Allarme nero

Mentre la sinistra è impegnata nella riflessione (talvolta sopra le righe) sulla non violenza, la violenza dilaga e riprende anche quella etichettata fascista – le squadracce di picchiatori di nostra antica memoria. L’elenco delle ultime settimane è impressionante: dal 3 giugno, quando a Bernardo fu squarciata la gola (rischia di perdere una corda vocale) da un branco di assalitori penetrati dentro Forte Prenestino, di aggressioni con spranghe o coltelli ce n’è stata quasi una al giorno, vittime non solo i Centri sociali ma un Comitato per il Sì, una sede Ds a Torre Maura, isolati cittadini. E non solo a Roma ma a Torino, a Forlì, a Lucca, a Palermo. E poi, in questi giorni, la tragica vicenda di Varese, cui i ministri leghisti fanno da altoparlante, protagonisti odii e controodii razziali e un gruppo dall’inquietante nome «Sangue e onore» che grida ai funerali dell’ucciso: «Difendi il tuo simile, distruggi tutto il resto». Stile, provenienza e bersaglio sono quelli degli anni `70. Ma sono le sole similitudini con un’epoca che non potrebbe essere più diversa da quella attuale. Allora era la politica che generava la violenza, ora si potrebbe dire che è la sua assenza: sono lo squallore, il vuoto della vita di nuove generazioni senza prospettive, che inducono una violenza generica e generale che si manifesta per le strade, nelle scuole, naturalmente negli stadi. Le periferie urbane non sono più quelle di un tempo, riempite da una presenza capillare dei partiti, da un controllo del territorio garantito da un tessuto ricco di rapporti sociali. Oggi, in quartieri dove ogni comunicazione è cessata, il controllo è esercitato da bande che si disputano la miseria, spesso il collocamento del precariato, un nuovo caporalato urbano.

Le violenze di natura diversa in questo scenario si mischiano, si intrecciano. Paradigmatico il funerale di Zappavigna, leader degli ultrà romanisti, dove il «boia chi molla» e il braccio teso si sono confusi con la passione di chi pure, nella curva sud, fascista non è.

Tutto ciò è quel che viene chiamato «disagio sociale».

E però stiamo attenti: questo è lo sfondo. Ma su questo terreno stanno sviluppandosi fenomeni politici allarmanti: la crescita, ovunque, di gruppi nazifascisti organizzati, Forza Nuova in particolare ma non solo, che diventano ogni giorno più sfrontati perché sanno di aver acquisito omertà e legittimazione: dalla riabilitazione del ventennio e dei «ragazzi di Salò»; dall’affossamento della Costituzione e dunque della radice antifascista delle nostre istituzioni; dalla «normalità» ormai conquistata da ministri che sono stati picchiatori e se ne vantano, fino a non disdegnare di apparire alle loro manifestazioni. Un terreno reso fertile dal razzismo latente, che la spoliticizzazione fa emergere operando da esca, così come dalla disgregazione dei partiti tradizionali, ivi compresa An.

Prima che si reinneschi la tragica spirale degli anni `70, quando la violenza fu alimentata dalla necessità di autodifesa di compagni che venivano aggrediti fuori dalle scuole e dalle fabbriche (ricordate S. Babila?) sarebbe bene prendere sul serio quanto sta accadendo. Si tratta di un nuovo fatto politico che aggiunge un’ulteriore buia pennellata alla stagione che stiamo vivendo. I movimenti non possono ignorarlo e credo anzi che questa sia per loro l’occasione, certo difficile, per verificare sul terreno la validità della scelta non violenta come strumento per far arretrare l’aggressione. Per dimostrare che è con l’iniziativa politica che si batte la violenza, e non con la sua escalation.

Ma tocca a tutti, e naturalmente in primo luogo alle forze politiche e alle istituzioni, scendere dall’empireo della loro quotidianità politica per misurarsi con la politica delle periferie delle nostre città. Per non lasciare isolati ed esposti all’accoltellamento quelli che negli ultimi anni sembravano essersi riappassionati alla voglia di cambiare il mondo, e che oggi rischiano di disperdersi, perché ulteriormente disillusi.