Ambientalismo e politica economica: ridiscutiamo le “compatibilità” del sistema

A cavallo dell’estate si è svolta su queste pagine una discussione molto interessante, che ha avuto il merito di squadernare problemi e urgenze di prima grandezza. Inaugurata da una presa di posizione a favore della strategia della «decrescita», ha visto confrontarsi tra loro diverse interpretazioni della questione ambientale e dei nessi che la legano ai temi del lavoro, della produzione e della giustizia sociale. Ne è sortita una istruttiva disamina delle possibili contromisure ai rischi apocalittici generati dalla devastazione dell’ecosistema planetario. Da ultimo, uno dei protagonisti di questa discussione – Emiliano Brancaccio – ha aggiunto, a quelli trattati in precedenza, un argomento indiscutibilmente rilevante, che sarebbe sbagliato accantonare.
Interloquendo con un editoriale di Giovanni Sartori (che sul Corriere della Sera aveva puntato il dito sulla «irrazionalità» del mercato quale sistema di allocazione delle risorse su terreni, come l’ambiente, di interesse generale), Brancaccio ha, come si dice, girato il coltello nella piaga. Cosa significa, in questo caso, «irrazionalità»? Se vogliamo chiamare le cose col loro vero nome, dovremmo parlare piuttosto di scontro tra interessi particolari. Non c’è, nelle nostre società (nel mondo capitalistico), un tutto omogeneo, unificato da mezzi e fini condivisi. C’è una parte (dominante) che sceglie il proprio vantaggio, scaricando i costi sull’altra (subordinata) e sulle popolazioni del Sud del mondo. Che dal punto di vista del bene comune dell’umanità i calcoli sottesi a queste scelte siano (quasi) sempre sbagliati, è semplicemente ovvio, essendo ciò diretta conseguenza dei criteri particolaristici che li orientano. Ma siccome questo dato di fatto non sovverte la ripartizione asimmetrica dei costi e dei benefici, rimane molto «razionale» (per chi opera le scelte e ne incassa i dividendi) distruggere risorse, disseminare rifiuti tossici, inquinare fiumi e mari, scaricare nell’atmosfera migliaia di tonnellate di anidride carbonica.
Insomma Brancaccio ha sfidato Sartori sul terreno della concretezza, facendo tesoro di un elemento di consapevolezza che costituisce il fondamento primo dell’analisi di classe (e, più in generale, di qualsiasi impresa conoscitiva). La forma sociale nella quale viviamo riposa, per dirla con Marx, su «basi antagonistiche», e non è dato comprendere nulla di quanto vi accade – non i meccanismi della riproduzione, non i conflitti sociali, non il proliferare delle mafie, non le guerre e nemmeno le questioni ambientali – se non si muove da questa premessa analitica.
Perché è importante questa presa di posizione di Brancaccio? Che cosa ne discende, a volerne cogliere senza pregiudizi le implicazioni? Molto semplicemente, l’avvertenza che per discutere di ambiente in modo serio, senza ricadere nell’astrattezza di Sartori, bisogna far di conto. E bisogna far di conto perché – benché, certo, spiaccia – nel mondo capitalistico anche l’ambiente è una merce, e noi dovremmo ben saperlo, visto che siamo soliti deprecare «l’onnipervasività della forma-merce».
Far di conto, dunque. Non perché si ha un animo gretto e si professano ideologie volgari. Ma perché la politica impone di tenere presenti i vincoli entro i quali può dispiegarsi un’azione trasformatrice. Brancaccio ha detto queste cose in modo molto piano e comprensibile, e si è preso anche la briga di farli lui, due conti. Sostiene (e nessuno parrebbe aver nulla da obiettare a tale stima) che affrontare anche soltanto le esigenze più urgenti del risanamento ecologico richiederebbe ogni anno una seconda legge finanziaria. A meno di pensare che le grandi idee basti enunciarle, si converrà che la cosa è rilevante. E che porre questo problema non significa affatto essere insensibili al tema ambientale, ma, al contrario, considerarlo cruciale e quindi meritevole di risposte concrete e impegnative. Insomma, dove pensiamo di pensiamo di trovare le risorse per una manovra aggiuntiva di 20-25 miliardi di euro all’anno?
