Angelo d’Orsi: «La storia vista dalle aule giudiziarie»

«Imputato alzatevi!». Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole, magari in televisione, nel corso della proiezione di un film imperniato su una qualche vicenda giudiziaria. Poche volte però abbiamo riflettuto sul fatto che quell’ordine è stato emesso in occasioni importanti, in processi che hanno scandito, nel bene e nel male, la storia dell’umanità. Si pensi, solo per fare due esempi, all’Inquisizione spagnola o al processo di Norimberga. Per queste ragioni il tema centrale della seconda edizione del FestivalStoria di Saluzzo e Savigliano, al via oggi fino a domenica, ha appunto il processo come argomento principe. Ne parliamo con Angelo d’Orsi, docente di Storia delle dottrine politiche all’università di Torino, ideatore e direttore della kermesse culturale piemontese. «Il processo è una forma che accompagna la storia – dice lo studioso – fin dall’origine della storia stessa. E questo perché ovunque ci sia un’aggregazione di esseri umani sorgono conflitti, sorgono contrasti, dissidi, e talora i conflitti sono addirittura quelli estremi, cioè le guerre. E i processi sono la forma estrema della via giudiziaria alla soluzione dei conflitti o al loro superamento. Tant’è che spesso le guerre stesse hanno generato successivamente dei processi.»

Insomma una costante della storia dell’uomo…

Sì, certamente. Aggiungo inoltre che sono stato sollecitato anche dalla presenza di tanti eventi processuali nella nostra contemporaneità che hanno suscitati polemiche e dibattiti. Dal processo Andreotti, per parlare di casa nostra, a quello a Milosevic o a Saddam Hussein. Tutti eventi che cito non a caso perché saranno affrontati nel corso di questa edizione del festival. Dunque ci sono sicuramente ragioni di lungo periodo e nello stesso tempo ragioni legate all’attualità. E infine credo che il tema si presti molto ad essere spettacolarizzato e quindi può piacere al pubblico. Anche se insisto a sottolineare il fatto che il FestivalStoria, a differenza di tante altre iniziative, è una manifestazione seria, fondata sull’assoluto rigore scientifico ma che cerca di esprimerlo in una forma gradevole e accattivante.

Molto spesso i processi sono ricordati come atti repressivi, prodotto di fondamentalismi religiosi o politici…

E di conseguenza lo strumento per esercitare atti di vera e propria persecuzione, a carattere razziale, religioso, politico, ideologico. Su questo non c’è nessun dubbio. E abbiamo tutta una serie di eventi che ci confermano quello che ho appena detto, e cioè che la storia è punteggiata dal sangue di vittime innocenti sacrificate in nome di fedi estreme, che possono essere anche fedi politiche naturalmente. E là dove la ragione è stata obnubilata dalla fede abbiamo avuto i risultati più gravi. La storia gronda il sangue dei condannati ingiustamente da processi inaccettabili non solo alla luce della nostra coscienza di moderni, ma anche di qualunque principio giuridico e morale dell’epoca stessa. Pensiamo appunto alle infinite vittime delle guerre di religione, che sono spesso passate attraverso passaggi processuali, in particolare appunto l’Inquisizione. Questo ha prodotto delle catastrofi nella storia dell’umanità. Un nome simbolo per tutte è Giordano Bruno, che è un martire della libertà di pensiero. E in fondo anche Galileo è egli stesso un campione e una vittima della libertà di pensiero. L’umiliazione a cui è sottoposto, con l’abiura a cui è costretto, è evidentemente più che una sconfitta della scienza e della libertà una sconfitta per chi gliela impone. E alla lunga le vittime di allora sono risultate i vincitori. Quel grande tribunale della storia ha fatto giustizia, sia pure ex post, delle ingiustizie che tanti hanno ricevuto in questi processi inammissibili.

E tuttavia in alcuni casi, penso a Norimberga, il processo è stato vissuto come una catarsi, un momento liberatorio e di giustizia per le vittime, in questo caso, del nazismo. Si può trarre una conclusione in questo senso?

