Alla “decrescita reale” contrapponiamo un nuovo modello di sviluppo

I toni assunti dal dibattito estivo su Liberazione intorno a “consumi e decrescita” hanno probabilmente nuociuto all’approfondimento del tema. Credo, dunque, che sia giusto che tutti, a cominciare da me, facciano uno sforzo per continuare, nella forma del dialogo e non della polemica, la discussione, perché penso che il consenso tra di noi sia maggiore di quanto finora apparso.
Molti interventi hanno posto la questione della riconversione ecologica del sistema economico come prioritaria e fondamentale per costruire un modello di sviluppo alternativo a quello neoliberista. In questo senso sono state avanzate indicazioni in merito ad una nuova politica energetica, fondata sul risparmio e sull’uso di fonti rinnovabili, ad una nuova politica dei trasporti, che privilegi il trasporto pubblico e quello marittimo e ferroviario a discapito del trasporto privato su gomma, ad una nuova politica agricola, basata sul ciclo corto delle produzioni locali, ad una nuova politica delle opere pubbliche, che abbandoni i faraonici progetti di mega-infrastrutture a favore di interventi di ripristino dei cicli ecologici e di garanzia dei beni comuni, a cominciare dall’uso delle risorse idriche. A tutto ciò si potrebbe aggiungere la necessità di una nuova politica industriale che abbia come obiettivo l’innalzamento della qualità della produzione, attraverso innovazioni di prodotto e di processo, in grado di ridurre l’impatto sociale e ambientale derivante da un apparato produttivo spesso obsoleto e inquinante, causa primaria del degrado ecologico e dei tanti infortuni sul lavoro. La riconversione dell’industria bellica, il cui peso economico e occupazionale è purtroppo cresciuto negli ultimi anni, rientra in questa prospettiva.

Sugli strumenti da attivare per conseguire questi obiettivi, tutti giusti e condivisibili, mi sembra esista tra di noi un unanime consenso intorno alla necessità di mettere in campo un nuovo intervento pubblico, fondato su una logica di programmazione democratica e partecipata, perché le decisioni spontanee dei mercati e delle imprese private spingono, al contrario, in un’altra direzione, quella di un sempre maggiore sfruttamento del lavoro e della natura allo scopo di realizzare profitti, e soprattutto rendite, facili e immediate. Accanto a questa nuova politica dell’offerta produttiva, mi pare anche che ci sia tra di noi un altrettanto unanime consenso rispetto all’urgenza di adottare forti misure di carattere redistributivo, agendo sul sistema fiscale, sull’allargamento del welfare (sanità, pensioni, salario sociale, scuola, casa eccetera), sui livelli contrattuali e sui diritti dei lavoratori, per correggere ed invertire la tendenza, che dura da oltre un ventennio, all’allargamento delle disuguaglianze sociali e dei divari di reddito e di ricchezza. Quindi, da un lato nuovo intervento pubblico e programmazione e dall’altro redistribuzione del reddito, sono i due assi fondamentali intorno a cui ruota la nostra proposta di politica economica. In questo contesto, riconversione ecologica e produttiva e riconversione sociale sono due aspetti, tra loro complementari, di un nuovo modello di sviluppo, alternativo a quello imposto dalla globalizzazione neoliberista.

Ora questo ambizioso progetto, sommariamente delineato sopra, di riorganizzazione complessiva dell’economia e della società italiana, che richiede la costruzione di un nuovo blocco sociale riformatore, può racchiudersi nello slogan della “decrescita”? Io penso di no e, come ho cercato di argomentare negli interventi precedenti, per due ordini di ragioni.

In primo luogo, se vogliamo essere rigorosi, perché l’approccio della decrescita nasce proprio in contrapposizione al paradigma del nuovo modello di sviluppo, che per tanti anni ha costituito il fulcro teorico e politico dell’ambientalismo. I teorici della decrescita denunciano come “tossiche” parole come “sviluppo sostenibile”, “qualità dello sviluppo” e, certamente, condannerebbero allo stesso modo l’utilizzo del termine “riconversione ecologica dell’economia”. Per essi infatti «bisogna alla lettera “uscire” dall’economia» e «uscire dall’economia deve inoltre portare ad abbandonare lo sviluppo… L’economia entrerebbe simultaneamente nella decrescita e nel deperimento» (Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, p. 211). Un’indicazione concreta di cosa ciò possa significare è fornita dallo stesso autore quando, nel suo recente libro-intervista, pone tra gli obiettivi della decrescita quello di «ridurre il reddito pro-capite nei Paesi del Nord per riportarlo al suo livello del 1960» (Decolonizzare l’immaginario, Emi, p. 141). A me risulta difficile (ma sono pronto a correggermi in presenza di motivazioni convincenti) collocare dentro questo universo concettuale rivendicazioni sociali come quelle espresse dai lavoratori precari per un salario di cittadinanza o dai metalmeccanici per un aumento medio del 7,8% dei salari contrattuali.

La seconda ragione che mi spinge a dubitare dello slogan della “decrescita” è di carattere più pratico. Sono infatti convinto che, se si riuscissero a realizzare gli interventi di riconversione ecologica e sociale indicati, l’effetto sulla crescita economica sarebbe positivo e non negativo. Il miglioramento della qualità della produzione e dei consumi, e la loro più equa distribuzione, porterebbe infatti contemporaneamente ad una riduzione della pressione sulle risorse naturali e ad un incremento del valore della produzione. Lo stesso tema della riduzione dell’orario di lavoro (a parità di reddito, è bene ricordare) potrebbe riacquistare nella coscienza dei lavoratori quella centralità che il ricatto della crisi economica e le preoccupazioni salariali hanno contribuito a disperdere. D’altra parte, non è vero che una minore crescita economica porti con sé necessariamente un miglioramento delle condizioni sociali e ambientali. La situazione che stiamo vivendo lo dimostra: l’economia italiana ha smesso da anni di crescere, ma i profitti, le rendite e i consumi di lusso continuano ad aumentare a scapito dei salari e dei consumi popolari e il degrado ambientale si è drammaticamente aggravato. La “decrescita reale” è già in atto ed è un effetto del capitalismo neoliberista, che ha come obiettivo non un consumo e una produzione illimitati, come spesso si afferma, ma un’illimitata valorizzazione del capitale, cioè il profitto. Per un lungo periodo le due cose hanno coinciso; oggi invece esse, almeno in Europa, tendono a divaricarsi ed è l’accumulazione illimitata del capitale a porsi ormai come vincolo alla diffusione del benessere economico. A questa “decrescita reale” in atto penso allora che sia più efficace, anche dal punto di vista comunicativo, contrapporre l’idea di un nuovo modello di sviluppo, incentrato sulla qualità dei bisogni e dei rapporti sociali.