Se proviamo a rispondere serenamente a questa domanda, lasciando da parte le invettive, ci accorgiamo che si profilano dinanzi a noi opportunità e rischi che dobbiamo valutare con tutta onestà. Le opportunità riguardano le possibili misure di bonifica fiscale. Ma attenzione, non propaghiamo equivoci. In queste settimane si è fatto un gran parlare di tassazione delle rendite finanziarie. È un obiettivo sacrosanto, ma evitiamo di trasformarlo in una panacea. Proprio l’altroieri sono stati diffusi i risultati di una ricerca sul possibile gettito di un provvedimento su questo terreno. Non si andrebbe, nelle migliore delle ipotesi, oltre i 4,5 miliardi di euro. C’è però un ben più consistente bacino di risorse, costituito dall’elusione-evasione fiscale e contributiva accertata (rispettivamente dell’ordine di 200 e 60 miliardi di euro l’anno). Questa sì, è una fonte alla quale si potrebbe attingere in misura adeguata. Ma c’è un ma. Cinque anni di governo del centrosinistra non sono bastati nemmeno per avviare un’inversione di tendenza in campo fiscale. Tutto è rimasto come ai tempi del ministro Visentini, che se non altro ebbe il coraggio di dire che un sistema fiscale che non controlla imprese, speculatori e lavoratori autonomi «fa semplicemente schifo».
Si può cambiare? In linea di principio sì. Ma si deve sapere che abbiamo da scontrarci con forze e interessi assai potenti, presenti anche dentro la coalizione di centrosinistra. È una partita difficilissima, che si dovrebbe assumere immediatamente, col massimo di determinazione, enunciando obiettivi impegnativi e cercando di coinvolgere la più ampia partecipazione di tutte le espressioni del lavoro dipendente. E che, con tutto ciò, difficilissima rimarrebbe.
A fronte di questo formidabile cimento ci sono rischi non meno cospicui, destinati ad accrescersi nella misura in cui non si dovesse cogliere l’obiettivo del recupero fiscale. Il governo Berlusconi lascerà dietro di sé un disastro di dimensioni difficilmente immaginabili, ma questo non basterà certo a convincere i nostri interlocutori politici (nel centrosinistra e in Europa) a ridiscutere il dogma delle «compatibilità» del sistema: vincoli che in Italia risultano particolarmente onerosi per effetto di una miscela esplosiva composta dai parametri di Maastricht e dal nostro debito pubblico.
Stando così le cose, il nostro problema diventa davvero complicato. Il rischio è che quanto di buono il prossimo governo riuscirà a fare (ivi compresa un’azione di risanamento ambientale) continui ad essere sostenuto, in termini economici, dagli stessi soggetti che già oggi pagano per tutti, e cioè dal lavoro, dai salari, dagli stipendi, dalle pensioni e da una spesa sociale in costante riduzione. Si converrà che si tratta di un pericolo serio, di questi tempi, in questi contesti, sulla base di questi rapporti di forza. O no? Di un pericolo del quale è utile, anzi, per una forza politica come la nostra, indispensabile discutere a fondo, evitando veti e interdizioni.
Discuterne, per noi, significa in particolare due cose, su cui ci interesserebbe molto conoscere l’opinione di altri compagni. Significa in primo luogo chiedere che ciascuno degli interlocutori coinvolti nella preparazione del nuovo programma del centrosinistra, a cominciare dal nostro Partito, indichi in modo impegnativo le proprie priorità, segnalando gli obiettivi che considera irrinunciabili. Ma significa anche, in secondo luogo, esigere che, nel far ciò, tutti indichino in modo chiaro la fonte da cui pensano di trarre la copertura finanziaria per i propri progetti. In modo da scongiurare il pericolo che qualche buon proposito vada a intaccare la già minima quota di ricchezza sociale oggi attribuita al lavoro, rovesciandosi, inopinatamente, nel suo contrario,.
Ci sembrano proposte molto semplici e concrete. All’altezza di una bella discussione che sarebbe un peccato, a questo punto, lasciar naufragare.