Allargare la Federazione, ricostruire il Partito Comunista: i nostri compiti

Roma, 20/21 Novembre 2010

1) In queste ore, mentre noi celebriamo il Congresso di fondazione della Federazione della Sinistra, a Lisbona si sta tenendo la riunione dei capi di stato e di governo dei paesi dell’Alleanza atlantica per adottare il nuovo Concetto strategico. Non è, questo, un fatto di routine. L’ultimo è stato approvato subito dopo il crollo dell’Urss e poco prima dell’inizio della guerra all’Iraq. Esso rappresenta il tentativo di ridisegnare nuovi rapporti internazionali centrati sull’asse atlantico e chiedendo un maggior coinvolgimento dei paesi dell’Ue. Questi ultimi, d’ora in poi, saranno chiamati sempre più a gestire con gli Usa i vari scenari di guerra nel mondo e a cui, soprattutto, toccherà una maggiore partecipazione nelle spese militari. Con il vertice di Lisbona, si cerca quindi di dare vita a quello che Diana Johnson chiama un nuovo condominio imperialista, come risposta alla crisi profonda che l’egemonia statunitense vive in questo scorcio di inizio secolo.
Ci avevano raccontato che, con il crollo dell’Urss, aveva ragione Francis Fukujama a porre il tema della “fine della storia”, proclamando la vittoria definitiva del modello di democrazia liberale, l’unico possibile. Come pure venne costruita una pervicace campagna ideologica a sostegno delle tesi di Samuel Huntington sul fatto che la storia, contrariamente da quanto analizzato da Marx, non fosse il frutto della lotta di classe, ma di uno “scontro tra civiltà”. Era così pervicace e la si riteneva talmente invincibile l’egemonia statunitense, che Brezinski dedica il suo celebre saggio “la Grande Scacchiera” ai suo studenti, “per aiutarli a plasmare il mondo di domani”. Plasmare un mondo che viveva “l’era della supremazia americana”.
Eppure, fortunatamente, il mondo è cambiato in un arco di tempo straordinariamente breve. A tutte le latitudini abbiamo assistito ad un importante rovesciamento dei rapporti di forza, dall’America Latina (dove si sperimenta la costruzione del Socialismo del XXIº secolo) al Sudafrica (che dopo essersi affrancato dal colonialismo e dell’Apartheid, lo vede oggi protagonista di un processo di rivoluzione democratica e progressista), ai paesi asiatici (dove vive la maggioranza della popolazione mondiale e gli equilibri politici continentali sono espressione di governi non allineati –l’India- o guidati da partiti comunisti al potere – Cina, Vietnam, Laos-). Senza per questo dimenticare il ruolo che in Europa, dove la lotta per la trasformazione è più difficile e di lunga lena, hanno organizzazioni sociali e partiti comunisti nell’organizzazione della classe operaia e del conflitto sociale.
Ma proprio la perdita di leadership degli Usa e l’ascesa di nuovi paesi, a partire dai famosi Bric, con la Repubblica Popolare in testa, ci dicono che un intero mondo è oramai terremotato e che l’impianto ideologico su cui si fondava la “fine della storia” è completamente finito. Ma guai a noi se pensassimo che la soluzione è dietro l’angolo. Questa crisi di egemonia, intrecciata con l’esplosione di questa devastante crisi economica, può avere, soprattutto in Ue, sbocchi diversi.
Da un lato, infatti, può portare all’apertura di una fase nuova che pone le condizioni per sconfiggere le frazioni più aggressive della classe capitalistica ed imporre la ripresa di una politica di intervento pubblico e pianificazione in economia, orientata verso il lavoro e non verso il capitale. Ma non sono da escludere invece sbocchi del tutto diversi e contrapposti. In Olanda e in Svezia ha portato al rafforzamento di governi di destra e in tutta Europa si assiste all’avanzata di formazioni razziste e xenofobe, all’aumento di misure autoritarie, alla limitazione delle libertà democratiche ed alla ripresa di una pervasiva, quanto pericolosa, campagna anticomunista nel cuore dell’Europa. Tutti segnali, questi, che ci indicano il baratro verso il quale rischiamo di sprofondare se non c’è una risposta adeguata della classe operaia e delle sue organizzazioni. La storia d’Europa dei primi decenni del Novecento, in questo, ci è maestra.

2) Le peculiarità del contesto italiano sono figlie di questo contraddittorio scenario internazionale, ed in esso si inseriscono disegnando un contesto di “crisi nella crisi”, perché alla crisi economica e sociale su scala mondiale e nazionale si aggiunge:
a) Una forte debolezza strutturale del nano-capitalismo italiano.
Nano-capitalismo perché la borghesia italiana, fatta di poche “grandi famiglie”, nuovi e rampanti “furbetti del quartierino” e con un tessuto industriale e produttivo completamente distrutto ed organizzato attorno a questi inutili “distretti”, egemonizzati dell’idea del “piccolo e bello” (e qui la responsabilità delle forze di centro sinistra e dei suoi governi è enorme) è incapace oramai di sostenere la concorrenza internazionale e di indicare una via d’uscita alla crisi.

b) Una irrisolta transizione del quadro politico.
Perché dal quadro costituzionale (basato sulla centralità della democrazia parlamentare ed in essa della rappresentanza proporzionale) ci si sta dirigendo verso un innaturale maggioritario bipolare che espunge dalla rappresentanza politica le forze del dissenso.

c) Una profonda crisi morale che fa emergere corruttela e malcostume.
Aspetti, questi ultimi, assolutamente drammatici che mettono in evidenza la putrescenza delle classi dirigenti, che arrivano addirittura a fare sfoggio del loro impunito abuso e della mercificazione del corpo della donna.

