Anche la battaglia di civiltà dei detenuti è una battaglia contro la guerra

Alla vigilia di una grande manifestazione che vuole ribadire un NO di popolo alle guerre di rapina (anche quando vengono denominate “umanitarie”) e un sostegno convinto alle lotte di liberazione nazionale e per l’autodeterminazione dei popoli, ci permettiamo di intervenire pubblicamente per parlare di Giustizia e di carcere, ricordando a tutte le anime che riempiranno domani le strade di Roma che esiste un indiscutibile legame tra l’affermarsi di un clima e di una cultura di guerra e lo stravolgimento progressivo di tutte le forme del Diritto.
Se ci si libera dall’ideologismo che accompagna tanta parte della politica ufficiale, è possibile accorgersi come le risposte guerrafondaie alla rideterminazione del peso specifico di ognuna delle diverse aree del mercato mondiale siano ovunque accompagnate e sostenute da una classica “blindatura” degli Stati che oltre alla riscrittura sanguinaria del Diritto Internazionale non si fanno certo scrupolo di smantellare in ogni paese il Diritto Costituzionale, il Diritto Penale, il Diritto del Lavoro, i più importanti Diritti Civili e via via fino al Diritto Penitenziario. E non c’è bisogno di essere comunisti per capire a quale classe appartengono in prevalenza quelle decine di milioni di Cittadini che in ogni paese subiscono le conseguenze di questa regressione generale.
Questa è la principale ragione per cui noi detenuti consideriamo la nostra ormai decennale battaglia di civiltà per l’amnistia, l’indulto e le riforme come una componente, piccola ma significativa, di quel vasto movimento composto da realtà di lotta dei lavoratori, dei precari, dei senza tetto, degli emarginati, delle donne, dei migranti e degli studenti che si oppongono sia alla guerra che allo stravolgimento generale del Diritto.
Certo nessuno può illudersi che una tendenza reazionaria così vasta e profonda può essere fermata nei singoli paesi vincendo particolari battaglie su questo o quel terreno (sia esso quello della scala mobile o quello dell’aborto, dei pacs o della Legge 30) ma non di meno la resistenza che essa incontra è una condizione necessaria per quell’auspicabile rovesciamento parziale dei rapporti di forza che in Italia avrà un importante banco di prova nelle elezioni del 9 aprile. Liberarsi di un governo che è stato reazionario sotto ogni profilo, è il passaggio fondamentale per dare slancio e vigore a queste variegate forme di resistenza popolare, permettendogli così di prepararsi ad affrontare e vincere anche gli attacchi che presumibilmente gli arriveranno in futuro da quelle forze del centro sinistra che sembrano fare a gara per rispolverare quanto di peggio ci ha lasciato in eredità il vecchio “regime democristiano”.
Noi detenuti non intendiamo quindi rinunciare alla nostra battaglia di civiltà e preannunciamo fin d’ora che come sempre, anche dopo il 9 aprile, non faremo sconti a nessuno. Qualunque sia lo schieramento vincente alle elezioni, intendiamo presentargli da subito le nostre richieste fondamentali e lo faremo attraverso una pacifica e variegata mobilitazione interna ed esterna alle galere che dovrebbe iniziare negli ultimi dieci giorni di maggio e accompagnare il sessantesimo anniversario della Repubblica.
A tutte le realtà che domani saranno a Roma, così come a tutti i candidati del centro sinistra, e in particolare a quelli della sinistra di classe, chiediamo di esserci vicini in questa comune lotta per l’amnistia, l’indulto e le riforme del nostro sistema penale e penitenziario, organizzando con noi una manifestazione di massa che in quei giorni di maggio porti davanti e dentro la Camera dei Deputati la voce di quelle donne e di quegli uomini che da dentro le galere dicono NO allo Stato Penale e chiedono il rispetto dei loro Diritti e della loro Dignità.

* coordinatore dell’associazione Papillon