Alla frontiera soffia il vento dell’intolleranza

Los Angeles Nella piana centrale della California, da un lato il deserto, dall’altro ininterrotte culture, immense distese di lattuga, legumi, pomodori e frutteti. Ma in questi giorni molta frutta sta marcendo sulle piante perché scarseggia la mano d’opera: il voto del 7 novembre si avvicina e le esigenze della campagna elettorale hanno reso più severo il controllo della frontiera col Messico e ridotto a un piccolo rigagnolo il flusso di solito impetuoso di clandestini senza i quali l’agricoltura californiana si fermerebbe di colpo. Tanto che i duri del partito repubblicano sfottono i lettuce liberals, i «progressisti da insalata», cioè tutti coloro che paventano un brutale rincaro dei prodotti alimentari se salari più alti fanno tornare gli statunitensi a lavorare nei campi. Con lo sfottò ci va pesante il deputato repubblicano dell’Arizona, J. D. Hayworth, nel suo libro Whatever It Takes: Illegal Immigration, Border Security and the War on Terror («Non importa quanto costa: immigrazione illegale, sicurezza dei confini e guerra al terrorismo») in cui propone una serie di misure drastiche: un nuovo movimento «americanista» per fare dell’inglese la sola lingua ufficiale; pattuglie dell’esercito lungo la frontiera; un investimento tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari per costruire un muro che vada dal Pacifico alla Costa del Golfo; più centri di detenzione per i clandestini sorpresi a traversare la frontiera; il ritiro della cittadinanza Usa ai «bambini àncora» – i bambini la cui nascita negli Stati uniti dà loro la cittadinanza (qui vige il «diritto del suolo»: sei cittadino del paese in cui nasci, non di quello da cui discende la tua famiglia, come nel «diritto del sangue») e che «ancorano» le loro famiglie negli Usa; l’espulsione dei diplomatici messicani che criticano la politica americana di frontiera; l’arruolamento di 10.000 nuovi agenti di confine, e il bando triennale, ma rinnovabile, dell’immigrazione legale messicana.

I Minutemen preoccupano

Hayworth mette nero su bianco quel che vociferano i Minutemen, l’associazione di ronde volontarie di confine, che all’inizio sembrava solo pittoresca ma ora inquieta. E Hayworth non è solo: sta fiorendo tutta una pubblicistica xenofoba e di «guerra agli immigrati». Per esempio in Illegals: The Imminent Threat Posed by Our Unsecured U.S.-Mexico Border («Illegali: la minaccia creata dal nostro insicuro confine col Messico»), Jon E. Dougherty sostiene che gli Usa stanno per essere inglobati dal Messico che pianifica in segreto una «riconquista» (nell’800 gli Stati uniti sottrassero al Messico Texas, New Mexico, California meridionale e una parte dell’Arizona). Dougherty giunge persino a negare che gli Usa siano davvero una «terra di immigrati». Ma da dove viene questo vento leghista che soffia su tutti gli Stati uniti? Se un aspetto era da apprezzare in questo paese rispetto alla diffidente, meschina ostilità dell’Europa verso gli immigrati, era proprio l’atteggiamento di sostanziale apprezzamento e ospitalità, nonostante le immancabili sacche di xenofobia e pregiudizio: neanche la paranoia per la sicurezza dopo l’11 settembre 2001 è riuscita a rallentare il flusso migratorio, anzi. Certo di movimenti anti-immigrati la storia americana ne ha conosciuti tanti, dai Know Nothing del 1850, al grande internamento degli immigrati tedeschi durante la prima guerra mondiale, alla chiusura delle frontiere negli anni ’20. E la California ha da decenni rigurgiti anti-ispanici, non fosse che per il fattore demografico: è da un po’ che a Los Angeles i bianchi sono minoranza. Ma mai, dalla fine della seconda guerra mondiale, prima di quest’anno l’immigrazione era assurta a problema nazionale. Un problema che spacca i due grandi partiti. Una parte dei repubblicani, col presidente George Bush in testa, e tutto lo stato maggiore democratico spingono per legalizzare i clandestini e un programma d’inserimento: come mi dice il saggista Mike Davis, una buona diga è quella che regola il flusso, non quella che lo blocca. Invece i peones repubblicani e democratici della Camera spingono per espellere i clandestini e chiudere le frontiere: sono loro che hanno fatto approvare alla Camera l’estensione di 1.200 km del muro che già separa Stati uniti e Messico in alcuni tratti di frontiera, come tra San Diego e Tijuana (vedi l’articolo del 18 ottobre). In primavera questo rigurgito xenofobo aveva provocato le manifestazioni oceaniche di immigrati, con milioni di persone in piazza. La mobilitazione fu stimolata soprattutto dai disk-jockey e presentatori radiofonici delle radio latine che fecero presa in particolare sugli studenti. Ma da allora i padroni delle catene di radio hanno richiamato all’ordine i conduttori un po’ troppo indipendenti. I licei hanno adottato politiche punitive per gli studenti che osano manifestare, e il movimento ha perso impulso.

Sussulto degli sconfitti?

