Altro che aumenti, gli stipendi calano. Maglia nera ai precari

Dal 2001 al 2005 il lavoro dipendente privato perde potere d’acquisto. A dispetto di quanto sostiene l’Istat, che nei suoi bollettini mensili favoleggia di incrementi sempre superiori al 2%; e di quanto propaganda il presidente del Consiglio che nel match con Prodi ha parlato di un incremento del 15%, le retribuzioni degli italiani aumentano in cinque anni del 9,4%, ma al netto dell’inflazione il valore medio degli stipendi reali dei lavoratori delle imprese è calato dello 0,2%.
E’ quanto emerge dal VII° Rapporto sulla Retribuzione degli italiani 2006 realizzato da Od&m Consulting in collaborazione con Il Sole 24 Ore – Job 24. A migliorare nettamente il proprio potere d’acquisto sono, come al solito, i dirigenti e i quadri. Il salario reale degli operai, secondo la ricerca, è stabile rispetto ai livelli del 2001, mentre gli impiegati evidenziano una significativa sofferenza, con un calo del valore medio degli stipendi, al netto dell’inflazione, del 5,8%. Sud Italia e isole le aree più deboli. Ma la categoria più penalizzata è quella che comprende le retribuzioni degli under 30, quasi completamente connotati da un rapporto di lavoro precario. Negli ultimi cinque anni perdono da una a due mensilità all’anno rispetto al 2001. Per i giovani in possesso di laurea con 3-5 anni di esperienza la retribuzione annua lorda è diminuita in termini reali addirittura del 14, 6%. Secondo gli esperti di Od&m Consulting, le cause sono da ricercare innanzitutto in una più ampia offerta di lavoro, contro una riduzione della domanda, e negli effetti della flessibilità del mercato del lavoro. La perdita di potere d’acquisto da parte dei giovani laureati emerge in maniera uniforme dal nord al sud del paese, a volte con un valore negativo anche di due cifre.

Le donne, poi, continuano a guadagnare meno degli uomini, ma recuperano parte del divario. Dallo studio, realizzato attraverso rilevazioni su quasi 1 milione e 400 mila buste paga del mondo delle imprese italiane, emerge che i dipendenti che hanno perso più punti sono gli impiegati, la cui retribuzione totale annua è aumentata del 3,8%, passando da un valore di 24.226 euro per il 2001 a 25.145 euro per il 2005, perdendo in termini reali il 5,8%. Dirigenti e quadri migliorano invece la loro condizione, con un incremento rispettivamente del 15,3% e del 17,1%, che al netto dell’inflazione segna una crescita pari al 5,7% e 7,5%. Sostanzialmente invariata la retribuzione degli operai rispetto al costo della vita. Comune denominatore per tutti i dipendenti delle imprese è invece la crescita esponenziale della parte variabile della retribuzione, legata al raggiungimento di obiettivi e al conseguimento dei risultati, cresciute in media tra il 50% e il 65% e rappresentano oggi il 10,5% della retribuzione totale annua lorda dei dirigenti, il 7,5% di quella dei quadri e il 4,9% per gli Impiegati.

Ovviamente, cresce solo nelle aziende che prevedono un contratto integrativo, cioè meno della metà del panorama produttivo.

L’andamento delle retribuzioni non è omogeneo. Nel Nord Ovest si registrano livelli retributivi medi più elevati in tutte le categorie professionali. Nel Nord Est e Centro vi è una sostanziale omogeneità, mentre al Sud e nelle Isole si riscontrano i valori medi degli stipendi più bassi. In media, gli impiegati perdono potere d’acquisto in tutte le aree del paese. Dal punto di vista regionale, in Lombardia ed Emilia-Romagna gli stipendi del 2005 sono superiori alla media nazionale, rispettivamente del 3,8% e 0,5%. All’estremo opposto Basilicata e Calabria registrano valori negativi a due cifre, rispettivamente, dell’11,3% e 11,9%. La grande impresa, pur avendo retribuzioni medie più elevate, mostra nell’arco di cinque anni stipendi, al netto dell’inflazione, in diminuzione per dirigenti (-3,7%), impiegati (-2,8%) e operai (-5%). Per gli stipendi di impiegati della media impresa il trend è stato -4,3% e per gli operai -2,5%. I trend di crescita più significativi rispetto al 2001 si registrano, invece, nella piccola impresa, vero motore del progresso delle retribuzioni in Italia: fatta eccezione per gli impiegati, i cui salari, al netto dell’inflazione, sono diminuiti del 5,8%, le altre categorie registrano tassi positivi con un aumento del 10,5% per i dirigenti, del 9% per i quadri e del 4,1% per gli operai.