Alta velocità, la valle resta sola

«Non ci impressionano le fiaccolate di gente che non ha di meglio da fare per spendere il tempo». Le parole sprezzanti del ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi si commentano da sole. La val di Susa rimanda al mittente gli insulti: alla fiaccolata c’erano quindicimila persone che di cose da fare ne hanno tante, ma che hanno scelto di dedicare parte di quel tempo ad una lotta per la difesa di un territorio che amano, di un ambiente che vivono, e della loro salute. Una lotta che li vede uniti. Anche di fronte ad attacchi (non solo verbali, vedi le cariche della polizia) che provengono sia dal governo, sia da fette di sindacato e di centro sinistra. Le prese di posizione di politici nazionali riflettono quella che è una sensazione diffusa in val di Susa. Ma di cosa stanno parlando? Si chiedeva ieri la gente di fronte alle dichiarazioni allarmate di Piero Fassino, segretario dei Ds («Bisogna isolare chi volesse introdurre nuovamente nella vita della val di Susa la violenza») e di Francesco Rutelli, presidente della Margherita («Sbagliatissimo pensare di rinunciare alla Tav, perdere questa opportunità sarebbe suicida»). Intanto anche il presidente degli industriali italiani, ex presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, è sceso in campi per difendere l’opera osteggiata da tutta la valle: «Va assolutamente fatta e non può essere messa in discussione dai localismi», ha detto tirando in ballo la questione della legalità. «Bisogna dirlo forte che la legalità in Val di Susa, come a Bologna, come a Ragusa o a Bolzano non è di destra né di sinistra. Non stiamo dando un bell’esempio».

Ma tutta la valle, che da mesi protesta contro la grande opera, è decisa ad andare avanti, nonostante le criminalizzazioni. E si sta preparando allo sciopero generale del 16 novembre praticamente da sola. Alla richiesta dal basso di uno sciopero sottoscritta da oltre quattromila lavoratori, i soli ad aver dato il loro appoggio ai lavoratori sono stati la Fiom e la Cub.

La Cgil ha preso le distanze da una richiesta che è semplicemente la messa in pratica di un diritto, quello di sciopero, che è dei lavoratori e non dei vertici sindacali. «Ribadiamo la necessità dell’opera – dice Vanna Lorenzoni, segretaria della Cgil torinese – Bisogna fare tutte le verifiche sulla sicurezza e sulle risorse necessarie ad una tale opera, ma la linea Torino-Lyon va fatta». Questo non è un atteggiamento di chiusura? «E’ una classica situazione – insiste Lorenzoni – in cui ci sono interessi diversificati. Per noi l’interesse generale è realizzare un’opera che ci consentirà un ricongiungimento all’Europa. Questo interesse generale si scontra con uno più locale, quello della vallata. Il dialogo – conclude – rimane vitale, ma dev’essere un dialogo sulla riqualificazione del territorio. Sulla sicurezza e la salute. E si potrebbe pensare ad incentivi anche fiscali che compensino il disagio dei cittadini». Soldi in cambio dello scempio di una valle? «Si tratta di salvare l’opera – dice Lorenzoni – ma a condizioni concordate con la popolazione».

Ieri pomeriggio a Roma c’è stata una riunione alla Cgil nazionale per discutere di Tav. «Si è scelto – dice Fulvio Perini, della Cgil torinese – di convocare una nuova riunione, sui pro e sui contro». Per Giorgio Airaudo della Fiom torinese, «lo sciopero del 16 è una scelta di unità. La gente chiede di immaginare un modello di sviluppo non autoritario come quello della Torino-Lyon». I valsusini non sono certo disposti a svendere la loro vallata e la loro salute, e il 16 saranno a fianco dei lavoratori (numerosi delegati hanno ieri chiesto un incontro con i vertici di Cgil, Cisl e Uil). «Purtroppo – dice Lele Rizzo dei comitati popolari no Tav e del centro sociale Askatasuna – siamo di fronte ad un sindacato che compie la folle scelta di schierarsi dalla parte di chi vede nel profitto l’unica via. Un sindacato che rinuncia a stare con chi propone altro, cittadini e lavoratori».