Amnesty accusa: in Iraq le torture continuano

Dopo Abu Ghraib, altre mille Abu Ghraib. Gli abusi sui detenuti iracheni nelle carceri americane in Iraq non sono diminuiti, dopo lo scandalo che fece il giro del mondo insieme alle immagini dei prigionieri incappucciati, denudati, sotto la minaccia dei cani e delle scosse elettriche. La denuncia arriva dal rapporto «Beyond Abu Ghraib: Detention and torture in Iraq» (Oltre Abu Ghraib: Detenzione e tortura in Iraq), pubblicato ieri da Amnesty International.
Secondo il rapporto, sono migliaia i detenuti privati dei diritti fondamentali e oggetto di torture da parte di esponenti della Forza multinazionale guidata dagli Stati Uniti. A migliaia si trovano in carcere senza essere stati processati e spesso senza che sia stata pronunciata nei loro confronti alcuna accusa formale. Tra questi più di 200 sono reclusi da almeno due anni, mentre per altri 4000 la detenzione dura da almeno un anno. «Trattenere in carcere questo numero enorme di persone senza alcuna tutela legale di base è una grossa mancanza di responsabilità da parte delle forze americane ed inglesi», ha dichiarato Kate Allen, direttore britannico di Amnesty.
Malgrado le assicurazioni più volte ripetute dall’amministrazione americana e dalle autorità britanniche, sostiene il rapporto basato su interviste a ex detenuti, gli standard internazionali previsti dal diritto internazionale non sono rispettati e molto poco è stato fatto per punire i responsabili degli abusi: il più delle volte le inchieste si sono fermate ai ranghi più bassi, senza raggiungere i vertici della gerarchia militare, e le poche sentenze emesse non sono risultate proporzionate alla gravità dei fatti contestati.
Il rapporto fa riferimento al caso di Kamal Muhammad, un detenuto di 43 anni, padre di 11 figli, trattenuto senza condanna per oltre due anni. «Suo fratello ha dichiarato che non è stato alimentato a sufficienza e ha perso circa 20 chili nel carcere», si legge nel rapporto, mentre «altri prigionieri sono stati rilasciati senza alcuna spiegazione o scusa dopo mesi di detenzione».
Sotto accusa anche le forze di sicurezza irachene, compresa la Brigata Lupo che opera alle dirette dipendenze del ministero dell’interno iracheno, che – secondo quanto attestano sempre più numerose testimonianze – ricorrono alla tortura sui prigionieri, a dispetto degli scandali e dell’impegno ufficiale a reprimere gli abusi e a migliorare le condizione di detenzione. Alcuni ex prigionieri hanno raccontato di essere stati percossi con tubi di plastica, di aver ricevuto shock elettrici e di essere stati costretti a rimanere in piedi in stanze allagate in cui la corrente passava attraverso l’acqua.
Una situazione completamente differente da quella descritta da fonti militari americane, secondo le quali a ogni detenuto verrebbe consegnato un modulo che spiega le ragioni della detenzione, mentre la documentazione sui prigionieri verrebbe rivista ogni 90 o 120 giorni. Anche Londra sostiene di provvedere a dare informazione di ogni arresto alla Croce rossa entro 24 ore, nonché alla famiglia del detenuto. Criteri ufficiali che, secondo il rapporto, non risultano rispettati nei fatti in moltissimi casi, mentre sembra diffondersi il ricorso alla violenza e agli abusi sui detenuti come sistema.
«Ci sono chiari segni che la lezione di Abu Ghraib non è stata imparata – ha dichiarato ancora Kate Allen -. Tre anni dopo aver rovesciato Saddam Hussein, l’alleanza guidata dagli Stati Uniti non ha preso misure che rispettino i diritti fondamentali delle persone detenute. Il sistema di detenzione che è stato istituito è arbitrario e costituisce un focolaio di possibili abusi».