Effettivamente i processi sono stati tutte queste cose insieme. Ci sono stati tanti processi che hanno voluto riparare a dei torti storici e, come dicevamo, processi che sono stati puramente persecutori, e che, in nome di asserite giustizie, hanno prodotto gravissime ingiustizie. La storia è costellata di queste forme giudiziarie: dalla caccia alle streghe a tutti i processi dell’Inquisizione fino a quelli staliniani e maccartisti ed anche alcuni dei processi recenti. Nella storia certamente possiamo trovare delle forme se vogliamo innovative però discutibili. Norimberga è per me un esempio molto emblematico perché da una parte, sul piano sostanziale, siamo tutti dalla parte dei giudici. Sul piano formale però io mi chiedo se Norimberga sia stata una cosa accettabile. Il problema di fondo è che diritto avevano i vincitori di ergersi a giudici dei vinti: lì è venuto meno un elemento fondamentale della forma processuale, vale a dire la terzietà, cioè il fatto che il giudice deve essere un terzo rispetto all’imputato e all’offeso. Quello che cerco di porre in questa edizione del festival, attraverso tutti quanti gli eventi che la costellano, è il problema della legittimità dei processi, vale a dire chi è legittimato a processare chi. E Norimberga effettivamente pone un problema serio: è vero che è una catarsi però diventa anche un precedente pericoloso che poi è stato usato non a caso in questi ultimi anni più volte.

Pensa al processo a Milosevic o a Saddam?

Sì. Sono molto perplesso e spesso francamente critico rispetto a quello che io definisco il panpenalismo internazionale odierno. Abbiamo assistito a delle nefandezze giuridiche, inaccettabili su qualunque piano. Il caso Milosevic è una di queste: Milosevic è stato venduto dal suo governo agli americani e ceduto al tribunale dell’Aja contro la volontà dello stesso presidente della repubblica e delle istituzioni giuridiche del suo paese. La cosa più grave, dimostrata da questo caso, è che in realtà gli americani riconoscono questi tribunali solo quando fa loro comodo. E tutti questi tribunali sono spesso manipolati, o comunque hanno una legittimità molto dubbia, perché non sono riconosciuti da tutti. E quindi con quale legittimità vanno a giudicare se non sono riconosciuti? Questo è effettivamente un problema di fondo.

Un nodo che riguarda il legame tra giustizia e legalità…

La giustizia non può essere perseguita a prezzo della legalità. Non può essere un’altra cosa rispetto alla legalità. Questo perché in tutta l’attività giudiziaria la forma è contenuto e non si può prescindere da questo punto. Anche il caso Eichmann pone inquietanti interrogativi. Che diritto ha uno Stato di andare in un altro Stato, rapire un cittadino che è in uno Stato sovrano e portarlo altrove per sottoporlo ad un giudizio dall’esito scontato? Anche su questo mi pare che la legittimità sia molto dubbia.

Nel festival ci sarà uno spazio dedicato a quel “processo alla Resistenza” che dagli anni ’80 sta tentando di screditare un atto fondativo della nostra democrazia. L’ultima tappa è il recente libro di Gianpaolo Pansa “La grande bugia”…

Il processo alla Resistenza, condotto fuori dalle aule giudiziarie, nasce con il craxismo e poi ha proseguito tranquillamente nell’era berlusconiana. Si tratta di un processo fatto sui giornali, fatto nelle aule parlamentari, è un processo in cui c’è un vero e proprio rovesciamento. Ma soprattutto c’è il tentativo di intorbidire le acque per rendere la storia un campo in cui tutto si può dire, tutte le opinioni hanno la stessa legittimità, la stessa dignità. E quindi facendo perdere valore alla storia come procedura atta a farci conoscere quello che è veramente accaduto. Questo è inaccettabile. E in particolare sulla Resistenza si sta verificando un vero e proprio stravolgimento dei fatti alla luce di una campagna di carattere politico e ideologico, che certamente non ha alcun fondamento sul piano storico.