Annan in Israele cerca il negoziato

La scommessa della fondazione sulle fragili basi della risoluzione Onu sul Libano d’un nuovo corso delle relazioni internazionali nell’area di confkitti più “calda” – quanto meno per visibilità -, ossia in Medio Oriente, continua ad essere giocata da chi non può che esserne il formale garante: il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che sta continuando il suo tour nella regione, iniziato proprio nel Paese dei Cedri. Ieri è atterrato in Israele, dopo aver concluso la tappa libanese visitando il comando della missione Unifil, a Ras Naqura, ed andando ad omaggiare le lapidi dei “caschi blu” caduti sotto i raid israeliani delle settimane passate.
Annan a Gerusalemme è arrivato con una richiesta chiara, annunciata e ripetuta per due giorni: quella, cioè, della fine del blocco aereo e navale posto dallo Stato ebraico al vicino martoriato. Una richiesta sulla quale si gioca la decisione del governo di Ehud Olmert, erede di Sharon, sul proprio destino già segnato dall’esito più che controverso dell’offensiva militare contro Hezbollah: un assenso aprirebbe forse la strada anche al capitolo che lo stesso Annan ritiene «fondamentale per la pace», ossia il riavvio del processo negoziale con i palestinesi; ma, d’altra parte, questo esito non è affatto scontato per una compagine politica assediata soprattutto da destra.

I segni giunti nelle ultime ore da parte israeliana non sono incoraggianti. Insieme alla recrudescenza dei blitz su Gaza, è stata la portavoce del governo Miri Eisen a chiarire ieri sera che «Israele sarà lieto di revocare il blocco» sul Libano ma solo a condizione di una «messa in sicurezza» delle sue frontiere dagli approvvigionamenti di armi ad Hezbollah. Anzi, ha spiegato, «Israele è certo che se non ci sarà una forza seria che ponga fine al contrabbando di armi, la Siria e l’Iran continueranno a sostenere, finanziare e armare gli Hezbollah». La ministra degli esteri Tzipi Livni, a conclusione della sua visita in Danimarca aveva già rilanciato: «Occorre una nuova risoluzione per impedire il riarmo di Hezbollah da parte dell’Iran». E di più: «Noi pensiamo che non è sufficiente lasciare l’esercito libanese sorvegliare la frontiera con la Siria». Nonostante lo stesso Annan avesse precisato il giorno prima da Beirut che in nessun modo si prevede uno schieramento là della “nuova” Unifil.

Ci si chiedeva, in effetti, dove fosse finita la proposta di nuova risoluzione annunciata da George W. Bush e dall’ambasciatore Usa al Palazzo di Vetro, John Bolton, oltre una settimana fa: ora c’è la risposta. Che tende a rimbalzare proprio nell’area di dibattito sul processo di pace “allargato” in Medio Oriente, oggetto della riconvocazione del Consiglio di Sicurezza chiesta dalla Lega Araba in concomitanza con l’Assemblea generale straordinaria dell’Onu, a metà settembre, quando scadrà il mandato di Annan.

Al perfezionamento della «cessazione delle ostilità» prescritta dalla risoluzione 1701 sul Libano, si lega palesemente la partita sui militari israeliani presi prigionieri: i due catturati da Hezbollah, ma anche il caporale Shalit sequestrato dalle ali radicali dei principali gruppi della resistenza palestinese. Il primo atto compiuto dal segretario generale delle Nazioni Unite a Gerusalemme, in effetti, è stato visitare i familiari dei tre. Sulla questione degli ostaggi stanno lavorando, malgrado le smentite, le maggiori diplomazie: da ieri, ufficialmente, anche il reverendo statunitense Jesse Jackson, giunto a Beirut dopo aver incontrato domenica a Damasco il presidente Bashar Assad, ma pare anche il leader esule di Hamas, Khaled Meshaal. Mentre sarà proprio in Siria che Annan arriverà, dopo il passaggio in Israele: mentre già ieri è tornato a Beirut l’inviato dell’Onu per l’inchiesta sull’omicidio di Rafik Hariri, che coinvolgerebbe Assad.

In verità, questione degli ostaggi a parte, l’annuncio della portavoce Miri sul condizionamento della fine del blocco del Libano all’intervento internazionale sulle frontiere e il rilancio di Livni su una risoluzione che lo assicuri e individui nell’asse Iran-Siria la controparte, sono le mosse più minacciose. Perché rimandano alla partita che lo stesso Annan sa benissimo essere intrecciata con quella delicata sul futuro della 1701, non che con le flebili speranze d’una ripresa del processo di pace per la Palestina. E la partita, che include l’approccio siriano, si chiama confronto con l’Iran. Domani stesso scade l’ultimatum del Consiglio di Sicurezza perché Teheran fermi l’arricchimento dell’uranio. E sabato il segretario generale Onu concluderà proprio nella Repubblica Islamica il suo viaggio.

Il braccio di ferro internazionale, sul cui sviluppo si giocano anche gli orientamenti della seconda Amminstrazione Bush negli Stati Uniti a cavallo delle elezioni di mezzo termine in novembre, passa proprio per la rappresentazione dello scontro tra il governo del presidente-pasdaran Ahmadinejead e Israele. Non a caso il primo ha proclamato ieri di volere l’«estirpazione» della «radice delle tensioni» in Medio Oriente: per descriverla, ha domandato retoricamente «durante questi 60 anni, qual’è stata la radice dei massacri, dei crimini e dei conflitti?». Ed è tornato ad indicare un «referendum» fra i palestinesi sul riconoscimento di Israele, come sola soluzione.

Quanto all’ultimatum Onu, Ahmadinejead ha semplicemente avvertito che «il momento per utilizzare lo strumento del Consiglio di Sicurezza è passato» e ha liquidato come «poco probabile» un ricorso a questo livello di scontro diplomatico da parte dei suoi componenti. Ma ha anche rilanciato il “dossier” presentato dal mediatore Larijani e dal ministro Mottaki in risposta, chiosando: «Speriamo che l’Occidente accolga la nostra offerta di negoziati, cogliendo questa occasione unica».