Anche l’Ecuador corre a sinistra: domani s’insedia Correa

Con la cerimonia di investitura di Rafael Correa, domani a Quito, si chiude il grande rush elettorale del 2006. Nel corso dell’anno passato hanno vinto o si sono insediati Morales in Bolivia, Michelle Bachelet in Cile, Preval a Haiti, Arias in Costarica, Uribe in Colombia, Garcia in Perù, Calderon (che non ha vinto ma si è insediato) in Messico, Lula in Brasile, Correa in Ecuador, Ortega in Nicaragua, Chavez in Venezuela.
L’America latina non è più la stessa ed è l’unica parte di mondo che mostra un dinamismo politico altrove sconosciuto. La direzione non è univoca. Uribe è l’ultra-destra filo-americana, Calderon e Arias la destra neo-liberista e solo D’Alema può ancora considerare Alan Garcia «un esponente storico della sinistra». Anche fra «i nostri» non è tutto uguale. Bachelet e l’uruguayano Tabaré Vazquez non sono la stessa cosa di Chavez e Morales. Che non sono la stessa cosa di Lula. Il nuovo Ortega per ora è un mistero. Inutile negare che la svolta a sinistra dell’America latina dall’inizio del nuovo secolo non – e non sarà – lineare. C’è una sinistra più radicale, che si affaccia sulla scena politica con tanta più forza quanto va scemando quella di Fidel, e una sinistra più light, molto più attraente di quella che sempre D’Alema in un’intervista dopo il suo recente viaggio in America latina, chiama con tono sprezzante «populista». Ma fra le due sinistre c’è il sogno «bolivariano», anzi il progetto, dell’integrazione latino-americana a fare da collante (cementato dal petrolio e dal gas).
La domanda, ora, è: dove si collocherà in questo panorama variegato Rafael Correa?
Lui dice di appartenere alla «sinistra cristiana non marxista». Non è un radicale, non è un sovversivo. Non gli piace il dollaro, che nel 2000 uno dei suoi predecessori neo-liberisti introdusse con il risultato di azzerare l’iper-inflazione ma anche di provocare uno straordinario boom della povertà, passata fra il 1995 e il 2000 dal 34 al 71% degli ecuadoriani, e che da allora, nonostante i buoni risultati della macro-economia, non è affatto calata. Ma, ha detto, non pensa di poter uscire subito dalla dollarizzazione per ragioni pragmatiche. Non gli piace che le compagnie petrolifere – tutte le solite, compresa l’Agip – «su 5 barili se ne portino via 4», ma vuole solo rinegoziare i contratti di concessione sulla base di un meno iniquo «fifty-fifty» come hanno fatto Chavez e Morales. Non gli piace il Trattato di libero scambio in discussione con gli Usa, tipo il Nafta che ha tolto al Messico ogni autosufficienza alimentare («non producono nemmeno più il mais per le tortillas»), e che invece Alan Garcia farebbe carte false per firmare subito. Non gli piace che la grande base aero-navale Usa di Manta, sul Pacifico, continui a essere la base di lancio per trascinare l’Ecuador nella guerra di bassa intensità avviata con il Plan Colombia di Uribe, ma dice che aspetterà il 2009, alla scandeza degli accordi decennali, per chiederne lo sgombero.
Gli piace invece l’ipotesi che l’Ecuador, quinto produttore latino-americano di petrolio e secondo fornitore degli Usa, torni nell’Opec, dove è stato dal ’63 al ’93, e per questo ha invitato l’iraniano Ahmadinejad alla sua investitura di domani. Gli piace l’idea di convocare, come hanno fatto Chavez e Morales, un’assemblea costituente per «la rifondazione democratica» di un Ecuador finora classista, razzista ed escludente (e per questo dovrà vedersela con la «mafia dei partiti» che sono maggioranza in parlamento).
Ha capito che così non poteva continuare. E – sperano in molti non soltanto in Ecuador – su questa strada si muoverà. Anche se lo chiameranno, lo chiamano già, «populista».