Alle ditte di Bush e Cheney gli appalti per la ricostruzione di New Orleans

“A thick toxic sludge”, una densa poltiglia tossica composta (ormai in minima parte) dall’acqua che ha distrutto argini che si sapevano inadeguati. E, ancor più, dal petrolio fuoruscito dalle raffinerie inondate, dal sudiciume delle fognature tracimate, dai liquami dei corpi in decomposizione… Questo – raccontano le cronache dei media americani – è quel che oggi ricopre ciò che resta di New Orleans: un orrore che nasconde altri orrori. E che, nel contempo, di quegli orrori è divenuto una sorta di pestilenziale riassunto, una maleodorante metafora che, a suo modo, riesce paradossalmente a regalare agli occhi momenti d’inusitata trasparenza, immagini che, con assoluto nitore, riflettono scene (tra loro strettamente correlate) di straordinaria inettitudine e di ordinaria corruzione. Su tutte: quelle – anch’esse assai tossiche – che narrano delle vicende e degli uomini della FEMA (Federal Emergency Management Agency). Ovvero: dell’agenzia governativa – da tre anni parte del mastodontico Homeland Security Department (HSD), creato dopo l’11 settembre del 2001 – chiamata alla prima e spesso decisiva risposta di fronte alle naturali ed innaturali catastrofi che malauguratamente colpiscano il più ricco e potente paese del pianeta Terra.
Ultimo e luminoso esempio, quello che il quotidiano UsaToday così ha riportato lunedì scorso: “Almeno due dei clienti del lobbista Joe Allbaugh, ex manager di campagna del presidente Bush ed ex capo della FEMA, già sono stati scelti (dalla medesima FEMA n. d. r.) per assai remunerativi lavori di ricostruzione lungo le coste devastate del Golfo…”. Le due imprese, continuava l’articolo, sono il Shaw Group Inc. – le cui azioni si sono, a Wall Street, impennate di quasi il 10 per cento – e la Kellog Brown and Root (KBR), sussidiaria di Halliburton, gigante petrolifero reso recentemente famoso da due concomitanti circostanze: l’essere stata per molti anni diretta dall’attuale vicepresidente Dick Cheney, e l’aver ottenuto, senza concorso alcuno, giganteschi appalti di ricostruzione nell’Iraq “liberato” (appalti che, secondo il Pentagono, ha poi onorato in modo fraudolento). Altra impresa selezionata: la Bechtel National Inc., anch’essa già titolare di lucrosi lavori in Iraq. Ed anch’essa diretta (ora ed in passato) da uomini che vantano strette ed assai personali relazioni con l’Amministrazione Bush. Su tutti: l’attuale Chief Executive Officer, nominato da Bush membro dell’Export Council presidenziale, e l’ex CEO, da Bush chiamato a dirigere l’Overseas Private Investment Corporation (l’agenzia governativa che assiste le imprese Usa che intendano investire danaro in altri paesi).

Breve riassunto delle precedenti puntate (giusto per capire come quella che, in teoria, doveva essere una storia d’eroismo e di riscatto di fronte alla tragedia, si sia invece trasformata in una tragedia nella tragedia. O, per meglio dire, in uno scandalo la cui profondità ancora non è stata appieno misurata). Tutto è in qualche modo cominciato con una frase: quella – ormai divenuta un’indelebile e grottesca macchia sulla camicia dell’attuale presidente – che George W Bush, finalmente rientrato dalle vacanze nel terzo giorno della catastrofe, aveva da par suo pronunciato di fronte alle telecamere a Baton Rouge, capitale della Louisiana e prima testa di ponte dei soccorsi alle spalle dell’alluvione: “You’re doing a heck of a job, Brownie…”. Stai facendo un gran lavoro, Brownie. Brownie altri non era, ovviamente, che Michael Brown, capo supremo della FEMA (incarico da lui ricoperto fini a lunedì scorso, giorno delle sue dimissioni). Ed il “gran lavoro” per il quale Bush andava pubblicamente complimentandolo era quello che, dal medesimo Brown realizzato, già allora i media avevano qualificato come un “catastrofico fallimento”. O, peggio, come la tragica rivelazione dell’intima vulnerabilità americana – una sorta di classico “ventre molle” – di fronte a vere situazioni d’emergenza. Ed era stato proprio per questo che di Brownie, quei medesimi media avevano, infine, cominciato ad analizzare vita e miracoli.

