Anche i bambini ad Abu Ghraib

Dagli Stati uniti il generale Karpinski, ex-direttrice del carcere alla periferia di Baghdad, tristemente noto per gli orrori e le torture perpretati dalle truppe americane, rivela: «Dietro le sbarre anche detenuti di undici anni»

Bambini dall’«apparente età di otto anni» sarebbero stati, e forse lo sono ancora, imprigionati dalle truppe di occupazione americane nel tetro complesso carcerario di abu Ghraib, salito lo scorso anno agli onori della cronaca in seguito alla messa in rete di una serie di foto nelle quali si vedevano dei soldati americani che torturavano, maltrattavano e umiliavano i prigionieri iracheni. L’ha sostenuto nel corso di un interrogatorio della commissione di inchiesta sulle torture, il generalle Janis Karpinski, che prima dello scandalo dirigeva il complesso penitenziario composto da un insieme edifici, tende, palazzine e torri di guardia, che si estende per chilometri e chilometri tra l’omonimo paese, ad una ventina di chilometri a occidente di Baghdad, e la base Usa, Camp Victory, costruita attorno all’aeroporto della capitale. Della presenza di bambini nel carcere di abu Ghraib si era già parlato lo scorso anno – anche grazie alle rivelazioni del giornalista investigativo Seymour Hersh – quando si venne a sapere che molte delle foto dello scandalo, relative a maltrattamenti, umiliazioni e torture ai danni di donne e bambini, non erano state rese note. Già nel luglio del 2004 alcuni media tedeschi avevano lanciato una campagna per denunciare arresti a maltrattamenti di minori iracheni, anche ad abu Ghraib, da parte dei soldati della coalizione. Il portavoce della Croce Rossa Internazionale, Florian Westphal, intervistata dalla rete «Swr» aveva dichiarato che tra il gennaio e il maggio del 2004 aveva registrato 107 bambini nel corso di 19 visite in sei diverse carceri. Ricorrenti inoltre le denunce del sequestro delle mogli, figlie e sorelle dei resistenti ricercati da parte dei militari americani che così sperano di costringere i loro parenti a consegnarsi.

Il generale Karpinski ha confermato la presenza di bambini-detenuti nel carcere nel corso di una testimonianza rilasciata nel maggio del 2004 al generale George Fay il cui contenuto è stato reso noto ieri dall’«American Civili Liberties Union» che ne aveva fatto richiesta sulla base del «Freedom of Information Act». Nel corso della sua deposizione l’alto ufficiale americano dichiara che durante il suo periodo di comando a capo del penitenziario delle torture, dal luglio al novembre del 2003, era solita visitare i più piccoli «ospiti» della prigione e che uno di loro «sembrava avere non più di otto anni». «Mi disse di averne circa dodici – continua il generale – che era con suo fratello ma che voleva vedere la madre e piangendo mi chiese se potevo chiamare la madre». Il generale non dice poi che fine ha fatto il ragazzino e perchè mai si trovasse in quel terribile carcere dove le violenze, le torture, erano all’ordine del giorno. La testimonianza della Karpinski ha una sua particolare importanza in quanto è la prima ammissione pubblica, documentata, della presenza nella prigione di bambini al di sotto degli undici anni. Secondo quanto dichiarato dal generale davanti alla commissione di inchiesta, l’Esercito americano avrebbe cominciato a mandare donne e bambini ad abu Ghraib nell’estate del 2003 in quanto le condizioni di vita in quell’inferno sarebbero state migliori di quelle nelle quali erano stati tenuti e tenute fino a quel momento. Le autorità carcerarie americane, nonostante vi siano state numerose denunce e articoli di stampa, hanno sempre negato che nel carcere vi siano state violenze contro le donne ma alcuni dei documenti resi noti ieri sembrano delineare una ben diversa realtà: sei testimoni avrebbero dichiarato che una sera tre uomini incaricati di portare avanti gli interrogatori e un interprete si ubriacarono, presero una ragazza diciassettenne dalla sua cella e l’avrebbero costretta a spogliarsi. Un altro soldato ha raccontato come nel gennaio del 2004 alcuni soldati hanno versato acqua gelata e fango sul figlio diciassettenne di un generale iracheno per costringere il padre a collaborare. La testimonianza del generale Karpinski è importante anche perché conferma la pratica dei «detenuti fantasma» non registrati e tenuti nascosti alle ispezioni della Croce Rossa. L’alto ufficiale ha confermato di aver visto un ordine scritto che le imponeva di non registrare un detenuto preso dalla Cia, mentre secondo un altro ufficiale l’Intelligence americana e la polizia militare avrebbero negoziato una sorta di intesa su come dovevano essere trattati i «prigionieri fantasma». Il Pentagono ha ammesso di aver tenuto nascosto alla Croce Rossa l’esistenza di almeno 100 detenuti violando apertamente le Convenzioni di Ginevra.

Nel settembre del 2003 il colonnello Thomas Pappas avrebbe dichiarato agli inquirenti (secondo quanto riporta il Washington Post) che la Cia avrebbe chiesto agli ufficiali dell’intelligence militare di «continuare a rendere disponibili celle per i loro detenuti e che questi non dovevano essere sottoposti alle normali procedure».

Il generale Karpinski, particolarmente amareggiato per essere stata l’unica ad essere criticata per lo scandalo delle torture, ha inoltre sostenuto che l’allora numero due dell’esercito in Iraq, gen. Walter Wodjakowski, nell’estate del 2003 le avrebbe ingiunto di non rilasciare più alcun prigioniero anche se sicura della sua innocenza: «Non mi importa se teniamo dentro 15.000 civili innocenti -la avrebbe detto il suo superiore – Noi stiamo vincendo la guerra». Il Pentagono in un rapporto reso noto questa settimana si è autoassolto per le torture ad abu Ghraib, in Iraq e in Afghanistan, sostenendo che nessun funzionario dell’amministrazione e nessuna delle politiche seguite avrebbero alcuna responsabilità per le torture e i maltrattamenti ai danni dei prigionieri.