell’isolamento in cui Stati uniti ed Europa tengono il movimento islamico salito al potere in Cisgiordania e Gaza. L’ambasciatore francese a Tel Aviv, Gerard Araud, naturalmente ha smentito tutto. «Non abbiamo contatti con Hamas e non li avremo fintanto che i suoi dirigenti non soddisfaranno le tre note condizioni», ha detto riferendosi al riconoscimento d’Israele e dei precedenti accordi fra Anp e stato ebraico, oltre alla fine della lotta armata. Secondo Abu Zuhri invece i contatti ci sono stati e si sono svolti circa due mesi fa a Gaza. «La Francia comprende la necessità per l’Unione europea di riconsiderare la sua posizione verso Hamas e ha promesso di fare uno sforzo a questo riguardo con altri paesi europei», ha detto, aggiungendo che anche il rappresentante indiano nei Territori occupati palestinesi ha incontrato due settimane fa il primo ministro Ismail Haniyeh.
Rompere l’isolamento «occidentale» dichiarato da Stati uniti ed Europa è essenziale per Hamas, che nelle scorse settimane ha avuto incontri in Russia e Turchia e ricevuto un invito per colloqui dal Sudafrica. Il presunto contatto con la Francia sarebbe un buon colpo diplomatico per il governo Haniyeh e le secche smentite francesi non bastano a fugare i sospetti di chi trova credibili le affermazioni di Abu Zuhri. In casa europea non esiste una posizione unica nei confronti di Hamas, che figura nella lista delle «organizzazioni terroristiche». Accanto a paesi come Italia e Germania, allineati alle posizioni di Stati uniti e Israele, ci sono Francia e, si dice anche la Spagna, che spingono per una maggiore flessibilità richiedendo però ad Hamas il riconoscimento immediato del diritto ad esistere di Israele. Lo stesso ufficio di Gerusalemme della Commissione europea non ha ancora avuto direttive definitive da Bruxelles su come agire: da un lato ha detto alle Ong che operano nei Territori occupati che i loro progetti potrebbero non essere più finanziati per evitare «collaborazioni» con partner locali legati ad Hamas; dall’altro garantisce il proseguimento degli aiuti umanitari. Qualche giorno fa i dirigenti del movimento islamico si sono rallegrati per la decisione dell’Ue di sbloccare 120 milioni di euro per i palestinesi.
Il problema più importante per Hamas – che però si ripercuote sull’intera popolazione palestinese – è quello del taglio dei finanziamenti internazionali. Circa 700 milioni di dollari all’anno – in gran parte europei – che non sarà facile sostituire con fondi arabi e islamici come ha confermato la risoluzione del recente summit di Khartoum che ai palestinesi promette solidarietà politica in abbondanza ma scarso aiuto materiale. I 250 milioni di dollari che avrebbe offerto l’Iran in ogni caso basteranno per pochi mesi mentre il neo ministro delle finanze Omar Abu Rizek ha ripetuto in questi ultimi giorni che il collasso dell’Anp potrebbe diventare realtà nel giro di qualche settimana. Israele inoltre sta già adottando misure punitive contro i palestinesi congelando il trasferimento dei fondi ricavati dal pagamento dei dazi doganali dovuti all’Anp.
All’orizzonte si affaccia ora un altro problema. Il quotidiano Haaretz ha riferito ieri che le banche arabe presso le quali sono stati depositati fondi palestinesi stanno chiedendo all’Anp di chiudere i suoi conti, nel timore di sanzioni occidentali e di richieste di risarcimento da parte di vittime di azioni armate.