Ancora raid, Gaza divisa in due. Colpito il ministero degli Esteri

La rioccupazione di Gaza è compiuta. Reparti della brigata Givati, testa di ponte dell’esercito israeliano (Idf) si sono schierati, nella notte tra mercoledì e giovedì, tra la zona di quello che fino al “disimpegno” da Gaza fu il check point di Abu Holi (una striscia di terra da cui sono state gradualmente cancellate le abitazioni), e l’area degli ex insediamenti di Gush Katif (costa). La Striscia è in tal modo divisa in due e tenuta sotto tiro da terra, mare e cielo. All’alba di ieri, nel corso di un raid aereo israeliano, è stato bombardato e gravemente danneggiato il ministero degli esteri palestinese, in quanto, come hanno riferito fonti della difesa israeliana, «occupato da Hamas» e utilizzato «per pianificare attacchi terroristici».
Il nuovo dispiegamento dell’Idf in corso a Gaza conferma le anticipazioni della difesa israeliana rispetto all’intensificarsi delle operazioni militari ed al prolungamento sine die delle stesse.

Se il valico per il passaggio delle merci di Kerem Shalom è stato aperto per consentire l’ingresso nella Striscia di carburante ed altri beni di prima necessità, l’arteria costiera è impraticabile. Le motovedette della marina israeliana sono pronte ad aprire il fuoco. Le barche dei pescatori di Gaza sono immobili.

Inserendosi sulle frequenze radio utilizzate da Hamas e dalla Jihad Islamica, l’esercito israeliano ha diffuso ieri messaggi alla popolazione palestinese, attribuendo ad Hamas la responsabilità per le violenze ed avvisando i civili di tenersi lontani dai combattimenti.

E’ stato del resto per colpire Muhammad Deif, comandante delle Brigate Ezzedin el-Qassam (braccio armato di Hamas), che l’aviazione israeliana ha bombardato martedì uno stabile in cui altre famiglie palestinesi sono morte “per sbaglio”. Difficile comprendere a quali istruzioni via etere avrebbero dovuto far riferimento quei civili per salvarsi. Dall’inizio dell’operazione “piogge d’estate” sono morte 85 persone ed oltre 300 sono rimaste ferite. Di queste molte sono rimaste mutilate.

Con l’allargamento della crisi mediorientale al Libano, si affaccia lo spettro di «una guerra regionale». Uno scenario da allontanare con un intervento «immediato» della comunità internazionale. Questa la sintesi della posizione espressa ieri dal presidente palestinese Abbas durante l’incontro a Ramallah con il premier giapponese Koizumi. Abu Mazen ha affermato che l’allargamento dell’escalation militare «allontana le possibilità di pace e sicurezza nella regione».

Il presidente palestinese ha negato che siano in corso negoziati con Israele per il rilascio del soldato Shalit ed ha preso le distanze dal programma politico dell’esecutivo guidato da Hamas, evidenziando, allo stesso tempo, l’importanza politica dell’accettazione da parte dei gruppi islamici palestinesi di quel «documento di conciliazione nazionale», meglio noto come “documento dei prigionieri”.

Sul nuovo scenario aperto con l’allargamento della crisi mediorientale al “paese dei cedri”, si è espresso ieri anche il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Dalla trasferta romana il segretario generale, mettendo in relazione i legami tra Hamas, Hezbollah, Damasco e Teheran, ha dichiarato: «Fino a 24 ore fa pensavo che l’escalation poteva essere evitata portando israeliani e palestinesi a collaborare, ma ora c’è il Libano: esiste il forte rischio di una escalation del conflitto».

Sulla catastrofe umanitaria in cui è precipitata Gaza in seguito ai bombardamenti di “piogge d’estate” è arrivata ieri una nuova denuncia dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) che ha sottolineato come i numerosi appelli rivolti al governo israeliano per mettere fine all’inevitabile coinvolgimento della popolazione civile nel conflitto, siano rimasti inascoltati. L’agenzia Onu ritiene che occorrano almeno 80 milioni di dollari per risollevare la situazione nei Territori palestinesi. Soldi da versare grazie al buon cuore dei paesi donatori.

Intanto migliaia di persone sono intrappolate da due settimane al valico di Rafah, in attesa di poter rientrare nella Striscia. Tra la folla ieri è morta una donna di 27 anni, che va ad aggiungersi alle altre sette persone decedute senza un perché nella zona di confine. Per far fronte a questa situazione ieri un gruppo di 40 palestinesi armati ha tentato, senza riuscirvi, di fare irruzione oltre la linea di confine per “liberare” i civili.