Alitalia vuole scegliersi il sindacato

Il nodo della rappresentanza: Ichino e parte dei confederali contro il Sult
«Solo con chi ci sta» . L’offensiva dell’azienda mira a cancellare tutti i sindacati che non accettano il piano industriale, anche se maggioritari

Giancarlo Cimoli ha scelto bene i tempi per la sua sortita antisindacale. Con una lettera spedita il 4 agosto – con tutti in vacanza e i lavoratori del trasporto «ammanettati» dal periodo di «franchigia» – l’amministratore delegato di Alitalia ha aperto una battaglia senza precedenti recenti su un tema centrale per la vita democratica di un paese: quella del riconoscimento delle rappresentanze sindacali. Lo ha fatto a modo suo, togliendo il «riconoscimento di controparte» al Sult, il sindacato di base maggioritario tra tra gli assistenti di volo. Le ragioni per cui ha agito in questo modo sono intuibili: il suo piano industriale per «risanare» la compagnia di bandiera prevede sacrifici durissimi per i lavoratori (in termini di salario, carichi di lavoro, riduzione del numero minimo per comporre un equipaggio), e la resistenza più forte è venuta proprio dal Sult, con alcuni scioperi decisamente riusciti.

Ma se Cimoli riuscirà nell’impresa si aprirà una voragine nelle già traballanti relazioni industriali nel «sistema Italia»: qualsiasi azienda potrebbe seguirne l’esempio e disconoscere tutte le quelle organizzazioni sindacali che non accettano determinate condizioni. Il Sult non è infatti un sindacatino corporativo, ma l’organizzazione che raccoglie il 60% degli assistenti di volo «sindacalizzati» (che si iscrivono a un sindacato e accettano per questo una trattenuta sullo stipendio). La ragione formale del disconoscimento risale al febbraio scorso, quando il Sult non accettò di firmare un accordo applicativo del contratto aziendale firmato (anche dal Sult) nell’ottobre 2004.

Sul Corriere della sera di ieri il prof. Pietro Ichino dà ragione (come sempre) all’azienda, sostenendo la legittimità della decisione perché «i diritti sindacali in azienda» vengono «garantiti soltanto al sindacato che abbia negoziato almeno un accordo collettivo applicato nell’azienda stessa». Il Sult, secondo Ichino, avrebbe invece «rifiutato di sottoscrivere con Alitalia qualsiasi accordo volto a risanarne il bilancio fallimentare».

«Dichiarazione falsa e pericolosa», è stata la reazione, forte della firma apposta dal Sult sotto tutti i contratti stipulati dal 1994 in poi, compreso quello del 2001 (che pure portò a un forte taglio degli organici) e quello del 2004. Una informazione sbagliata, insomma, che giustifica un commento segnato più dall’ideologia liberista che non dalla precisione scientifica. Il prof. Ichino, spesso posseduto dal sacro fuoco aziendalista, non è nuovo a questi infortuni. Un paio di anni fa Emiliano Brancaccio, su Liberazione, lo prese in castagna dopo che aveva dato per buona la tesi per cui «nei paesi in cui c’è meno tutela contro i licenziamenti si registrano tassi di disoccupazione più basi». Proprio Ichino, infatti, solo pochi mesi prima aveva scritto che «i risultati della ricerca economica non consentono di affermare» che la libertà di licenziameno comporti un aumento dell’occupazione. Anzi…

Ma l’offensiva di Cimoli e Ichino porta dritto a un punto: il sindacato legittimato a trattare è quello che firma gli accordi. Quando non li firma (è il caso del Sult) perde ogni diritto. E’ l’azienda, dunque, a scegliersi la controparte, tra le tante sigle presenti sul mercato. Strano: eravamo tutti convinti che, in democrazia, fossero i rappresentati (i lavoratori) a scegliersi i rappresentanti. Se un sindacato raccoglie consensi sufficienti, con lui bisogna trattare. Che si trovi l’accordo o meno. Altrimenti per un imprenditore è tutto fin troppo semplice: basta cercare qualcuno disposto a formare un «sindacato» anche da solo e fargli firmare un contratto che poi impegna tutti.

A preoccupare il Sult, comunque, è stata anche la reazione dei sindacati «concorrenti», specie quelli confederali. E se da Cisl e Uil (Claudiani e Musi), già firmatari di contratti «separati» tra i metalmeccanici, ce lo si poteva anche aspettare, le differenti prese di posizione all’interno della Cgil fanno pensare che la «questione della rappresentanza» sia ancora un tema irrisolto. Nicoletta Rocchi, segretario confederale con delega ai trasporti, avrebbe affermato che «non ho simpatie particolari per Cimoli, ma in questo caso e’ impossibile non dargli ragione…» e «…l’azienda fa bene ad andare avanti così e a non subire i ricatti del Sult». Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale della Fiom Cgil, ha immediatamente espresso la sua «più totale solidarietà al Sult», ricordando la «necessità assoluta di una legge sulla democrazia sindacale che tolga all’arbitrio delle aziende il potere di decidere sulla rappresentatività», che va «misurata unicamente sul consenso reale dei lavoratori».

Un po’ tutti i sindacalisti duri con il Sult si rifanno alle regole del «codice di autoregolamentazione». Ma una domanda si impone: se salta il reciproco riconoscimento tra le parti sociali, che cosa resta dell’autoregolamentazione?