Anche l’islam “moderato” vuole combattere contro Israele

In un lungo editoriale sul giornale indipendente egiziano Masr el Yom (il giorno d’Egitto) ieri una delle penne più conosciute cairote, Magdi Mehanna, criticava apertamente il ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit definendo senza mezze misure il suo discorso contro un intervento arabo nella guerra libanese «una vergogna». Come Mehanna, che normalmente non è tra i più radicali critici del governo Mubarak, ieri molti analisti andavano giù forte contro le posizioni definite «morbide» di un governo che «se qualcosa ha fatto, ha da subito chiesto al leader siriano Assad di abbandonare Hezbollah».
E assieme a intellettuali e giornalisti, altre forze stanno ormai da giorni aizzando l’opinione pubblica araba, non soltanto sui giornali e non soltanto in Egitto. Sono i rappresentanti di un islam forse meno radicale di quello sbandierato da al Qaeda, che però non cessano di richiamare «il popolo arabo» al Jihad – guerra santa – contro il nemico sionista. E lo fanno tutti rigettando la fatwa (una sorta di raccomandazione religiosa) lanciata la scorsa settimana da uno dei maggiori leader sunnita sauditi che con le sue parole voleva proibire di fornire qualsiasi supporto alle milizie Hezbollah, a causa del loro background sciita. Si tratta dei gruppi islamici indonesiani o della stessa fratellanza musulmana che, nata in Egitto, ha oramai basi in molti paesi della regione mediorientale.

E così la scorsa notte il canale di Dubai al Arabia riferiva che un nuovo fronte sunnita è stato organizzato in Libano: il fronte d’azione islamico (Jabhat al Amal al Islami) che riunirebbe tutte le più grandi organizzazioni sunnite del Libano con lo scopo di «creare un corpo unitario sunnita libanese che lavorerà in cooprerazione con gli altri organi». A capo della nuova organizzazione, Fathi Yakan, seguace dell’ideologo e padre della guerra santa, Sayyid Qutb. Fathi, sempre secondo al Arabia, avrebbe già dichiarato che il nuovo fronte «ha tutta l’intenzione di tradurre in realtà il jihad, e di lottare accanto a Hezbollah». A fargli eco, in un’altra intervista anche il leader della Jamaa Islamiyya Ibrahim al Masri, che ha apertamente parlato di combattenti, spiegando come i suoi uomini siano già «fianco a fianco di Hezbollah» e precisando che i soldati sono in diversi villaggi al confine libanese israeliano, assistiti da organizzazioni della Jamaa e in possesso di loro proprie armi. A confermarlo anche uno dei leader dei Fratelli musulmani, lo sceicco saudita Yusuf al Qaradawi che sul suo sito ieri dichiarava «abbiamo combattenti nelle aree di confine per poter difendere i villaggi». Una dichiarazione importante, visto che si tratta della prima volta in cui i Fratelli Musulmani ammettono apertamente di avere «un gruppo militare combattente».

E se in indonesia il movimento dei giovani musulmani avverte che migliaia di “jihadisti” sono dispiegati nel mondo per attaccare in qualsiasi momento gli interessi israeliani, anche i Fratelli musulmani egiziani non stanno a guardare e fanno le loro dichiarazioni, anche se più adulcorate delle altre. La guida suprema del movimento, Mohammed Akef, ha più volte dichiarato ieri di «voler aiutare la resistenza in tutte le sue forme, sia in Libano che in Palestina», descrivendo la posizione dei paesi arabi come «vergognosa». E, cosa ancora più pesante, secondo Akef i fratelli musulmani sarebbero pronti a mandare 10mila uomini in Libano «se la legge lo permettesse». Qualche ora più tardi, ieri, alla richiesta di chiarimenti, Mohammed Habib, portavoce organizzazione religiosa rispondeva a Liberazione: «stiamo discutendo con il governo in queste ore, non possiamo dire di più».

Ovviamente la legge egiziana non permette a nessuno, a parte l’esercito regolare, di possedere armi e appare quindi molto improbabile una risposta favorevole del governo, che del resto già in diverse occasioni ha spiegato, per voce del ministro degli esteri e dello stesso presidente Mubarak, che «il regime è responsabile dell’incolumità dei cittadini egiziani» e che è impensabile mandare persone a morire. Lo conferma anche al telefono dal Cairo Abdel Momeim Said, direttore del prestigioso al Ahram Center for Strategic and Political Studies, nonché caro amico di Gamal Mubarak, figlio del raìs e da tutti indicato come suo successore: «Lo Stato egiziano sta facendo quello che può e deve fare, il resto sono solo dichiarazioni di propaganda che non hanno alcun valore». Di solito Momeim Said, pur essendo una voce governativa, mantiene sempre una certa pacatezza e lucidità nell’espressione delle proprie opinioni. Ma questa volta Momeim Said si sbilancia, il suo è un discorso accorato, che poco lascia all’immaginazione e che fa intendere la difficoltà di queste ore del governo egiziano e probabilmente di tutti i regimi “moderati” amici degli Stati uniti. Soprattutto quando si tocca il tema proteste, che in Egitto sono ormai numerose e frequentate non soltanto dai seguaci della Fratellanza ma anche dagli attivisti di Kifaya (il movimento laico di opposizione) e di altre organizzazioni di sinistra: «Cosa fanno, chiedono di andare in guerra? – domanda retorico Said – si stanno smascherando da soli. Quelle organizzazioni che domandavano le riforme ora chiedono la guerra. Non fanno altro che dimostrare di non essere mai state genuine e di non aver mai veramente creduto nella richiesta di riforme. Oggi dimostrano di avere al loro interno una forte componente nazionalista, ma di quel nazionalismo distruttivo, visto che un paese che va in guerra, si sa, non fa altro che regredire. L’Egitto non può andare in guerra, dobbiamo pensare alle riforme interne».

Eppure la voglia di riscattarsi e di rivendicare – seppure in maniera molto emotiva – il diritto «all’esistenza come arabi», è ormai un sentimento diffuso tra le masse della regione. Risponde a Momeim Said Nosa Ali, componente del gruppo Kifaya: «Ha ragione quando dice che dobbiamo pensare ai problemi interni del nostro paese, ma Momeim Said dimentica che anche la guerra rischia di diventare un nostro problema. Se il conflitto si allarga, noi saremo al centro. Io sono laica e di sinistra, ma vi dico, andrei a combattere anche ora, se potessi».