Ancora e sempre il gas: la Bolivia senza vie d’uscita

Approvata la controversa legge sugli idrocarburi. Le compagnie non ci stanno. Mesa neppure: oggi le dimissioni?

In altri tempi a questo punto della crisi i militari avrebbero già risolto la situazione a modo loro: con un golpe. Ma il tempo dei golpi sembra passato. E questa è l’unica notazione positiva. Per il resto è un disatro ogni giorno peggiore. La Bolivia, il paese che nel sottosuolo vanta 53 trilioni di metri cubi di gas e sul suolo l’85% dei suoi 9 milioni di abitanti in condizioni di povertà, appare affogata in convulsioni senza sbocchi apparenti e a rischio di dissoluzione. L’elemento scatenante è ancora una volta il gas, l’ultima ricchezza rimasta dopo 5 secoli di saccheggio. Subentrando nell’ottobre 2003 al presidente neo-liberista e filo-Usa Gonzalo Sanchez de Lozada, costretto a dimettersi e fuggire dopo essersi lasciato dietro 70 morti per la «guerra del gas», Carlos Mesa si era impegnato a onorare «l’agenda di ottobre» fra cui spiccavano una nuova legge per gli idrocarburi, che li rinazionalizzasse o almeno aumentasse le royalities dal 18% al 50%, un referendum sulle autonomie e un’assemblea costituente.

Nel luglio 2004 si tenne il referendum sul gas, ambiguo ma che tuttavia dette una risposta chiara: il gas andava rinazionalizzato attraverso una nuova legge. Intanto l’opposizione sociale, capeggiata da Evo Morales – leader del Movimiento al socialismo e candidato favorito alle presidenziali del 2007 -, ma non solo lui, non ha mai cessato la sua mobilitazione, in pratica paralizzando il paese. Mesa è rimasto lodevolmente fermo sul suo impegno a «non mandare i tank» per strada ma è finito in un vicolo cieco. Il 6 marzo ha presentato le sue dimissioni nelle mani del Congresso, che l’8 le ha respinte. Il 15, dopo estenuanti trattative con i gruppi parlamentari e con i gruppi sociali – con Evo Morales in prima fila su entrambi i fronti -, la Camera ha votato una nuova Ley de Hidrocarburos. Un compromesso approvato all’alba del 16 con 58 sì dei 103 deputati, in cui il passaggio chiave è l’articolo 53, che mantiene le royalities al 18% e fissa una nuova imposta secca e non eludibile in alcun caso del 32% alle compagnie petrolifere: 18 più 32 uguale 50.

Ma prima del voto, martedì sera, Mesa ha impreovvisamente «ritirato» il suo appoggio al testo su cui sembravano tutti d’accordo e in discorso in Tv ha annunciato che il giorno dopo avrebbe presentato un progetto di legge in cui propone di anticipare le elezioni presidenziali dal giugno 2007 all’agosto prossimo, facendole coincidere con quelle parlamentari e anche per un «Congresso costituente». Mercoledì mattina la legge sugli idrocarburi è stata approvata con i parlamentari a dire che non capivano il perché del ripensamento di Mesa ed Evo Morales a parlare di un accettabile compromesso «a mezza strada» e annunciare la sospensione dei blocchi stradali. Ma il Congresso non ne voleva sapere dell’idea di anticipare le elezioni con Mesa al timone (è «incosituzionale») accusando il presidente, che gode del 62% di appoggio popolare, di volersi eleggere un Congresso a sua misura. Evo Morales ha parlato di «un nuovo ricatto» di Mesa, di «una trappola per poter portare avanti il modello economico neo-liberista». Al contrario settori imprenditoriali e i movimenti «civici» e «dei sindaci» ritengono la proposta di Mesa l’unica via per uscire da una impasse sempre più pericolosa. Il voto doveva essere ieri sera e la previsione era che la proposta fosse bocciata. A quel punto Mesa deciderà probabilmente di dimettersi (questa volta «irrevocabilmente»), ma la costituzione proibisce la ricandidatura immediata. La legge sul gas lunedì dovrà passare al senato, ma il ministro degli idrocarburi, Guillermo Torres, l’ha già definita «un suicidio politico» e le compagnie transanzionali titolari dei contratti si stanno muovendo: la British Gas ha annunciato il ricorso ai tribunali internazionali. Povera Bolivia.