Alitalia vola solo in borsa

I giochi sono tutti aperti. E l’Alitalia della crisi perenne diventa un’occasione di business molto ghiotta. Del resto solo gli ingenui possono pensare che un’azienda «decotta» da oltre 10 anni di management demenziale sia qualcosa che i capitalisti eviteranno come la peste. Anzi…
In pochi giorni il titolo della compagnia di bandiera ha preso a volare in borsa, nonostante ogni giorno l’azienda perda soldi. Tutto merito del «bando di gara» predisposto dal ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa, per regolamentare la vendita ai privati. Un bando a «maglie molto larghe», ammettono gli esperti di borsa, ampliate anche da «voci» provenienti dai piani alti del ministero miranti a rassicurare i possibili concorrenti circa la tassatività di alcuni «paletti» inseriti nel bando. Quello sulla salvaguardia dell’occupazione, per dirla tutta, sarebbe soltanto un «pro forma».
Il bando ha comunque una scadenza precisa: entro il 29 gennaio dovranno essere comunicate al ministero le «manifestazioni di interesse», arricchite da bozze di piano industriale. Da questa prima pattuglia di pretendenti il governo selezionerà un gruppo più ristretto che sarà ammesso alla fase decisiva, quelle delle offerte. E solo in questa fase il governo preciserà la consistenza dei «paletti» imposti per salvaguardare l’«interesse pubblico». Il mercato, che ha premiato ieri il titolo con un più 3,34%, è convinto che questi vincoli non saranno «paralizzanti».
I pretendenti, perciò, si stanno facendo avanti. E vanno subito a prendere contatto con i sindacati, per capire in quale misura il «fattore lavoro», considerato «molto importante», debba pesare nella definizione di un piano industriale attendibile. Impossibile però capire chi siano i concorrenti «veri», che agiscono tramite studi di avvocati (come lo studio Carnelutti) o società di consulenza finanziaria, garantiti per di più da un «obbligo alla riservatezza» previsto anche dal bando di gara.
Qualche nome, però, vien fuori lo stesso. Difficile capire fin dove si tratti di voci corrispondenti al vero oppure solo di ballon d’essai fatti circolare per «bruciare» qualche nome. Voci che sfiorano l’incredibile, come quella che vorrebbe la piccola compagnia privata Alpi Eagles sponsorizzata finanziariamente dai Benetton e da altri imprenditori veneti, tutti insieme in una cordata coordinata nientepopodimeno che da Giampiero Fiorani (sì, quello finito in galera per lo scandalo della Banca Popolare Italiana – ex di Lodi – che ha segnato la fine della carriera dell’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio).
Alcuni dei nomi fatti fin dal primo momento, poi bruscamente fuggiti, si starebbero aggregando per formare delle cordate «italiane» più solide. E’ il caso dell’AirOne di Carlo Toto, forte della storica partnership con la compagnia di bandiera tedesca, Lufthansa, nel ruolo di «socio tecnico» di una gruppo di imprenditori (Carlo De Benedetti, Diego Della Valle. Nerio Alessandra) ben coperto finanziariamente dalla partecipazione di Banca Intesa. Non si hanno invece notizie di soci italiani ad affiancare l’Aga Khan, che ha appena arricchito la sua Meridiana con l’acquisto della compagnia low cost EuroFly.
Silenzio dal fronte Air France – che fra l’altro possiede già il 2% di Alitalia – dopo l’altolà alquanto brusco pronunciato dal ministro dei trasporti Alessandro Bianchi (ma non da Padoa Schioppa e tanto meno da Giancarlo Cimoli, ancora al timone dell’Alitalia. L’intenzione di trasformare la compagnia di bandiera in un «vettore regionale», con buona pace della «qualità dei servizi, salvaguardi del marchio e dei livelli occupazionali» è stata dichiarata troppo esplicitamente per poter essere ritirata.
Restano sullo sfondo i possibili soci «extracomunitari» – cinesi e arabi in prima fila – che sarebbero peraltro i più interessati ad avere Alitalia così com’è (pagando cioè qualcosa in termini di redditività a breve termine) pur di avere finalmente uno sbocco al mercato europeo. Su questo fronte il «bando» lascia molti spazi aperti, perché ammette la partecipazione anche di «newco», società create per l’occasione. Non sarebbe difficile insomma avere dei partecipanti «italiani» con alle spalle potenze industriali come la compagnia aerea cinese o la Fly Emirates di Dubai.
Il nodo fondamentale, spiegano i sindacati, è la presentazione di un piano industriale che preveda un credibile sviluppo della compagnia; senza di questo qualsiasi «rassicurazione» sulla tenuta occupazionale sarebbe aria fritta. Ma sta al governo, a questo punto dare certezze sullo sviluppo della privatizzazione. Anche per questo lo sciopero «a oltranza» del 19 gennaio viene confermato (tranne che dalla Uil). E non basterà una convocazione a palazzo Chigi a farlo revocare, se in quell’incontro non verranno date «notizie certe e assicurazioni politiche».