Alta velocita. Gianni Favaro (PRC): “Un movimento di massa di cui non si può non tenere conto”

Il 16 novembre ottantamila persone hanno partecipato alla straordinaria manifestazione contro il progetto dell’Alta Velocità tra Torino e Lione che ha coinvolto tutta la Val di Susa. Contemporaneamente uno sciopero generale ha bloccato l’intera valle, a cominciare dai diecimila operai delle industrie chimiche e metalmeccaniche. Da loro, dalle Rsu, è partita la richiesta di sciopero generale. Qual è il giudizio che dai di questa partecipazione incredibile, di questo protagonismo dei lavoratori e delle comunità locali?

Il giudizio sulla partecipazione è ovviamente molto positivo, perché questa è stata al di là di ogni nostra previsione. Ci aspettavamo 40-50.000 partecipanti, invece hanno preso parte alla manifestazione oltre 80.000 persone, un fiume di gente. Se si pensa che la distanza tra Bussoleno, la città da cui è partita la manifestazione, e Susa, dove la manifestazione si è conclusa, è di 8 km e se si pensa che la coda del corteo non era ancora partita quando è arrivata la testa, ci rendiamo conto effettivamente delle dimensioni della mobilitazione. L’impatto era impressionante.
Una manifestazione di popolo, con gli studenti che aprivano il corteo, estremamente positiva. È stato divertente vedere i sindaci con la fascia tricolore garantire il servizio d’ordine nei punti strategici del corteo, anche se poi, ovviamente, non ci sono stati scontri, al contrario degli allarmismi creati dai mezzi di informazione.
Nella domanda richiamavi il ruolo dei lavoratori. La Fiom era presente in massa, così come erano presenti Rinaldini, Cremaschi e una parte della Cgil, quella che fa capo a Lavoro e Società. Il punto dolente è che la Cgil torinese e la Cgil nazionale hanno dato disposizione di non aderire. Anche Cisl e Uil non hanno aderito, ma mi sarei aspettato un atteggiamento diverso quantomeno dalla Cgil torinese.
E questo richiama un problema molto grande: la sottovalutazione di ciò che rappresenta, per il sindacato, la politica delle grandi opere, non solo in Val di Susa ma, per esempio, anche per il Ponte sullo Stretto. C’è un ritardo politico e culturale che va superato. Al contrario, la Fiom e altri settori sindacali hanno giocato, in questa circostanza, un ruolo vero di avanguardia.
Penso che questa manifestazione abbia rappresentato un punto alto, non solo una manifestazione di protesta ma anche di proposta…

Infatti. La Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso sul manifesto del 18 ottobre ha rilasciato, al riguardo, dichiarazioni molto significative. In primo luogo ha affermato che “il progetto non è in discussione”. Quel movimento degli 80.000 ha avanzato invece proposte alternative…

Sì, ma in premessa una considerazione. Non è vero che sia obbligatorio fare quest’opera. E questo dato è stato confermato anche dall’incontro di alcuni parlamentari europei di Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi con i rappresentanti della Val di Susa: non è vero che l’Europa ha vincolato i finanziamenti alla Val di Susa. I finanziamenti sono stati previsti dall’Unione Europea a partire dal 2007 e la destinazione è ancora tutta da decidere. La Presidente della Regione dà quindi notizie non vere.
Per quanto riguarda i progetti alternativi, ce ne sono diversi. Il progetto della TAV prevede la costruzione di un tunnel di 53 km che buca la montagna con rischi ecologici e ambientali spaventosi e che costerà circa 21 miliardi di euro (sette o otto volte il costo del Ponte sullo Stretto, per intenderci).
Contemporaneamente, l’attuale linea ferroviaria Torino-Lione è utilizzata soltanto per il 38% delle sue possibilità. C’è la possibilità, dunque, di risolvere il problema del trasporto merci con la Francia con un lavoro di potenziamento della linea ed una spesa stimata inferiore al miliardo di euro. C’è poi un altro progetto che voglio citare, quello che prevede che in Francia l’alta capacità per il trasporto merci arrivi fino a Marsiglia, poi da Marsiglia si sposti attraverso Ventimiglia su Genova e da qui giri su Milano innestandosi sul famoso quinto corridoio europeo, che prevederebbe a questo punto una bretella Cuneo – Ventimiglia – Torino.
Le alternative ci sono ma il punto vero è che quei 21 miliardi di euro muovono interessi ben più consistenti e molte imprese ne trarrebbero profitto.

Sempre la Bresso parla di una protesta “minoritaria e prevenuta” in cui “gli amministratori sono ostaggio dei partiti e dei gruppi organizzati”. Ti chiedo: qual è l’arco di forze che sostiene questo progetto alternativo? Come rispondete a queste affermazioni?

La risposta migliore sta negli ottantamila manifestanti del 16 novembre. Il totale degli abitanti dell’intera vallata raggiunge le 60.000 unità. Là ce n’erano 80.000; c’era l’intera Valle e tanti altri. Lascio giudicare alla Presidente Bresso se questi costituiscono o meno una minoranza. A me non sembra proprio.
Il punto vero è che la Presidente di una Giunta di centrosinistra non può non tenere conto di un movimento di massa così imponente. Se non ne tiene conto significa che c’è qualcosa che si è rotto al livello della democrazia…

Hai toccato un tasto importante: la Presidente dice che, comunque, la decisione non spetta alla comunità ma al governo regionale, al governo nazionale e all’Unione Europea. Quando le istituzioni legislative operano in assenza di un reale consenso tra i soggetti che dovrebbero rappresentare, si può parlare di democrazia? In altri termini: in questi contesti le istituzioni formalmente democratiche sono in grado di assicurare realmente la democrazia?

Il problema della democrazie è centrale. Oggi l’intera Valle è militarizzata. Qualche giorno fa una anziana signora di Mompantero non ha potuto ricevere in casa propria la badante perché i carabinieri hanno bloccato completamente l’accesso alla Valle. Ci può entrare solo chi è residente. La mobilità è bloccata e le forze di polizia non riconoscono i sindaci come rappresentanti del territorio. La situazione è arrivata ad un livello sudamericano. La verità è che questa militarizzazione è funzionale alla difesa di precisi interessi economici di speculazione. Vorrei chiedere alla Presidente Bresso come mai, secondo lei, in Francia non si è giunti a questo livello. La risposta è che lì si è affrontato il problema in maniera diversa e si sono ascoltate le richieste dei cittadini e delle comunità locali.