Amnesty: «Fermare la strage delle pistole elettriche»

Come sulla sedia elettrica ma senza neppure un processo. Qualunque cosa stesse commettendo – pare minacciasse i familiari con un coltello e un martello – Emily Marie Delafield, 56 anni, era una donna costretta su una sedia a rotelle e l’hanno fulminata, il 25 aprile, due agenti di Green Cove Spring (Florida) con una scarica elettrica sprigionata da una stun gun, tipo di pistola in grado di emettere scariche da 50mila volts attraverso due frecce collegate da un filo capaci di attraversare gli abiti a 8 metri dalla vittima. Il dipartimento di giustizia della Florida ha subito aperto un’inchiesta e preteso che i due poliziotti fossero sospesi dal servizio. Ma Amnesty International, solo pochi giorni fa, aveva ripetuto l’allarme sulla strage delle Taser gun, dal nome della ditta che produce le micidiali armi in dotazione a 7mila dei 18mila dipartimenti di polizia degli States e a molti loro colleghi di Canada e Svizzera. Amnesty insiste su un dato agghiacciante, di 156 morti in cinque anni. Stima al ribasso che la Taser si ostina a smentire “sparando” la paradossale cifra di 9mila vite salvate dalla sua pistola. L’organizzazione internazionale per i diritti umani chiede che si pronunci uno studio indipendente e che, fino ad allora, si sospenda l’uso della “taser” (acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle). Si tratta di una evoluzione perversa del manganello elettrico, che da noi ha supporter tra leghisti e nazional-alleati, che deve il suo nome a un fumetto degli anni ’20
L’effetto della pistola elettrica aumenta se adoperata contro soggetti che hanno ingerito sostanze. Infatti, in molti casi, gli inquirenti scaricano sulle droghe la responsabilità dei decessi secondo un copione piuttosto diffuso, ad ogni latitudine, quando i controlli di polizia si fanno letali.
«Chi critica alcune specifiche decisioni di pm o Procure, non può essere tacciato di neoberlusconismo», scrive il Prc bolognese dopo l’ennesima giornata di polemiche. Anzi, chi adotta la simmetria fa proprio come Berlusconi «quando accusava di essere comunista chi dissentiva da lui». La segreteria del Prc di Bologna, all’indomani dell’intervista di Cofferati al Corriere, prova a ripetere (e sono giorni che lo fa) che mai ha attaccato l’autonomia della magistratura. E neppure ha mai chiesto «al futuro governo dell’Unione di impedire alcuna indagine». Piuttosto ha chiesto che i partiti dell’Unione discutano del diritto antiterrorismo riciclato contro episodi di conflitto sociale «che con quel fenomeno nulla hanno a che fare. Queste pratiche non possono essere assimilate né all’eversione né, tantomeno, alla lotta armata».
Poi una precisazione: «L’odg bocciato in comune, di cui si parla spesso, non riguarda le indagini per l’autoriduzione della mensa universitaria, bensì la denuncia di 40 pacifisti per l’occupazione di alcuni binari il giorno dello scoppio della seconda guerra del Golfo». Infine, il Prc bolognese «si sente a tutti gli effetti interno alla maggioranza che governa Bologna» e vorrebbe rilanciarne l’azione. Ma Cofferati svicola accusando il Prc di smemoratezza e rinnova la richiesta di «correggere le posizioni». Sottinteso che altrimenti lo caccia dalla Giunta.

«Sul fatto che ci siano ragazzi inquisiti per eversione io non indietreggio. E’ un utilizzo improprio della legge»,
dice Valerio Monteventi, consigliere eletto nel Prc, legato ai movimenti, la cui messa in fuorigioco pare la posta in gioco, sul livello cittadino, del contendere tra Cofferati e chi gli sta a sinistra. «C’è qualcuno – dice Monteventi – che cerca di accentuare i conflitti per mettere all’angolo i movimenti». E la memoria non pare soccorrere il primo cittadino e i suoi sostenitori quando c’è da ricordare i record bolognesi in fatto di lavoro nero, affitti al nero, emergenza casa. La Quercia è d’accordo «fin nelle virgole» con il sindaco, spiega il segretario cittadino, Salvatore Caronna, reiterando l’accusa al Prc che vorrebbe inficiare l’indipendenza della magistratura. «Rifondazione non deve correggere nulla – ribatte il capogruppo a Palazzo D’Accursio, Roberto Sconciaforni – e non accettiamo né diktat né ultimatum, perché sono un modo di non affrontare il problema posto». Colpisce la posizione di Libero Mancuso, ex magistrato ora assessore agli Affari costituzionali del comune, quando accusa il Prc di «mancanza di cultura istituzionale» perché proprio lui da giudice del Riesame bocciò la sussistenza dell’aggravante di eversione brandita dall’innominabile pm contro tre disobbedienti incarcerati perché che volevano aprire una copisteria gratuita.