Altri soldi alla difesa. Ma chi decide la lista della spesa?

La spesa militare rappresenta una pericolosa spada di Damocle che pende sulla testa del governo Prodi. Fin dalla prima pubblicazione del testo abbiamo sottolineato l’eccessivo investimento sul ministero della Difesa, nettamente superiore anche a quello del governo Berlusconi. Ci
sembrava evidente che cinque punti percentuale in più rispetto all’ultima finanziaria avrebbero giustamente fatto discutere, soprattutto a fronte di una legge che taglia un po’ dappertutto. Ed è proprio quello che sta accadendo. Critiche e lamentele cominciano ad essere numerose, e non possono bastare le giustificazioni a mezzo stampa che provengono da più parti (ultima quella del Sen. Forcieri dei Ds che ieri su la Repubblica dichiarava «…non facciamo altro che riportare la spesa militare a livello del 2004. Prima cioè che il governo di centrodestra tagliasse la spesa militare di 2 miliardi e mezzo») e che non
rispondono ai giusti interrogativi su quale sia la natura della politica che il governo intende intraprendere in materia di Difesa.
Le opzioni politiche sono sostanzialmente due: ci dobbiamo aspettare un
paese che per “svolgere efficacemente il suo ruolo internazionale” si arma fino ai denti oppure avremo un governo in grado di innovare il
concetto stesso di Difesa inserendo nella propria agenda politica un obiettivo coraggioso come la riconversione dell’industria bellica?
Chi di dovere non sembra volersi esporre sulla materia, ma i fatti
potrebbero tramutarsi in pesanti proclami. Vediamo, ad esempio, cosa accade in Commissione Difesa al Senato dove, in questi
giorni, è in discussione un atto del governo con cui si dovrebbe dare semaforo verde all’acquisizione di 249 (ma potrebbero anche diventare 500) veicoli blindati da combattimento per il comparto sicurezza italiano. Si chiamano Vbc 8X8 ed esistono in diverse versioni, adatte allo
svolgimento di più funzioni: trasporto di fanteria, contrastare carri armati, trasportare mortai. Benché la loro acquisizione faccia parte di
un programma di A/R “direttamente finalizzato alla difesa nazionale” c’è
chi sostiene che sarebbero molto utili in Libano. Italia o Libano questo
programma pluriennale prevede una spesa che ammonta a 1540 milioni di euro, 310 dei quali da utilizzare tra il 2006 ed il 2009. I restanti 1230 lo Stato li dovrà sborsare, in comode rate, tra il 2009 e il 2014. Un altro
investimento che appare decisamente sproporzionato rispetto ai problemi di bilancio che il nostro paese è costretto ad affrontare. Senza contare che probabilmente nel 2014, anno in cui gli ultimi Vbc dovrebbero essere acquistati, questi “gioiellini della tecnica militare”
potrebbero essere abbondantemente datati! L’Atto del governo recita
che i «310 milioni saranno resi disponibili dal ministero dello Sviluppo
economico a norma di quanto previsto dall’art.1, comma 95 della
Finanziaria dell’anno scorso», che però, a ben vedere autorizza
programmi quindicinali di finanziamento per programmi dichiarati di
“massima urgenza”. Chi ha deciso che per la Difesa italiana l’acquisto di questi 249 veicoli da guerra rappresenti una grave urgenza non è dato sapersi!
Certo, nessuno vuol negare la possibilità di porre i nostri soldati in sicurezza durante le loro missioni, ma crediamo davvero che
la sicurezza derivi unicamente dall’ammodernamento del “parco macchine” dell’esercito? E soprattutto, di quale idea di Difesa, se ce n’è una, si sta facendo portavoce il governo, con una Commissione Difesa
che sembra procedere scollegata dal dibattito parlamentare sulla crisi economica e sui tagli della Finanziaria?
L’acquisto di questi automezzi da guerra non è una mera acquisizione di
tecnologia, non può essere considerata un’operazione di routine, un’attuazione di impegni passati. Questi singoli provvedimenti del governo, assieme alla Finanziaria, ci paiono concedere troppo al ministero della Difesa e alludere ad un impegno militare italiano che non
può trovarci favorevoli. Troppo spesso pare che, in materia militare, gli
organismi parlamentari siano chiamati a ratificare scelte prese altrove. Non crediamo di eccedere in cinismo se ci chiediamo quanto questo “altrove” sia distante dai consigli di amministrazione dell’industria bellica. La preoccupazione è d’obbligo: possiamo realmente permetterci un paese in cui il dibattito parlamentare sia esautorato dalle scelte, economiche e non, che riguardano la Difesa?