Alitalia contesa tra russi e americani

Volano via progetti abborracciati e buontemponi, resistono soltanto i concorrenti veri. La scadenza del primo aprile ha fatto chiarezza quasi definitiva sulla corsa all’acquisto di Alitalia: in gara restano due cordate (Mediobanca, appoggiata dai fondi di investimento statunitensi Texas Pacific e Mattlin Patterson; e Unicredit, testa di ponte per la compagnia aerea russa Aeroflot) più un concorrente solitario (la Ap Holding del gruppo Toto, che già gestisce AirOne).
Addio ai sogni di Carlo De Benedetti, così come a quelli di Paolo Alazraki o della Porcellana Castello; addio anche al prof. Fabio Scaccia, insegnante in un liceo tecnico (aeronautico, va bene) di Ferentino. Ora si fa sul serio. O quasi.
Le incognite sono in effetti ancora numerose, anche perché il ministero dell’economia – titolare delpacchetto azionario messo in vendita: il 49,9% – ha fatto chiaramente capire di poter cambiare le regole in qualsiasi momento. Una circostanza su cui punta senza mezzi termini la cordata italo-russa: «c’è disponibilità a valutare l’ingresso di altri soci di carattere industriale con caratteristiche europee», ha dichiarato in una conferenza stampa Sergio Ermotti, vicedirettore di Unicredit e capo della divisione di investment banking. La precisazione è rilevante: «industriale» e «europeo» sono termini che calzano come un guanto ad Air France, tenutasi prudentemente fuori dalla prima caotica fase di «manifestazione di interesse». Entro il 16 aprile, invece, dovranno essere presentate delle «offerte non vincolanti», corredate da un piano industriale. Di lì in poi «correranno i tempi tecnici per la due diligence sui conti della compagnia»; solo al termine di questa operazione i concorrenti – gli attuali o eventualmente altri che si dovessero loro aggregare – stabiliranno un vero e proprio prezzo d’offerta.
Le carte in mano a AirOne sono tutte legate al rapporto privilegiato con la tedesca Lufthansa e alla copertura finaziaria di SanPaolo-Intesa, mentre quelle dei fondi Usa sono chiaramente basate sulla potenza finanziaria e una certa esperienza nel comprare (e rivendere) compagnie aeree in crisi. L’aggregato più interessante, anche sul piano dei rapporti internazionali, è dunque l’italo-russo (e francese?). Unicredit è una delle maggiori banche italiane, in fortissima espansione verso est, dove ha acquisito istituti polacchi, austriaci e russi. Nella cordata, però, detiene solo il 5%, mentre il 95% è in mano all’ex monopolista di stato Aeroflot. Che, peraltro, non ha cambiato di molto la propria fisionomia, visto che il 50% del suo capitale è saldamente in mano al governo russo.
Abbiamo perciò questa curiosa combinazione: il governo italiano, possessore del 49,9% di Alitalia, decide di dismettere la propria partecipazione per imporre la «privatizzazione» della compagnia di bandiera. La quale però potrebbe finire in mano a un’altra società di fatto statale (senza contare che anche Air France non è quel che si dice un esempio di «imprenditore privato»).
La differenza sta tutta nel «trend», decisamente opposto, che caratterizza le due società «statali». Alitalia sta da tempo con un piede nella fossa, mentre Aeroflot ha chiuso il 2006 con un utile di 300 milioni di euro, ha «progetti molto aggressivi e ha appena annunciato l’acquisto di 19 Airbus». Soprattutto, fin qui i russi non hanno hanno avuto accesso al mercato europeo, potendo raggiungere soltanto alcuni aeroporti continentali con voli in partenza dal proprio paese. L’acquisto di Alitalia permetterebbe loro di agire finalmente come un player europeo a tutti gli effetti. Se poi l’altro partner industriale dovesse davvero essere Air France, ecco che si arriverebbe in un attimo alla divisione delle competenze, con i francesi a prendersi gli slot sul medio raggio (l’Italia p un tipico mercato a vocazione turistica, nel settore aeereo), mentre i russi privilegerebbero ciò che resta delle tratte intercontinentali. In entrambi i casi per i dipendenti (dirigenti compresi, se non altro) di Alitalia sono in arrivo tempi terribili. Sia sul piano strettamente occupazionale (quanti ne rimarrebbero dopo la divisione delle tratte tra i due nuovi padroni?), che su quello dei diritti sindacali. Naturalmente, il titolo corre in borsa (+5,7%); ma quello è un altro mondo.