Anarchici italiani, tutte le voci per dirlo

Leda Rafanelli è stata la prima donna in Italia a dichiarare pubblicamente la propria scelta di convertirsi all’Islam. Leda Rafanelli era una «zingara anarchica» di Pistoia: scrittrice rivoluzionaria, seppur con alle spalle le sole scuole elementari, ha attraversato nella sua lunghissima vita tutta la Storia d’Italia, da vent’anni dopo l’Unità fino all’alba degli anni di piombo. Nell’Islam del primo Novecento aveva scorto «un’anima laica»: oggi questa affermazione può provocare un certo stupore, ma è un elemento di riflessione che aiuta a intuire la straordinaria vivacità poetica di cui l’ideale anarchico era intriso.
A rendere omaggio a questi volti e personaggi, ovvero gli anarchici italiani come Leda Rafanelli, è stata la Biblioteca Franco Serantini di Pisa che ha voluto catalogare e consegnare agli archivi per i posteri le loro vite nel doppio volume del Dizionario biografico degli anarchici italiani – edizione Bfs – curato da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, da un progetto finanziato dal Ministero dell’Istruzione (ma durante la legislatura di centrosinistra) e realizzato in collaborazione con le Università e i centri di ricerca di mezzo Stivale. Il dizionario è reperibile in tutte le maggiori librerie del Paese.
È più un’opera di catalogazione, è una pagina di storia d’Italia e non solo – infatti comprende storie e vite di anarchici italofoni dell’Istria, del Ticino e della sponda meridionale del Mediterraneo – che raccoglie le opere non solo di personaggi illustri della militanza anarchica, come Errico Malatesta o del regicida Gaetano Bresci, che la sera del 29 luglio 1900 fece fuoco tre volte contro il re d’Italia Umberto I. Ma anche le vicende di personaggi minori, poco conosciuti o addirittura misconosciuti dalla storiografia ufficiale. È il caso di Leda Rafanelli e di tanti altri militanti di base, sindacalisti come Augusto Castrucci, ma anche poeti, cantanti lirici, operai e minatori, partigiani che hanno combattuto dall’una e dall’altra sponda del Tirreno. Come Camillo Berneri, caduto in Spagna durante la guerra civile, non ucciso dai fascisti bensì dai comunisti in uno dei molti scontri con le milizie anarchiche che hanno segnato la brutta pagina della sconfitta resistenza anti-franchista.
Sono circa 2100 le voci raccolte dai 130 collaboratori del progetto che negli ultimi 5 anni hanno portato alla realizzazione del Dizionario. Storie e schede che provengono principalmente da fonti di polizia, comparate poi con fonti giornalistiche, archivistiche, epistolari, di memoriali e anche di tradizione orale. E che prendono in considerazione i militanti attivi dalla Prima Internazionale fino al 1968. La ricerca si è prima svolta attraverso una mappatura delle zone d’Italia maggiormente sensibili al richiamo dell’ideale anarchico realizzata da un coordinamento di gruppi di studio diretti da docenti universitari. Da lì sono state estratte 12mila voci, e da queste le circa 2100 storie che ad oggi formano il Dizionario: un’opera che si caratterizza per essere la prima grande e capillare indagine nazionale sul fenomeno storico dell’anarchismo.
Questo studio è servito anche per realizzare una vera e propria «fenomenologia» dell’anarchismo e per sfatare alcuni miti nati attorno a questo fenomeno politico-culturale. Per esempio: gli anarchici italiani erano quasi tutti maschi, circa due terzi erano lavoratori salariali, per lo più operai – quando invece è stata a lungo in voga l’opinione che l’anarchismo esercitasse il proprio fascino soprattutto sul ceto medio artigiano e professionista. Pochi abitavano le campagne, quasi tutti invece erano volti urbani. La zona maggiormente «anarchica» d’Italia è sempre stata – ma questo è di dominio pubblico – il centro-nord, ma a differenza di quanto sostenuto anche nel recente passato, l’ideale di Bakunin era meno presente nelle zone a forte spinta industriale, come la Val padana, e più presente in aree del Paese caratterizzate dal lavoro in miniera.
Caratteristica particolarmente interessante che emerge dall’inchiesta è quella della «parabola temporale» dell’universo anarchico italiano: circa cinquecento dei 2100 nomi studiati sono nati nei 40 anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia. E il numero di «presenze» attive nel movimento denota appunto una parabola, via via sempre più discendente, che l’appeal dell’anarchismo ha esercitato sulle genti d’Italia. Un’altra leggenda storica che lo studio pisano ha sfatato è quella della sostanziale marginalizzazione culturale in cui gli anarchici erano stati auto o etero confinati all’interno del movimento operaio. Si nota invece una sostanziale uniformità dell’universo culturale anarchico con quello di altre frange del movimento operaio: comune sentire era la fiducia nel progresso, condito di forte sentimento anticlericale e antistatale. L’elemento più evidente e caratterizzante è però la spinta internazionalistica: moltissimi dei 2100 catalogati ha lasciato almeno una volta la terra patria per cercare fortuna, o per scappare, all’estero. La differenza con gli altri emigranti era lo «stato d’animo» tipico dell’emigrazione anarchica: nessuna tristezza, nessuna rassegnazione, ma la consapevolezza che – come ricorda il vecchio adagio – «nostra patria è il mondo intero».