Così il campo è rimasto in mano alla retorica anti-immigrati che sembra aver soppiantato quella sulla «legge e ordine» contro i «criminali»: e questo è un fenomeno nuovo, perché a differenza degli immigrati europei che tra ‘800 e ‘900, in un’ideale staffetta, si passarono via via il testimone della criminalità (prima furono gli irlandesi a essere considerati «delinquenti per indole e per carattere», poi gli ebrei russi, poi naturalmente gli italiani), i lavoratori messicani erano sempre stati considerati innocui, la criminalità limitandosi ad alcune gang giovanili. Prima dell’11 settembre la sola idea di un «terrorismo messicano» sarebbe apparsa demenziale. Il commentatore e saggista Marc Cooper (alcuni suoi libri sono tradotti in Italia da Feltrinelli) ha scritto a maggio un bel saggio sull’immigrazione («Exodus») per Atlantic Monthly . Lo vado a trovare a casa sua, una villetta in un quartiere residenziale della San Fernando Valley dove vive con la moglie cilena e qui mi espone una tesi provocatoria: secondo lui quest’ondata anti-immigrazione è l’ultimo sussulto degli sconfitti: «È come i bianchi che negli anni ’60 sparavano contro i neri in Misisssippi. Avevano già perso, i neri stavano già vincendo la battaglia per i diritti civili e quelle violenze erano solo la manifestazione della loro impotenza. Lo stesso succede oggi con l’immigrazione: quello che abbiamo sotto gli occhi qui è il secondo più grande movimento migratorio della storia, dopo la migrazione dalle campagne alle città in corso in Cina. In ogni caso è il più grande esodo trans-nazionale della storia umana: nel giro di 30 anni, tra 40 e 50 milioni di persone avranno cambiato paese (già oggi negli Stati uniti i nati all’estero sono più di 30 milioni, e ci sono 11,5 milioni di clandestini, ndr). Di fronte a un fenomeno così non puoi farci nulla, devi accettarlo. Il rifiuto è solo retorica. È come per gli omosessuali: la demografia dice che sono sempre più numerosi e che quindi il partito repubblicano non può andare avanti con politica anti-gay, esattamente come ha dovuto accettare i neri e non può più permettersi un discorso razzista contro di loro: non so se noti che i repubblicani hanno controllato per sei anni la Camera dei Deputati, il Senato, la Corte Suprema e la Presidenza, cioè tutti gli organi di potere politico degli Stati uniti. E in tutto questo periodo non hanno votato la minima misura contro i gay o contro l’aborto, nonostante la retorica pesantemente antiaborista e anti-omosessuale del loro discorso politico. Certo che una tale marea umana crea squilibri, stravolge gli assetti culturali, cambia la geografia. Intere aree del Midwest e delle Piane centrali che non avevano mai visto un latino ora devono per la prima volta confrontarsi con la loro presenza. Le precedenti ondate migratorie erano costituite da lingue e culture diverse che non avevano altra scelta che imparare l’inglese e assimilarsi. Qui per la prima volta una cultura e una lingua omogenea sono condivise dalla maggioranza dell’ondata migratoria. Il rigurgito anti-immigrati è solo il rifiuto di riconoscere l’irreversibilità dei mutamenti del paese. E comunque è solo retorica: tutti sanno bene che il capitalismo americano non può vivere senza immigrati e che a lungo termine deve trovare un modo per legalizzarli e integrarli. Wal Mart non può continuare all’infinito a mettere su libro paga decine di migliaia di clandestini (uno dei fenomeni più curiosi degli Stati uniti è che i clandestini pagano le tasse, ndr). Vedrai che dopo le elezioni tutto questo bellicismo anti-messicano si sgonfierà». Sarà, ma nel frattempo, a meno di tre settimane dal voto, un bel plotone di candidati democratici si è dissociato dalla posizione filo-immigrati perseguita dalla direzione del proprio partito e si convertito alla linea dura, alla «politica della fermezza» e della «tolleranza zero» (bell’eufemismo per rivendicare il diritto all’intolleranza!).

Una tratta tutta d’oro

E comunque, la demagogia politica comincia come una forma di pura retorica, ma poi finisce per diventare fattuale, come tutte le previsioni che si autorealizzano, per esempio se un quartiere di una città americana comincia a essere considerato «insicuro», a poco a poco lo diventa davvero perché i pedoni lo evitano, le strade si svuotano e allora sì che sono pericolose. Il risultato concreto che questa retorica ha già ottenuto è di rendere per un clandestino molto più costoso l’ingresso negli Stati uniti. Gli ostacoli frapposti, i muri, i sensori, le ronde, la sorveglianza aerea aumentano a dismisura il prezzo dell’attraversamento della frontiera che diventa così un’attività economica allettante anche per i grandi operatori e non più per gli artigiani del contrabbando umano. Quando spacciare umani diventa redditizio quanto smerciare cocaina, nella settore cominciano a entrare i grandi cartelli di narcotrafficanti. Come «la guerra alla droga» ha creato i presupposti per una straordinaria accumulazione originaria di capitale in Colombia, nel Triangolo d’oro e in altre aree esportatrici, così «la guerra ai clandestini» sta facendo ridiventare la tratta degli umani uno dei settori portanti dell’economia globale, come già avveniva un paio di secoli fa.