Risultato della ricerca: nessun miracolo, se non quello d’un uomo che, senza alcuna qualificazione, era giunto alla testa dell’agenzia che rappresentava la “prima linea” dell’emergenza nazionale. L’ultimo lavoro di Brown – laureatosi in legge in un’ateneo definito “semi-legale” da molti cronisti – era stato quello di direttore dell’Associazione che organizza concorsi di bellezza per cavalli arabi (lavoro dal quale era stato, peraltro, licenziato). E la sua unica riconoscibile virtù – quella che, nel 2002, lo aveva portato a ricoprire il ruolo di vicedirettore della FEMA – era rappresentata dalla sua amicizia con il summenzionato Joe Allbaugh. Vale a dire: con l’uomo che Bush, nel 2001, dopo la sua assai controversa prima vittoria elettorale, aveva chiamato a dirigere la Federal Emergency Management Agency. O, a “normalizzarla”, rimpazzando, in quasi tutti i punti chiave dell’organizzazione tecnici di provata capacità ed esperienza con “amici” di altrettanto provata fede. Brownie era una di questi amici. E proprio a lui era passato il bastone del comando allorché, due anni fa, Allbaugh aveva deciso di mettere a frutto il suo duro lavoro di direttore.

Dettagli di non secondaria importanza: anche Joe Allbaugh aveva a suo tempo raggiunto la più alta poltrona della FEMA grazie alla riconoscenza per i servizi resi, nelle vesti di campaign manager, di Gorge Bush, durante la corsa presidenziale del 2000. E proprio questa – la minaccia d’un riconteggio dei voti in Florida che avrebbe potuto consegnare la vittoria a Gore – era stata l’unica “emergenza” con la quale il neo direttore s’era in precedenza bravamente confrontato. Così come proprio questo è stato, in seguito, il modo con cui Allbaugh ha (vedi sopra) messo a frutto l’esperienza maturata come uomo del governo: fondare insieme alla moglie Diana – contemporaneamente titolare d’una azienda di restaurazione ambientale post-catastrofe, la Trade-Wind Environmental Restoration Inc. – l’Allbaugh Group, lobby specializzata nell’assistenza di imprese alla ricerca di appalti governativi di ricostruzione. Tra i suoi più qualificati clienti, come detto, il Shaw Group, e la Kellog Brown & Root, costola “ambientalista” dell’onnipresente Halliburton. Alle sue spalle – ha di recente scritto il settimanale The New Republic in un’inchiesta dedicata alla “FEMA’s Story” – Allbaugh si è lasciato un’agenzia “ormai spogliata, soprattutto ai vertici, d’ogni professionalità e d’ogni competenza”…
Proprio ieri, messo a confronto con sondaggi d’opinione che (non sorprendentemente) hanno raggiunto il minimo storico, George W. Bush ha – con toni eroici, ma con parole prevedibilmente assai generiche – finalmente caricato sulle sue presidenziali spalle la responsabilità della “inadeguata” risposta al disastro. “Nella misura in cui il governo federale non ha fatto appieno il suo dovere – ha detto nel presentare il nuovo capo della FEMA, David Paulison – io mi assumo la responsabilità”. Non male per chi, fino a ieri, s’era limitato a spazzare sotto il tappeto tutto il pattume prodotto dai suoi errori e dalle sue menzogne (a cominciare dai morti della guerra in Iraq). Ma assai dubbio è che – compiuto, ora, lo spettacolare, ma futile gesto di dichiararsi colpevole di fronte ad un paese che già lo ha condannato – questo presidente figlio di presidente arrivi mai ad ammettere pubblicamente le sue “vere” colpe. O meglio: a svelare in il più sporco, nascosto e, nel contempo, ovvio dei suoi segreti di “primo difensore e promotore del capitalismo nel mondo”. Più in concreto: a riconoscere d’essere il rappresentante, non della implacabile ma a suo modo egualitaria “tirannia del mercato”, bensì di quella che, del capitalismo, è la versione più clientelare ed arretrata. Un capitalismo degli “amici degli amici” che non solo non combatte la burocrazia, ma che alla corrotta burocrazia delle lobby finisce per subordinare se stesso. La FEMA è, in ultima analisi, andata incontro ad un “catastrofico fallimento” per le medesime ragioni che, quattro anni fa, avevano spinto la CIA a fabbricare le ragioni di una guerra anch’essa catastrofica. Perché, al suo interno, ogni voce dissidente o indipendente, ogni sprazzo di professionale verità, era stato messo impietosamente a tacere.

Ed è proprio la voce di questo silenzio che, sempre più assordante, sale oggi dal fango che ricopre New Orleans. A presiedere “in loco”, contro ogni possibile intoppo burocratico, George Bush ha inviato, giorni fa, proprio Dick Cheney, l’uomo di Halliburton. La storia continua. Il “thick toxic sludge” che ricopre la città diventa ogni giorno più denso e pestilenziale. Ed ogni giorno più trasparente…