Amianto, nel mondo è ancora una strage

Austria, fine ‘800: viene scoperto l’amianto. Rochdale, Inghilterra, 1870: questo materiale inizia ad essere utilizzato nelle fabbriche tessili. 1924: muore un’operaia di una di queste fabbriche. E’ la prima vittima dell’amianto. Anno 2006: l’amianto uccide ancora 100mila persone in tutto il mondo (4mila solo in Italia). E’ una strage che si ripete ogni anno e che è sulla strada del peggioramento: gli esperti prevedono che solo in Europa nei prossimi 25 anni ci saranno 250mila morti. Siamo ancora a questi livelli, nonostante siano passati più di 50 anni dal primo riscontro scientifico dell’esistenza di un rapporto causa-effetto fra l’esposizione all’amianto e le malattie mortali che stavano colpendo i lavoratori in Europa. Cinque anni più tardi, nel 1960, un ricercatore gallese si interessa all’alto numero di morti per tumore primitivo della pleura tra i lavoratori di una miniera sudafricana e tra gli abitanti della zone circostante. E’ la prova provata che l’amianto è letale non solo per i lavoratori ma anche per i cittadini. Ma prima di arrivare ad un intervento legislativo bisogna attendere ancora decenni: la legge che vieta la produzione di amianto risale al 1992 in Italia, al 1996 in Francia e addirittura al 2000 in Svizzera e Belgio. Senza contare che l’applicazione e l’utilità stessa di queste leggi così formulate sono da più parti messe in discussione.
Non è difficile quindi capire perché il 2005-2006 è stato dichiarato “anno di azione contro l’amianto”. Prima causa di morte fra le patologie contraibili nei luoghi di lavoro, l’amianto è stato oggetto anche della conferenza europea di Bruxelles del 22 e 23 settembre scorso, che è servita ad associazioni mediche, Ong, agenzie internazionali e gruppi di lavoro a far pressione sui parlamenti nazionali affinché adottassero un piano d’azione europeo che comprenda tra le altre cose la prevenzione, la bonifica dei territori, fondi di risarcimento per le vittime e i loro familiari e il divieto di commercializzare, oltre che produrre e lavorare, l’amianto e i prodotti derivati. Sul versante della prevenzione molti esperti consigliano di etichettare con teschio e tibie tutti i prodotti contenenti amianto e di introdurre verifiche obbligatorie sugli edifici pubblici (entro il 2007) e nelle residenze private entro il 2008. Nello stesso dovrebbero essere ispezionati anche i mezzi di trasporto (navi, treni, aerei ecc…), cosa che però è rimasta solo sulla carta, come purtroppo ben sanno i marinai di Taranto e Padova.

In Europa la messa al bando dell’amianto diventerà realtà a partire dal 1° gennaio 2009. Il problema attuale è che la pericolosità di questa sostanza sta seguendo una strada quasi “razzista”: le cave infatti si sono spostate dai Paesi industrializzati a quelli in fase di crescita. Delle 2.130.000 tonnellate ancora prodotte nel mondo, la maggior parte proviene dalla Russia (700mila), dalla Cina (450mila), dal Canada (335mila), Kazakistan (180mila) dal Brasile (170mila) e Zimbabwe (130mila). I maggiori produttori di amianto però esportano il 90% della produzione verso Paesi più poveri (Oriente, Africa e Sud America) con tutti i rischi che ne conseguono per i lavoratori e la popolazione locale. In Bulgaria, per esempio, nel 2005 si sono registrati 25mila casi di esposizione all’amianto, con 1.000 morti accertati, in Ucraina, Paese che importa quasi mezzo milione di tonnellate da Russia e Kazakistan, ci sono ancora 10 fabbriche che lavorano amianto a pieno ritmo, mentre in Turchia, addirittura ci sono giacimenti all’aria aperta e in Cappadocia con l’amianto si costruiscono anche le case.

Il risultato di tutto questo è che di amianto si continua a morire senza che esista ancora una programmazione efficace per affrontare questa strage. E considerando che fra l’esposizione e l’eventuale decesso possono trascorrere anche 50 anni, il rischio concreto è che l’amianto continui a terrorizzare molte delle generazioni future.