Anche l’Onu gira a vuoto

«E’ più facile costruire una casa dalle fondamenta che riformarla quando è già andata in rovina». L’espressione, che i diplomatici del Palazzo di vetro si sono fatti scappare ieri, rivela il nervosismo con cui si attendeva a New York la riunione di emergenza dei 49 paesi candidati alla forza multinazionale incaricata di affiancare l’Unifil in Libano, come previsto dalla risoluzione 1701 recentemente approvata dal consiglio di sicurezza. All’euforia iniziale per essere finalmente giunti ad accordarsi sulla presunta richiesta di cessazione delle ostilità al confine israelo-libanese, è subentrato lo scetticismo per la reale possibilità di mantenere il cessate il fuoco e la preoccupazione per la vaghezza terminologica e la chiarezza concettuale del testo appena approvato. Nella riunione di ieri, prima di pronunciarsi su tempi e numeri tutti chiedevano di sapere di più. Riguardo all’esatto obiettivo strategico della missione Onu, alle modalità specifiche di dispiegamento dei caschi blu, ai poteri operativi di cui disporranno sul campo e alle garanzie offerte alle truppe riguardo all’uso della forza.
Lo chiedeva la Francia, che alle iniziali offerte ardite di farsi paladina della missione Unifil, ha fatto seguire caute richieste di garanzie sull’ingaggio delle proprie truppe, scatenando una reazione a catena di reticenza e attendismo che ha determinato la conclusione dell’incontro con un nulla di fatto. Lo chiedeva la Spagna, proponendo anche di dispiegare le truppe occidentali al confine con Israele, lasciando il nord del confine a quelle musulmane. Lo chiedeva la Germania, che propone di collaborare con operazioni di controllo navale e polizia al confine tra Libano e Siria, ma che deve ancora vedersela con la resistenza del partito conservatore bavarese di Stoiber, in coalizione al governo di Angela Merkel che – per ragioni di memoria storica – si oppone all’invio di truppe tedesche in un conflitto in cui Israele è coinvolto. Lo chiedeva la Turchia, nonostante l’opposizione di ampi settori della società civile che, secondo Le Figaro, in una lettera firmata da intellettuali, artisti e ong viene chiesto al governo di tenersi lontano «dai poteri aggressivi che tentano di trascinarla nei conflitti del Medio-Oriente» ed evitare di farsi complice di «crimini contro l’umanità».
E’ stato perciò rinviato ad un futuro non meglio precisato incontro la definizione di tempi e modi dell’intervento, mentre il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni ha candidamente ricordato una semplice «equazione»: «Se ci vuole tempo per l’organizzazione delle forze internazionali, ci vuole tempo per il ritiro di Israele». Nel frattempo Israele ha anche fatto sapere che non intende accettare la presenza nella forza multinazionale di Indonesia e Malesia, entrambi paesi con cui non ha relazioni diplomatiche e che si erano proposti ciascuno di inviare 1000 soldati.
Resta ancora da definire l’atteggiamento da assumere con Hezbollah, vero interlocutore politico del governo libanese, il cui disarmo è accennato ma non discusso nello specifico della risoluzione. Tutti i governi, compreso il portavoce della Casa Bianca, hanno fatto sapere di considerare la faccenda questione di politica interna libanese. Ma il vero nodo da sciogliere riguarda l’interpretazione del paragrafo 10 della risoluzione 1701 in cui si chiede all’Unifil di intraprendere «ogni azione necessaria» sulla questione, rimanendo però vaga su cosa esattamente si intenda.