«Americani in Iraq? Si credono John Wayne»

A prenderla sottogamba potrebbe sembrare una bega nazionalista d’antan, il corrispettivo militare della sciabolata di Bernard Shaw «two nations divided by a common language», due paesi divisi da una lingua comune, solo una diatriba sullo stile militare, sul modo di fare la guerra. Invece è uno spaccato della tragedia irachena, della violenza senza scampo in cui è intrappolato il paese. Ecco i fatti.
Il generale britannico Alan Sharpe in servizio a Baghdad, il petto ingombro di medaglie, alcune anche di Washington, si è sfogato durante una conferenza: «Gli americani credono di stare a Hollywood, coi loro occhiali neri fascianti e la fondina della pistola sotto l’ascella». Si credono John Wayne insomma, o peggio Sylvester Stallone. Le stoccate dell’alto ufficiale sono riprese dal Daily Telegraph che ricorda come siano soltanto le ultime di una lunga serie. Secondo Sharpe gli ingredienti del successo per un ufficiale dell’UsArmy devono «combinare gli atti eroici e recitati di Audie Murphy («Medal of Honor» nella seconda guerra mondiale poi star del cinema e cantante), gli atteggiamenti da cinegiornale del generale MacArthur e le gesta degli attori di Hollywood». Il pubblico americano si sciala? Il generale non lo nega, «ma – incalza – le grida, il giubbotto antiproiettile, gli occhiali da deserto, i raid aerei, gli ufficiali con i pistoloni in bella mostra che annunciano in tv quanti iracheni hanno ammazzato, non sono il massimo per conquistare il cuore e la mente della gente laggiù».
Lo scorso mese, Ben Griffin, soldato delle Sas, i celebri commando inglesi, ha mollato l’esercito dopo otto anni di carriera esemplare: Nord Irlanda, Macedonia, Afghanistan. Sono bastati tre mesi a Baghdad. «Non voglio più combattere con gli americani», ha detto ai suoi superiori. Qualche giorno fa il tenente della Raf Malcom Randall-Smith è stato condannato a 8 mesi di carcere per aver rifiutato di andare per la terza volta nel Golfo. Aveva deciso che «è una guerra illegale e gli americani usano metodi da nazisti». Griffin ha spiegato: «Sono degli esaltati con una mentalità da sparatutto», anche per lui non è così che si vince una guerra. Racconta di aver visto molti innocenti arestati durante raid notturni, interrogati e sbattutti ad Abu Ghraib sotto l’autorità degli iracheni che «molto probabilmente» li torturavano.
L’arabo-americano Dahr Jamail,(dahrjamailiraq.com), avrebbe molto da raccontare. E’ forse il reporter indipendente che più di ogni altro ha documentato le atrocità americane in Iraq. La battaglia di Falluja a parte, ricorda il massacro in un casolare al confine siriano durante una festa di nozze, nel 2004: morirono 40 persone soprattutto donne e bambini. Le immagini scattate subito dopo mostrano ancora strumenti musicali frantumati, macchie di sangue, corpi di bambini, uno senza testa. La signora Shihab raccontò al Guardian come perse i suoi due figli nella fuga e come lei fu risparmiata soltanto perché fu creduta morta. Gli americani sostennero che era un rifugio di guerriglieri. Il generale Kimmitt disse che le truppe di ritorno dall’operazione «confermavano di non aver sparato a donne e bambini». Il generale Mattis, comandante della prima divisione Marine fu quasi spiritoso: «Che ci va a fare quella gente in mezzo al deserto? Non siate ingenui, c’erano due mezze dozzine di uomini in età militare in quel posto». Già, che ci vanno a fare dei nomadi nel deserto?
Il generale britannico Alan Sharpe ha concluso la sua conferenza con un elogio dei soldati britannici, dicendo senza false modestie che gli americano devono imparare da chi d’imperi s’intende, (non ha detto così, l’ha fatto capire). Neppure loro però sono perfetti. Basti ricordare i soldati britannici che pestavano i ragazzini a Bassora, nel 2004, mentre la radio urlava «Fateli neri», le 180 accuse di violenze e i 29 militari inglesi processati per abusi in Iraq. Dopo secoli di violenza ora almeno si piccano di portare i guanti.