Amnesty: Operazione tempesta, strage impunita

KRAJNA

A dieci anni dall’assalto dell’esercito croato contro i serbi, quella pulizia etnica non ha responsabili

Nella notte tra il tre e il quattro agosto del 1995, circa 130mila soldati croati si misero in marcia verso l’auto-proclamata Repubblica serba della Krajina, da quattro anni occupata dall’esercito di Belgrado e popolata in maggioranza da slavi di etnia serba: era l’inizio dell’operazione Olujà (tempesta). Obiettivo dei militari era riconquistare la terra sottratta alla repubblica e «ripulire» l’area dai residenti serbi che, istigati da Slobodan Milosevic, si erano ribellati al governo croato di Franjo Tudjman. Tutti gli sforzi si concentrarono, all’inizio, su Knin, una cittadina dell’entroterra di Spalato. In poche ore la difesa era disfatta: l’esercito di Belgrado si ritirò verso la Bosnia e la Serbia, seguito da un fiume umano di profughi.

Stando alle stime delle organizzazioni umanitarie che lavorarono nell’area circa 400 civili vennero uccisi (1934 persone, in totale, secondo il centro Veritas di Banja Luka, di cui 1196 civili), 20mila case furono date alle fiamme e in 250mila dovettero fuggire per sottrarsi alle violenze e alle atrocità di cui si macchiò l’esercito croato. Ci vollero solo quattro giorni perché l’intera regione, che con più di 10mila chilometri quadrati corrisponde a un quinto della Croazia, tornasse sotto il pieno controllo di Zagabria.

La Nato era perfettamente a cononscenza dell’operazione: diede il suo contribuito con il lavoro di intelligence prima e, durante quella notte, bombardando i ripetitori installati sulle alture di Knin con caccia partiti dalla base Nato di Napoli. L’Europa dei diritti e del tribunale internazionale può contare poche persone disposte, oggi, a mettere in dubbio la legittimità di quell’operazione. Molti ritengono invece che quei morti siano stati il preludio necessario all’offensiva croato-musulmana che condusse agli accordi di Dayton del 1995.

Ieri alcune centinaia di progughi serbi di Croazia hanno commemorato i morti dell’operazione Tempesta a Banja Luka, mentre le massime autorità di Belgrado, Kostunica e il presidente Tadic – che ha paragonato i crimini dell’operazione Tempesta con il massacro serbo di Srebrenica che nel luglio dello stesso anno costò la vita a più di 8mila persone – hanno partecipato a una cerimonia per le vittime nella cattedrale di S. Marco, nella capitale, ribadendo la richiesta di scuse ufficiali al presidente croato Mesic. Ma il confine che divide oggi Serbia e Croazia dalla vera pacificazione è ancora profondo, considerato che il premier Ivo Sanader e il presidente Mesic si riuniranno proprio oggi sul luogo del misfatto, a Knin, per festeggiare il decimo anniversario della «giornata della vittoria e del ringraziamento patriottico». Mesic respinge tutte le accuse e ritiene l’operazione «la prova storica che i croati sanno difendere la loro indipendenza».

Ma i dubbi sulla pulizia etnica pesano ancora oggi, e molto. Tra le condizioni poste dalla Unione europea per iniziare le trattative per l’ingresso c’è proprio il rientro dei profughi cacciati dieci anni fa. La mancanza di piena collaborazione ha spinto l’Ue ha rimandare i negoziati previsti per il 17 marzo scorso.

Amnesty international, in un rapporto diffuso ieri per il decennale della strage, ha chiesto a Zagabria di impegnarsi a portare di fronte al Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia i responsabili – in particolare il più alto militare in grado ancora in vita, l’ex-generale Ante Gotovina – interrompendo il sistema di diffusa impunità che vige in Croazia. Il sistema giudiziario di Zagabria, denuncia Amnesty, non garantisce ancora il pari impegno nel perseguire tutte le violazioni, a prescindere dall’etnia dei responsabili: «questo costituisce una violazione degli obblighi internazionali».