3) Allo stato attuale delle forze in campo in Italia (e in Ue) la lotta per una soluzione democratica avanzata si presenta molto difficile. Non solo le forze politiche di sinistra sono deboli, ma bisogna prendere atto del fatto che tutte le organizzazioni socialdemocratiche e riformiste hanno optato per una soluzione neoliberista. Per queste ragioni, il nostro compito è quello di unire tutte le forze antiliberiste in un fronte che lavori per una prospettiva di lunga durata, in grado di fronteggiare la crisi e dare ad essa uno sbocco democratico avanzato. In assenza di questo importante lavoro politico, la resistenza operaia e popolare e le lotte che si producono in tutto il paese, anziché connettersi su un piano politico più generale ad una radicale critica sistemica, rischiano di rimanere circoscritte al livello della protesta o della sommossa. Ed i comunisti, che pure hanno nel loro programma politico e nella loro funzione storica proprio questo elemento, devono sempre saper costruire le alleanze di classe che permettono loro di dotare la classe operaia ed i conflitti del giusto collegamento, dell’adeguato livello di coscienza e della indispensabile massa critica, per essere in grado di reggere i colpi della controffensiva padronale.

Ma se questo è il nostro compito, chiediamoci sinceramente ed auto-criticamente se siamo all’altezza di queste responsabilità. In tutta onestà credo che siamo ben lontani dall’esserlo: il dibattito di questi mesi è spesso sembrato asfittico, attraversato da mille anchilosi, del tutto inadeguato alla fase ed al compito che ci siamo dati. Nello sforzo di costruzione della Federazione della Sinistra, dovremmo far tesoro della lezione delle grandi esperienze della nostra storia: quelle che hanno portato alla costruzione delle case del popolo, delle leghe, delle cooperative, delle società di mutuo soccorso, del grande radicamento della sinistra nella società.

Sempre di più il capitale oggi divide. E lo fa frammentando la classe operaia, le sue rappresentanze sociali e politiche e le forme di lotta. A noi, invece, tocca il compito arduo, ma necessario, di unire: portare a sintesi le tante vertenze di questo paese, unire la classe operaia, unire le forze che di quella classe sociale rappresentano il punto di riferimento politico. Per questo motivo abbiamo l’esigenza di allargare i confini della Federazione della Sinistra. Non si tratta né di annacquare i nostri contenuti anticapitalisti e radicali, né di operazioni trasformistiche tese a far diventare la FdS un nuovo partito di sinistra. Tutt’altro. Si tratta invece di lavorare perché nella chiarezza le opzioni politiche contenute si accrescano e si rafforzino. Anche in questo, la lezione dei grandi padri della nostra storia ci è maestra, soprattutto lì dove, all’impegno per la crescita ed il rafforzamento della sinistra tutta, sapevano coniugare una grande cura per le proprie idee, la propria storia, la propria identità.

4) Ed allora credo che sia indispensabile e non più procrastinabile il tema della riunificazione dei comunisti e della ricostruzione di un nuovo partito comunista, capace di essere il perno di una politica di alleanze sociali e politiche, capace di costruire un fronte di resistenza sociale, con un forte spirito internazionalista ed un carattere unitario e rivoluzionario. Un partito da costruire nel fuoco delle lotte e nella fucina del confronto libero e proficuo delle idee. Non per mettere assieme “quello che c’è” ma per crescere ed arricchirsi con le tante energie che il conflitto (dei lavoratori, degli studenti, del mondo della cultura, delle donne, dei giovani) fa emergere e maturare. Ed in questo, un partito capace di innovare la politica e la società. Basterebbe fare un piccolo bagno di umiltà e chiedere alla nostra gente cosa ne pensa di questo processo, per rendersi conto che le tante resistenze che vi frapponiamo non hanno motivo di esistere e sono un impedimento non solo alla ricostruzione comunista, ma anche alla crescita della stessa Federazione.

Anche se nella FdS ci sono forze che non sono comuniste, credo sia giusto porre proprio in questa assise questo tema perché i due processi – ricostruire il partito comunista, costruire la Federazione- sono distinti ma convergenti. Assolutamente distinti (nelle finalità strategiche, nelle ricadute organizzative, nella cultura politica, nell’analisi e la collocazione internazionale, nell’impianto ideologico, …) ma necessariamente convergenti (su un programma minimo comune, nelle pratiche di lotta). Distinti, quindi, ma assolutamente convergenti nella necessità di mandare a casa Berlusconi e le destre, lottare contro la guerra e le ricadute nefaste delle politiche neoliberiste in Europa e nel nostro paese. Distinti, ma convergenti nell’accettare la sfida della costruzione del Socialismo del XXIº secolo, che deve essere la nostra ricerca.

5) Per tutte queste ragioni, se dovessi guardare al lavoro dei prossimi mesi, direi che è finalmente giunto il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo e lavorare alacremente per la riunificazione dei comunisti. Non come soluzione organizzativistica alla nostra crisi, ma come processo di apprendimento che, imparando dagli errori passati, sappia vivificare la grande ambizione di cambiare il mondo, in un progetto serio e credibile di ricostruzione comunista.

Per queste ragioni, guardo ai prossimi mesi con animo di speranza e felicità: la felicità dell’orgoglio di essere rivoluzionari, di essere comunisti, di lottare per il cambiamento e la trasformazione. Conscio delle tante difficoltà, ma anche confortato dal fatto di sentire, che è la strada giusta. La felicità nasce da questo.

E come diceva un grande dirigente comunista, un rivoluzionario del nostro tempo, eroe della Rivoluzione dei Garofani, compagno Alvaro Cunhal: «che nessuno abbia vergogna di essere felice, soprattutto per il fatto che la felicità dell’essere umano è uno degli obiettivi della lotta dei comunisti».